Patrick Marini

dicembre 4, 2006

L’elogio della lentezza: Città Slow, un rimedio alla Crescita infelice.

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 9:50 am

Il fenomeno della globalizzazione, che pure costituisce una occasione grande di scambio e di diffusione, tende ad appiattire le differenze e a nascondere le caratteristiche peculiari delle singole realtà, proponendo modelli mediani che non appartengono a nessuno e generano, inevitabilmente, mediocrità.
Si va diffondendo però una domanda diversa di nuove soluzioni che vanno nella direzione della ricerca e della diffusione dell’eccellenza, senza farne necessariamente un fenomeno di élite, ma proponendolo come fatto culturale e in quanto tale universale.

Di qui il successo e la notevole diffusione anche a livello internazionale di Slow Food che si è rivolta alla ricerca sulla qualità della vita a partire dal gusto.

I sindaci di alcune città si sono associati tra loro e con Slow Food per realizzare il grande progetto comune di Cittaslow che, dall’ottobre 1999, si è allargato a circa cento città e dieci paesi nel mondo, collegando amministratori, cittadini e Soci di Slow Food puntando l’attenzione dalla buona tavola, alla qualità dell’accoglienza, dei servizi, dell’ambiente e dell’abitato in cui i cittadini fruiscono in modo facile, semplice e godibile della propria città.

Partecipare al Movimento delle Cittaslow implica per gli amministratori l’impegno a rispettare nel tempo i requisiti di qualificazione che interessano la politica ambientale, la politica infrastrutturale, le tecnologie per la qualità urbana, la valorizzazione delle produzioni locali e l’ospitalità.

In breve le Città Slow sono quelle nelle quali:

¨   si attua una politica ambientale tendente a mantenere e sviluppare le caratteristiche del territorio e del tessuto urbano, valorizzando in primo luogo le tecniche del recupero e del riuso;

¨   si attua una politica delle infrastrutture che sia funzionale alla valorizzazione del territorio, e non alla sua occupazione;

¨   si promuove un uso delle tecnologie orientato a migliorare la qualità dell’ambiente e del tessuto urbano;

¨   si incentivano la produzione e l’uso di prodotti alimentari ottenuti con tecniche naturali e compatibili con l’ambiente, con l’esclusione dei prodotti transgenici, provvedendo, ove sia necessario, alla istituzione di presidi per la salvaguardia e lo sviluppo delle produzioni tipiche in difficoltà;

¨   si salvaguardano le produzioni autoctone che hanno radici nella cultura e nelle tradizioni e che contribuiscano alla tipizzazione del territorio, mantenendone i luoghi e i modi, promuovendo occasioni e spazi privilegiati per il contatto diretto tra consumatori e produttori di qualità;

¨   si promuove la qualità della ospitalità come momento di reale collegamento con la comunità e con le sue specificità, rimuovendo gli ostacoli fisici e culturali che possono pregiudicare l’utilizzazione piena e diffusa delle risorse della città;

¨   si promuove tra tutti i cittadini, e non solo tra gli operatori, la consapevolezza di vivere in una Città Slow, con una particolare attenzione al mondo dei giovani e della scuola, attraverso l’introduzione sistematica della educazione al gusto.

Insomma la Cittaslow è animata da individui “curiosi del tempo ritrovato”, dove l’uomo è ancora protagonista del lento, benefico succedersi delle stagioni, in cui allo sviluppo frenetico, alle ferite profonde inferte dalla speculazione di pochi si contrappone il rispetto della salute dei cittadini, della genuinità dei prodotti e della buona cucina, le tradizioni artigiane, le preziose opere d’arte, le piazze, i teatri, le botteghe, i caffè, i ristoranti, i luoghi dello spirito, i paesaggi incontaminati, la spontaneità dei riti religiosi, il rispetto delle tradizioni, la gioia di un lento e quieto vivere.

Ai cittadini la scelta del proprio futuro e di quello che vorranno lasciare in eredità alle generazioni che verranno.

Una città progettata insieme ai cittadini

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 7:47 am

La Repubblica, ed. Bologna, 21/11/2006
di Paola Bonora e Pierluigi Cervellati

Da anni utilizziamo metafore che recepiscono la diffusione del fenomeno urbano: sprawl, controurbanizzazione, città dispersa, città diffusa, città infinita. Uno sfaldamento della città che ha messo in crisi l´idea stessa di città e ha portato persino a negare il persistere della polis. Che ha infatti perso sia i connotati, l´identità di “luogo”, che il senso di comunità solidale. Non c´è più “città”. Si è dispersa nel territorio ex agricolo senza carattere, specificità.

E´ saltata non solo la forma urbis ma, in un gioco semiotico di rispecchiamenti, il territorio della convivenza, delle aggregazioni sociali, della vivibilità. A Bologna come altrove. Il territorio assediato. Per assenza di pianificazione. Soffocato per invadenza della “bolla” edilizia.

La mancanza di un progetto a Bologna e in Emilia è particolarmente preoccupante. (La revisione in essere degli strumenti urbanistici si basa solo sulle nuove quote di edilizia residenziale da realizzare – oltre a quelle tutt´altro che modeste contenute nei piani vigenti – e su infrastrutture atte a favorire la motorizzazione privata).

Si ignora il problema dell´area metropolitana. Manca la presa d´atto (fattuale e non solo astratta) che natura e struttura della città sono cambiate. Che il suo aggregato fisico si è dilatato ben oltre i confini comunali. Che i suoi abitanti si sono dispersi nei paesi e nelle campagne e che chi la frequenta e usa non è più il cittadino di un tempo.

Questioni talmente note che ribadirle annoia. Ma che non trovano coerenti politiche territoriali. Soluzioni adeguate. La Regione tace da anni. (Sull´assetto del territorio, esiste ancora?).

La capacità di controllo della Provincia si è dimostrata fallimentare. Il Comune si è isolato all´interno dei suoi confini. Per paradosso si attende dal governo centrale una decisione che dovrebbe invece appartenere prima di tutto alle politiche locali. Qui sta l´errore di fondo. Attribuire all´area metropolitana un esclusivo ruolo infrastrutturale e di strumento di captazione di finanziamenti pubblici. Una logica di subalternità dal centro che fa poco onore alla capacità emiliana di autodeterminazione e innovazione istituzionale e mette in luce la scarsa consapevolezza politica dei problemi complessi dell´area vasta. Che non attengono le elargizioni del centro, ma scelte politiche in direzione di nuovi modelli di decisione e di rappresentanza locale.

Sino a che non si trova il modo di coinvolgere i cittadini metropolitani nelle scelte la situazione rimarrà ingovernabile, di disagio, dissenso, malessere. I cittadini metropolitani debbono contribuire all´elaborazione di un progetto innovativo in grado di definire un giusto assetto del territorio. Ma il desiderio di partecipazione espresso da associazioni, comitati, gruppi civici viene accantonato o costretto entro contenitori fittizi. Uno spreco di risorse sociali, di idee e progettualità preziose invece per uscire da una fase avvilente di declino e di perdita del senso di appartenenza al proprio territorio.

Il tema della “città di città”, della irrinunciabile revisione statutaria delle Circoscrizioni, della creazione di nuovi municipi federati viene svilito ad artificio retorico privo di operatività. Nulla si sta facendo per ridare significato al vivere metropolitano. Urge una riforma delle rappresentanze e dei processi di decisione che sappia tenere conto dei contributi che la società può offrire e li traduca in effettiva potestà, rinunciando ad alcune prerogative in favore di un reale decentramento capace di riformare la città come “città-di-città” del terzo millennio.

ottobre 12, 2006

Ritrovare l’architettura con un manifesto

Filed under: Architettura, Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 3:46 pm

Nel corso del congresso nazionale degli architetti di Torino del 2 ottobre 1999 prese forma il manifesto degli architetti italiani che diventò “Risoluzione” del consiglio dell’Unione Europea il 23 novembre 2000 a Bruxelles.

In quella occasione Michel Richard, direttore aggiunto della sezione Architettura e Patrimonio del ministero della Cultura e comunicazione francese, sostenne la necessità di «valorizzare l’esercito invisibile dei 300.000 architetti europei, un vero tesoro vivente per il Parlamento e per la Commissione europea». La parola d’ordine rilanciata a luglio a Parigi è stata «democrazia urbana». Nel suo intervento a chiusura dei lavori, il Ministro della cultura e della comunicazione della Repubblica francese, Catherine Tasca, ha affermato: «Si tratta di una lotta comune, da portare avanti nelle città europee, per una democrazia urbana … Le nostre società e i loro responsabili devono, per l’architettura, associare poteri decisionali, professionisti, utilizzatori e cittadini». (l’Architetto n.152 dicembre 2000/gennaio 2001 pag. 13)

Il Consiglio dell’unione europea, desideroso di migliorare la qualità dell’ambiente di vita quotidiano dei cittadini europei afferma che:
➔ l’architettura è un elemento fondamentale della storia, della cultura e del quadro di vita di ciascuno dei nostri paesi; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana dei cittadini e costituisce il patrimonio di domani;
➔ la qualità architettonica è parte integrante dell’ambiente tanto rurale quanto urbano;
➔ la dimensione culturale e la qualità della gestione concreta degli spazi devono essere prese in considerazione nelle politiche regionali e di coesione comunitarie;
➔ l’architettura è una prestazione intellettuale, culturale ed artistica, professionale. È quindi un servizio professionale al contempo culturale ed economico.

Esprime l’importanza che per esso rivestono:
➔ le caratteristiche comuni presenti nelle città europee, come l’alto valore della continuità storica, la qualità degli spazi pubblici, la convivenza di vari strati sociali e la ricchezza della diversità urbana;
➔ il fatto che un’architettura di qualità, migliorando il quadro di vita ed il rapporto dei cittadini con il loro ambiente, sia esso rurale o urbano, può contribuire efficacemente alla coesione sociale, nonché alla creazione di posti di lavoro, alla promozione del turismo culturale e allo sviluppo economico regionale.

Il Consiglio incoraggia gli Stati membri:
➔ ad intensificare gli sforzi per una migliore conoscenza e promozione dell’architettura e della progettazione urbanistica, nonché per una maggiore sensibilizzazione e formazione dei committenti e dei cittadini alla cultura architettonica, urbana e paesaggistica;
➔ a tener conto della specificità delle prestazioni nel campo dell’architettura nelle decisioni e azioni che lo richiedono;
➔ a promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica;
➔ a favorire lo scambio di informazioni e di esperienze in campo architettonico.

Il 15/2/2004 è stata persino approvata una legge: “legge quadro sulla qualità architettonica”.
Mi domando: sarà possibile “dare” la qualità con una legge? A due anni dalla sua approvazione il caso di Monticchiello mi fa pensare  di no!

In questi sette anni, il dibattito è rimasto sempre acceso (vedi la recente lettera di Raffaele Sirica dell’agosto 2006) e teso ad indirizzare a cittadini, Parlamento e Governo attraverso “manifesti” che indicano gli indirizzi fondamentali da assumere per perseguire la qualità dell’ambiente attraverso l’Architettura (vedi quello del marzo 2006 approvato dal primo Congresso Regionale della Federazione degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna).

Tutto ciò, seppur meritevole, dovrebbe essere acquisito da tempo. Infatti, già l’articolo 9 della Costituzione  sancisce: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

E allora, mi domando di nuovo, come mai servono così tante parole per far riconoscere il ruolo dell’architetto? perché, in media, solo il 4% delle concessioni edilizie è firmata da iscritti all’Ordine degli? (dato riportato da Massimo Gallione su l’Architetto n. 139 del 9/1999). Certamente da un numero non si può inferire nulla circa la qualità, ma è un numero così piccolo! Che, oltretutto, mal si concilia  con l’affermazione di Sirica: “gli architetti in Italia sono troppi” (Laura Cavestri su Il Sole 24ORE del 30/5/2006)

Le risposte che mi vengono in mente sono due:
– i valori attribuiti all’architettura sono soltanto invenzioni degli architetti per accaparrarsi più incarichi, più prestigio e più potere. Allora prendiamone atto e buttiamo via i nostri studi e le nostre esperienze, a questo punto, inutili.
– oppure le leggi dello stato sono inadeguate, nel senso che non vanno oltre ad un’affermazione di principio.

Da architetto, opto senza dubbio per la seconda ipotesi.
L’inadeguatezza delle leggi si trascina fin dal dopoguerra nella totale disattenzione del Parlamento.

Dal Documento programmatico 2000/2001 “Aggiornamento del Documento presentato al Congresso degli Architetti Italiani a Torino” redatto a Firenze nel Gennaio 2000 dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Firenze si legge nel capitolo “LA MANCANZA DI UNA LEGGE SULLE PROFESSIONI TECNICHE NEL DOPOGUERRA”:
“Nel vuoto politico si è subito inserito il diplomato Geometra che, oltrepassando di gran lunga i suoi limiti di Formazione, prende il sopravvento in forza del numero e della presenza capillare sul territorio diventando il vero artefice della ricostruzione del Paese sia come professionista che come funzionario delle Amministrazioni locali” nonché, aggiungo, l’inventore dell’ “italian style”.

Persino l’ex Ministro per i beni e le attività culturali, Giovanna Meandri, a tal proposito disse:  “Nel nostro paese il degrado urbano e le ferite inferte al paesaggio sono i segni di una storia di incuria e di sviluppo selvaggio che ha lasciato segni profondi.” (l’A 1.’01 – pag. 20)

Di fatto, in questi 60 anni, il Parlamento non si è preoccupato di studiare una Legge quadro sulle professioni tecniche, ma ha soltanto permesso l’ampliamento delle competenze dei Geometri dimostrando un’evidente pochezza culturale, resa più evidente dall’introduzione delle lauree brevi che hanno portato ancora più confusione nelle competenze professionali.

Eppure la storia d’Italia ha influenzato la cultura e lo sviluppo sociale in tutta Europa, in Italia si trova il 75% delle opere d’arte dell’intero pianeta e in Italia sono stati riconosciuti dall’UNESCO il maggior numero di beni dichiarati patrimonio dell’umanità!

Cosa fare dunque? Anche in questo caso, secondo me, sono due le risposte possibili:

– dire “anch’io ho lottato, ed ho creduto nell’architettura e nel suo valore… adesso però, spengiamo la luce, che è tardi…. tra qualche anno ne riparleremo” (KRAMER di Stefano Biserni)

–  oppure impegnarsi nella tutela del nostro ruolo sottoscrivendo, in accordo con gli altri Ordini della Regione, il Manifesto approvato il 24/3/06 dalla Federazione degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna e chiedendo l’impegno delle istituzioni e degli enti locali ad assicurare il confronto con gli architetti sull’insieme delle problematiche inerenti l’esercizio della professione.

Credo sia giunto il momento di ridare all’architettura e a chi ne è l’artefice il suo ruolo.
Non possiamo lasciare che “per un terzo degli italiani la parola architettura evoca subito il patrimonio architettonico nazionale, nemmeno per un italiano su cento evoca l’architettura contemporanea e più di un terzo degli intervistati afferma che il mestiere dell’architetto è quello del restauro del patrimonio antico, e solo dodici persone su cento sono a conoscenza del fatto che l’architetto progetta gli edifici pubblici.” (P. Desideri su la Repubblica 1/7/2004).

Sempre che non ci si accontenti essere il “must” di una nota fabbrica di mobili brianzola così da anni si publicizza  “gli arredatori e gli architetti vi aspettano a pranzo e a cena nella grande festa al sabato pomeriggio”.
Allora, ci si vede sabato pomeriggio?

ottobre 4, 2006

Non accetto !

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 6:25 am

“Dobbiamo ricominciare dai singoli e da piccole minoranze, da formiche pazienti e da asini testardi …”

Goffredo Fofi, “Da pochi, a pochi; appunti di sopravvivenza”, Eléutera ed., Milano, 2006.

“Che fare? L’eterna domanda. Le mutazioni ci travolgono e cambiano il mondo senza quasi che ce ne accorgiamo. La politica è diventata pratica di occupazione delle istituzioni e dei luoghi di potere da parte di gruppi che si accusano vicendevolmente di corruzione… i movimenti nascono e muoiono velocissimamente e mandano i loro leader in parlamento… il terzo settore, il volontariato e le ong pensano al benessere proprio più che a quello di chi dovrebbero assistere… i media sporcano tutto ciò che toccano e aumentano la confusione e la dipendenza dal «sistema»… Goffredo Fofi, bastian contrario di sempre, cerca i modi per capire e districarsi, cerca le strade per reagire a questa immane confusione di idee, nel rifiuto di considerare separati il pensiero e l’azione, la teoria e la prassi. Cosa possono le minoranze? quali sono oggi quelle «frequentabili»? come trasmettere ad altri i valori e l’esempio di quelle più degne, di ieri e di oggi? come gridare nelle circostanze attuali il nostro “non accetto”? cosa trasmettere agli altri delle nostre acquisizioni? e come?”

questo il risvolto di copertina di un libretto di poche pagine, lucidissimo e illuminante nel quale Fofi affronta l’Italia di oggi: quella degli assessori alla cultura e degli omonimi ministri, “i peggiori nemici della cultura … che passano il tempo a inventare occasioni di festa, che chiamano cultura” … quella della “bruttezza che non svanirà” nonostante l’opulenta rincorsa all’apparenza … quella dove, insieme alla Bellezza, è sparito anche il silenzio … quella dove una sedicente cultura “media” ci assedia attraverso una pervasiva “miseria dell’immaginario”… ove merce e arte si scambiano i ruoli …

“La bruttezza non svanirà neanche dall’ambiente. Le città si sono trasformate in garage ad autopiste (diceva Carlo Levi: la strada è la casa degli italiani; quanti secoli fa?) I centri storici, lavati e sciacquati pietra per pietra, e invasi da venditori di ninnoli tutti uguali da Firenze a Katmandu passando per New York e per Adelaide e magari anche per Macondo e Donogoo-Tonke e la contea di Yoknapatawpha. Musei dovunque e dovunque turisti. E i pub al posto delle osterie, i MacDonald’s al posto delle trattorie, delle latterie, delle friggitorie. Tutti uguali, ma tutti acchittati, disegnati da architetti DOC – o meglio: da scenografi zeffirelliani alla Gae Aulenti, stupratrice di storiche piazze, da creatori di luci alla Storaro che illuminano di broadwayano sublime i monumenti famosi, da architetti giapponesi e milanesi scatenati nell’invenzione speciale e nella pretesa di unicità, un pezzo dell’immensa rete collettiva di quella bischeraggine yankee che ha travolto il pianeta.” …

“ … si ha bisogno, in arte, di un radicalismo non gratuito, e di un’assunzione di responsabilità alte e maggiori – mentre invece ciò che si continua a propinare sono pasticcini mielati, meschine malinconie, finte denunce, effetti speciali, fantasie morbose, spettacolarizzazioni del male, eccitanti anestetici, droghe e cose simili” …

ottobre 2, 2006

La Città Felice di Richard Rogers

Filed under: Mondo che cambia, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 12:21 pm

settembre 15, 2006

Guardare avanti significa imparare dal passato, crescere nel presente e progettare il futuro

Filed under: Architettura, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 8:49 am

http://www.eugeniobenetazzo.com/

settembre 13, 2006

Cemento. Edilizia: un serpente che si mangia la coda

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 12:41 pm

Blog di Beppe Grillo del 13 settembre 2006
http://www.beppegrillo.it/2006/09/i_serpenti_di_cemento.html#comments

L’edilizia è un serpente che si mangia la coda. Che divora sé stesso. All’ingresso delle città ci accolgono foreste di gru al posto di mura e giardini. Nelle strade nuovi svincoli, rotonde, sottopassi. Terze, quarte corsie. I paesi investono i bilanci comunali nell’edilizia. L’Ici è il nuovo motore del mattone. Si tassano le case per costruire le case. Seconde, terze case. I capannoni industriali, vuoti, in vendita, in affitto costeggiano le autostrade per decine di chilometri. Le cave appaiono d’incanto tra boschi e montagne. Non si costruisce più per abitare, per necessità. Si costruisce per lucrare. Per ‘investire’. La stabilità o la discesa dei prezzi è un rischio, un problema, una sciagura. Ma per chi? Ogni nuova costruzione occupa spazio, risorse, distrugge il territorio. L’Italia vista dall’alto è uno stivale di cemento con un po’ di verde intorno. La provincia italiana è piena di case abbandonate da ristrutturare e di case nuove disabitate. Le città italiane sono piene di uffici vuoti (o anche vuote di uffici pieni) e traboccanti di nuovi edifici in costruzione. C’è un’orgia da cemento in giro. Ma il cemento non produce nulla. Piuttosto, se non è necessario, distrugge soltanto. Le richieste di nuove licenze edilizie andrebbero autorizzate solo in mancanza di alternative già presenti. Incentivate le ristrutturazioni di case esistenti. Quanti uffici, appartamenti, edifici sono vuoti in Italia? Quanti in costruzione? L’edilizia si giustifica perchè rende, perchè il mattone è sicuro. Ma è un gioco al massacro del territorio. E delle risorse economiche che potrebbero essere destinate, almeno da parte delle amministrazioni pubbliche, al territorio, ai servizi ai cittadini. Che senso ha investire in cubi di cemento invece che in ricerca? Un senso ci deve essere in attesa della bolla immobiliare prossima ventura. Un vento sta spirando da oltre Atlantico verso l’Europa. Dopo potremo investire in demolizioni e nel recupero del territorio. Serpenti che si mangiano la coda.

Ps: “Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare” (Dino Campana)
Postato da Beppe Grillo il 13.09.06 20:16

agosto 26, 2006

Manifesto degli Architetti della Regione Emilia Romagna

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 12:43 pm

LA FEDERAZIONE DEGLI ORDINI DEGLI ARCHITETTI, PIANIFICATORI,  PAESAGGISTI E CONSERVATORI DELL’EMILIA ROMAGNA Sottolineando la centralità del ruolo sociale dell’architetto come protagonista della qualità urbana dell’architettura e della sostenibilità degli insediamenti umani. Condividendo e assumendo il diritto della collettività, delle comunità come dei singoli cittadini, alla architettura, alla tutela dell’ambiente e alla valorizzazione del paesaggio urbano e rurale. RICHIAMANDO  La rilevanza economica, sociale culturale indotta dalle trasformazioni territoriali e urbane. L’importanza e il ruolo primario delle istituzioni locali – regioni, province e comuni – nella promozione dei processi di conservazione, di trasformazione e di governo del territorio e delle città. La considerazione che il paesaggio rappresenta un elemento fondamentale per il benessere dell’individuo e della società, e che la sua salvaguardia, la sua pianificazione e la sua gestione comportano diritti e responsabilità per ciascuno. CONSIDERANDO  L’evoluzione della legislazione europea, in particolare per quanto riguarda la cosiddetta “Direttiva servizi”. I mutamenti in corso del quadro istituzionale del nostro paese, i cui esiti appaiono ancora confusi ed incerti. Le recenti modificazioni delle leggi quadro nazionali in materia di lavori pubblici. Il difficile cammino di una positiva e condivisa riforma delle leggi che regolano le professioni. Il manifestarsi degli effetti contradditori della riforma per la formazione universitaria, in particolare per quanto riguarda la creazione di nuove figure professionali, anche nel campo dell’architettura, e la disordinata proliferazione di sempre nuove sedi accademiche. Le recenti innovazioni legislative regionali in materia urbanistica che hanno innescato una nuova stagione di pianificazione, dal livello territoriale a quello urbano. L’avvio del processo per la redazione della normativa regionale in materia di lavori pubblici. Il diritto delle popolazioni di poter fruire di un paesaggio urbano e rurale di qualità e di poter svolgere un ruolo attivo nella sua trasformazione. La necessità di azioni congiunte e consapevoli da parte dei tre attori delle trasformazioni del paesaggio urbano e rurale: la pubblica amministrazione, l’impresa, il mondo delle professioni.  RIAFFERMA  La necessità di allargare e consolidare le forme di partecipazione attiva ai processi decisionali in materia di architettura e ambiente. La centralità dei processi di partecipazione democratica nella individuazione come nella realizzazione concreta degli obiettivi dei processi trasformativi. La necessità che a questi processi concorrano in modo trasparente e consapevole una pluralità di saperi propri delle professioni intellettuali e, tra queste principalmente degli architetti. La centralità dei temi della qualità dell’architettura e dello sviluppo sostenibile in ogni decisione che riguarda il territorio, da riconoscere e da tutelare come bene comune vitale per l’ecosistema locale e globale, per il benessere delle comunità ed il diritto alla vita delle future generazioni. La necessità di incentivare la qualità del progetto dell’architettura e del paesaggio attraverso processi di sperimentazione e innovazione. PROMUOVE E SOSTIENE  La partecipazione attiva degli architetti, attraverso le istituzioni che li rappresentano, alla formazione degli strumenti normativi e legislativi locali. La creazione di sedi di discussione e verifica dello stato di attuazione dei processi di trasformazione attivati dalla nuova legislazione regionale nell’ottica della semplificazione e dello snellimento delle procedure. La creazione di programmi di formazione continua e delle procedure del “tirocinio”, in raccordo con le istituzioni universitarie, per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro e per l’aggiornamento professionale degli architetti. I concorsi di architettura, come strumento principale per la realizzazione di interventi di qualità, per una maggiore trasparenza degli incarichi, a sostegno dei giovani, per sensibilizzare la collettività alla cultura architettonica. Chiede  L’impegno delle istituzioni ed enti locali ad assicurare il confronto con gli architetti dell’Emilia Romagna sull’insieme delle problematiche inerenti l’esercizio della professione.
24 marzo 2006 –

Il cemento assale la Val D’Orcia

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 10:37 am

di Alberto Asor Rosa su La Repubblica del 24 agosto 2006 pag 46

La domanda è: un ecomostro è meglio distruggerlo dopo che è stato realizzato o impedirne la realizzazione? La risposta non sembra dubbia (ma ogni giorno la drammatica alternativa si pone qua e là per l’Italia. Mi sono posto la domanda – e ho riflettuto sulla risposta — osservando nei giorni scorsi la nascita di un insediamento immobiliare a fini speculativi alle pendici del colle di Monticchiello.

Monticchiello? Si, avete capito bene: Monticchiello, il bellissimo borgo medievale alle porte di Pienza, sede del celebre Teatro povero, una delle porte d’ingresso più prestigiose della Val d’Orcia. «Alle pendici del colle» vuoi dire a non più di duecento metri in linea d’aria dalla storica cinta muraria dentro la quale Monticchiello da secoli vive.

Pare a me che la definizione «ecomostro» non sia esagerata a connotare i caratteri di tale insediamento periseguentimotivi;
A) Per le sue spropositate dimensioni: trattasi infatti di 95 (novantacinque!) unità immobiliari, distribuite a raggiera in ben 11 (undici) lotti. Poco più, o poco menoy della cubatura raggiunta dall’intero abitato del borgo di Monticchiello nel corso della sua secolare storia. Al paragone, l’ecomostro di Punta Perotti presentava, rispetto alla città di Bari, cui era limitrofo, proporzioni più ragionevoli;
B) Per il mutamento antropologico che ne deriverebbe all’intero territorio circostante. Se le 95 unità immobiliari fossero abitate ciascuna a regime da 3-4 persone, se ne ricaverebbe una cifra complessiva oscillante fra le 285 e le 380 unità: considerando che il borgo di Monticchiello ne conta attualmente non più di 150, sarebbe come se a qualcuno venisse in mente di costruire un insediamento turistico di 6 milioni di abitanti a ridosso della cinta delle Mura Aureliane a Roma. Se invece restasse sostanzialmente deserto, come potrebbe accadere in certi periodi dell’anno, sarebbe come avere un deserto di cemento alle porte dell’abitato;
C) Per il totale stravolgimento del profilo collinare che, dalla strada provinciale sottostante, sale appunto fino alla porta di Monticchiello: infatti, oltre a subire l’effetto devastante in sé di tutta quella massa edilizia, questa, per renderla più appetibile, viene astutamente innalzata su di un trincerone di dieci metri di terra di riporto, una piattaforma gigantesca che risulterà da questo momento in poi l’aspetto predominante del paesaggio;
D) Per la tipologia architettonica utilizzata, a fini, ovviamente, il più possibile speculativi. Novantàcinque unità immobiliari in undici lotti significano una media superiore alle otto unità per ciascun lotto. Nulla, dùnque, che abbia a che fare con la tipologia toscana dei «casali» (come invece recita la pubblicità) e neanche con quella di più modeste villette monofamiliari, bensì piuttosto con dei casermoni condominiali, più confacenti a qualche periferia metropolitana che alle dolci colline valdorciane.

A questi dati di fatto, aggiungerei qualche (singolare) elementod’informazione, perchè ci si renda meglio conto delle dimensioni e dello spirito del progetto.

Da alcuni mesi a questa parte, su alcuni importanti quotidiani romani (per quanto mi consta, ma ovviamente ce ne potrebbe essere anche altrove), compare una pubblicità dell’impresa a colori e a tutta pagina (di dimensioni, dunque, anch’esse spropositate), in cui, per magnifìcare l’affaire, si fa riferimento a caratteri cubitali al «Parco Culturale della Val d’Orda» e al «Patrimonio mondiale dell’Unesco» (tali, infatti, sono stati proclamati anni fa Pienza e la Val d’Orcia): cioè, si chiamano in causa, a fini promozionali, esattamente i due motivi per cui l’affair andrebbe proibito. Ora, lasciamo stare il Parco della Val d’Orda, cui non si può attribuire og-gi un valore più che di simulacro; ma la qualifica di «Patrimonio mondiale dell’Unesco» è una cosa seria, che qualche volta viene, ma talvolta anche se ne va, come dimostra l’esperienza, a seconda di come si comportano i soggetti che ne sono insigniti. E quindi bisognerebbe fare attenzione ad agitare impropriamente un titolo che proprio per quel motivo ti potrebbe esser tolto.

Pare a me che, aparte l’Unesco che, tirato in causa, non può fare a meno di dire la sua, il caso superi le dimensioni locali e investa responsabilità più generali. La Regione Toscana, ad esempio (del resto, dichiaratasi sempre contraria all’insediamento, ma forse ignara ora della piega ancor più brutta che le cose via via hanno preso). Ma anche, e forse soprattutto, il Ministero dei beni Culturali e quello dell’Ambiente, i cui attuali titolari, Francesco Rutelli e Alfonso Pecoraro Scaniò, sono notoriamente due tipi attenti e tosti e hanno a disposizione fior di strumenti per intervenire. Anche dalla reattività aquesto genere di problemi si misura il cambiamento.

agosto 23, 2006

Antonio Cederna – Il cronista che raccontò l’Italia degli scempi

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 4:43 pm

di Francesco Erbani su La Repubblica del 23 Agosto 2006 pag 23

A 10 anni dalla scomparsa torna “I vandali in casa”

DIECI anni fa, il 27 agosto del 1996, moriva Antonio Cederna. Aveva 75 anni. Archeologo e giornalista, per alcuni decenni fu l’artefice di battaglie per la tutela del paesaggio e delle città storiche, sostenitore di una corretta urbanistica e avversario della speculazione edilizia. È stato fra i fondatori, nel 1955, di Italia Nostra. Ha scritto su Il Mondo, sul Corriere della Sera e quindi sull’Espresso e su Repubblica. Nel 1956 pubblicò il suo primo libro I vandali in casa, che i primi di settembre esce in una nuova edizione da Laterza per la cura di Francesco “Erbani, il quale ha scritto anche una prefazione e una postfazione (pagg. 336, euro 16). Per il decennale della morte, l’editore Corte del Fontego ha ripubblicato un altro libro di Cederna, Mussolini urbanista, con una prefazione di Adriano La Regina e una postfazione di Mauro Baioni (pagg. 281, euro 23). Da Diabasis esce poi Caro Tonino (pagg. 64, euro 10). Lo ha scritto nel 1997 Manlio Cancogni. È una specie di lunga lettera all’amico Cederna, con il quale lo scrittore toscano aveva condiviso negli anni Cinquanta la campagna giornalistica contro la speculazione edilizia a Roma, in occasione dell’alluvione che nel 1996 si abbattè sulla Versilia.

Sono molti i temi che accompagnano Antonio Cederna nei diciassette anni di collaborazione a Il Mondo di Mario Pannunzio, una collaborazione iniziata quando il periodico muoveva i primi passi, nel 1949, e chiusa quando questo terminò le pubblicazioni, nel marzo del 1966. Cederna vi svolse l’intenso lavoro di cronista delle vessazioni che il territorio italiano andava subendo in quelli e negli anni successivi. Ai maltrattamenti patiti dalle bellezze artistiche, si aggiunsero quelli inferti ai centri storici, al paesaggio e poi alle città, la cui crescita, agli occhi di Cederna, stava assumendo caratteri informi, guidata da direttrici speculative e strutturalmente diversa da quella che esse avevano conosciuto nei secoli precedenti.

(…) Negli articoli che egli scrisse si delinea il profilo di un’Italia che ha fretta di crescere ignorando se stessa, che dissipa l’antico e le qualità non solo estetiche che da esso promanano, consumando suolo e paesaggi. Parte di quegli interventi Cederna li raccolse ne I vandali in casa, uscito nell’autunno del 1956: è un libro che intona il controcanto di questo mezzo secolo di storia italiana, che da il tono di un paese il quale sarebbe potuto essere diverso da com’è stato e prefigura un’alternativa possibile che, mezzo secolo dopo (e a dieci anni dalla scomparsa di Cederna), come il negativo di una fotografia, spiega l’Italia di oggi. (…)

Cederna sottolinea il profilo sistematico delle trasformazioni italiane. La degradazione della storia e della sua eredità, la distruzione dell’antico e del bello, la manomissione della natura e dei suoi equilibri non vengonolette solo come violazioni inammissibili di  quanto il passato ha elaborato ed esteticamente definito, consegnandolo alle generazioni successive e impegnandole a tutelarlo come il luogo in cui è consegnata parte della loro identità. Questo basterebbe a imporre la salvaguardia, che è prodotto di civiltà e di civiltà moderna in specie: Ma non è sufficiente a spiegare l’atteggiamento di Cederna che si sbaglierebbe a ridurre alla sola componente conservativa: le violazioni Cederna le interpreta come uno dei modi di essere dell’Italia di quegli anni, le mette in rapporto con il tipo di sviluppo che l’Italia aveva intrapreso, con la fisionomia che andavano assumendo — o confermando —le sue classi dirigenti,  l’amministrazione statale, dai livelli più alti a quelli semplicemente esecutivi, le burocrazie comunali, combattendo con i suoi interventi chi giudicava quelle manipolazioni alla stregua di un danno collaterale, l’accidentale e inevitabile  corollario, e non una delle condizioni perché il cammino del paese  procedesse esattamente in quel  modo.
  Il Mondo è la cornice in cui le riflessioni di Cederna si distendono. E non è difficile cogliere quel di più di significato che il settimanale attribuisce ai suoi interventi: è un  contesto nel quale si schierano  Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi (per indicare soltanto due fra i tanti collaboratori cui spetta di dettare le linee-guida della testata) e che consente agli argomenti di Cederna di agganciarsi al più ampio dibattito sull’economia,la società e la politica italiana, la cultura, la cultura accademica, l’ambiente delle professioni. I “gangster” che scorrazzano sull’Appia, le grandi famiglie proprietarie di immense porzioni del territorio di Roma, gli azionisti e i dirigenti della Società Generale Immobiliare che orientano lo sviluppo della capitale nella direzione da essi auspicata, i pianifìcatori-burocrati che sventrano il centro di Milano sono i prototipi di un’economia semi-feudale, che al rischio imprenditoriale preferiscono la rendita fondiaria e immobiliare e si affiancano a quelle figure che compaiono nelle denunce di Ernesto Rossi contro il capitalismo monopolista e parassitario, il quale fonda le sue fortune sui privilegi e non sull’espansione industriale. (…)
  La posizione favorevole a una salvaguardia totale dei centri storici è il primo punto sul quale si concentra la lunga introduzione a I vandali in casa. (…) Quel che sta accadendo in quegli anni a Roma, a Milano o a Lucca non è solo l’inserimento di manufatti moderni in contesti antichi. Lo sventramento è un intervento ben più invasivò, che scardina la struttura viaria e architettonica, impone alle strade e agli edifìci misure non compatibili con la struttura tradizionale, sovraccarica un ambiente delicato di cubature fuoriproporzione. Il caso milanese e esemplare. Nel capoluogo lombardo non si distrugge, salvo che in qualche caso, edilizia monumentale, ma edilizia sette-ottocentesca non particolarmente pregiata eppure in grado di definire il linguaggio architettonico dell’intero centro cittadino. «La bella e antica e sotto molti aspetti importante città di Milano è condannata a sparire dalla faccia della terra», scrive con gli accenti dolenti e paradossali che  rendono figurata la pratica di allargare strade, rettificare, raddrizzare, costruendo edifici imponenti, che  centuplicano la rendita immobiliare. Il fascismo ha sfigurato il centro cittadino, male nuove amministrazioni meneghine proseguonta nel progetto immaginando demolizioni e ricostruzioni, disegnando “racchette” che attraversino il cuore della città da parte a parte.

Se ormai é impossibile bloccare a Roma il completamento dei lavori di via della Conciliazione o la mutilazione di via Giulia, all’altezza di San Giovanni dei Fiorentini, possono essere risparmiate altre cruente operazioni nella carne viva del centro storico. Il piano regolatore della capitale prevede il micidiale sventramento di via Vittoria e di buona parte degli edifici circostanti per realizzare una strada che da piazza Augusto Imperatore e di qui fino al Lungotevere tagli perpendicolarmente via del Corso, squarci via del Babuino e via Margutta, sfilando parallela a via della Croce e via Condotti e si infili in un tunnel sotto il  Pincio, in via San Sebastianello, sbucando in via Sant’Isidoro, praticamente in via Veneto. È uno scasso che ha le dimensioni di una catastrofe per tutto il centro storico romano e non solo per quella sua porzione pregiatissima. Al posto degli edifici esistenti sorgeranno palazzi di molti più piani e con densità abitative sconvolgenti che alimenteranno una ghiotta spirale speculativa. Sparirà la rete di piccole strade  sostituita da arterie per sole macchine ed anzi è proprio questo l’obiettivo dichiarato di tutta l’operazione: rendere più   fluido il traffico di scorrimento dalla zona dell’Esquilino e della stazione Termini al quartiere Prati, attraversando  quel che resta del centro storico. Ma grazie agli articoli di Cederna e alla mobilitazione, di molti intellettuali, quel progetto verrà sventato. (…)

 Cederna osserva le, trasformazioni che Roma sta subendo con animo dolente e articola il suo stile con i toni dell’invettiva. Non gli sfugge il contesto. L’assalto al centro impedisce che una città funzioni correttamente peché pretende di caricare il nucleo storico di funzioni incompatibili con la sua struttura e che molto più opportunamente possono essere sistemate nelle zone di espansione.

Cederna non manifesta alcuna opposizione verso la crescita di un organismo urbano, verso l’atto del costruire, tantomeno verso la categoria del moderno. L’aggressione di un centro storico, insiste, si evita con la sua integrale salvaguardia e costruendo razionalmente la città moderna, orientandone lo sviluppo in una direzione definita, immaginando un altro baricentro, quello in cui collocare le funzioni direzionali (che a Roma significa soprattutto ministeri, ma non solo) e non ammassando lungo tutta la fascia che Cinge la città insediamenti residenziali, anonimi, inospitali, dormitori senza alcun pregio. Distruggere un centro storico e far crescere la città “a macchia d’olio” sono operazioni che si reggono a vicenda, sono «un’equivoca e irrazionale contraffazione di modernità». La modernità delle altre città e capitali europee porta in una direzione diversa, dettata da una pianificazione urbanistica che è tutela di interesse collettivo e che andrebbe resa “coercitiva” « contro le insensate pretese dei vandali, che hanno strappato da tempo l’iniziativa ai rappresentanti della collettività, che intimidiscono e corrompono le autorità, manovrando la stampa e istupidiscono l’opinione pubblica».

 Vandalo è chi distrugge l’antico. Ma non solo. La coppia oppositiva vandalo / modernità è scandita con nettezza. Vandalo è chi distrugge l’antico perché la città assuma una fisionomia più consona a interessi privati e non pubblici, perché il suo territorio venga spremuto al pari di una risorsa dalla quale ricavare quanto più reddito possibile. Il secondo tempo dello sventramento è infatti lo sfruttamento intensivo dei terreni appartenenti alle grandi proprietà immobiliari, verso le quali si indirizzano le scelte amministrative, adottate senza criteri razionali, urbanisticamente verificabili, che non siano la forza dei titolari di quelle proprietà. I bersagli polemici del Cederna di questi anni (la distruzione delle, ville, gli sventramenti nel centro storico, le costruzioni ai piedi dell’Aventino o a San Giovanni) non si comprendono appieno se non allargandola mira sull’intera urbanistica romana, che a sua volta condensa ed esalta le scelte che le classi dirigenti stanno compiendo su scala nazionale.

agosto 5, 2006

Comunità pianificate, ghetti distopici?

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 3:15 pm

di Riccardo Romani
Mathias Vincent e Orlando Bensimon condividono un vecchio appartamento, quinto piano senza ascensore, nel West Village di New York. È il nido perfetto per chi nonvuoi sottoporre le proprie inclinazioni sessuali a fastidiosi schermi protettivi. Però stanno affrontando l’autunno della vita e quel pulsare febbrile che attraversa quotidianamente il “gay district” non è esattamente ciò che avevano desiderato per la loro pensione.
L’opportunità di cambiamento è arrivata per posta: un depliant curato, una videocassetta e l’offerta per una gita fuori porta, “tutto a carico nostro”. Un breve tour in una nuova Planned community nel cuore dell’Arizona.
Dice Orlando: «Non c’era nessuna controindicazione. Nel peggiore dei casi ci saremmo fatti un bei weekend in un posto
gradevole, senza tirare fuori un dollaro».
Le cose sono andate diversamente. Mathias e Orlando hanno allungato il weekend che è diventato una settimana. Poi un mese. Alla fine sono tornati a New York, ma soltanto per preparare i dettagli del loro trasloco. In America la chiamano “relocation”. È una cosa molto meno traumatica di come verrebbe vissuta da noi. Si esce di casa alla ricerca di una qualità di vita migliore. Ci si ferma nel punto in cui la si trova, come pionieri che annusano la terra fertile. Mathias e Orlando si sono messi alle spalle New Yorke giurano di non voler mai più invita loro vedere un grattacielo e respirare gas di scarico.

Quelli della Planned community hanno pianificato (certo, lo dice la parola stessa) persino i futuri potenziali compagni di bridge, proponendo loro una serie di profili di ragazzi della loro età, over 60, con gli stessi gusti e i medesimi interessi. Nella nuova casa non cisarà neppure bisogno di cercare nuovi amici. Tè li procurano già compresinel prezzo.

Non c’è nulla di sconvolgente e neppure di inedito nella creazione di una Planned community: è solo una ragionata, solida e lungimirante operazione di mercato. Una formula che, nell’America dei grandi spazi, ha assunto un valore diverso.

Storicamente furono Planned community città come Siena, Brasilia o Washington, nate da esigenze ben precise, e disegnate secondo dettami non convenzionali per le rispettive epoche. Ma qui siamo di fronte all’evoluzione della specie, alla Planned Community ritagliata sui bisogni specifici e sugli orientamenti (dirazza, sessuali, sportivi, e soprattutto di ceto).

Le Planned communities come sono pensate oggi, hanno un padre: si chiama Robert E. Simon e nel 1964 investi tutti i suoi risparmi nella creazione di Reston (acronimo del proprio nome) località della Virginia disegnata come fosse Portofino, e al posto del mare in faccia all’abitato, un lago artificiale di nome Ann. Quel primo agglomerato era una perfetta miscela di residenze, shopping center, parchi, zone ricreative e così via. Chi avesse scelto di viverci non si sarebbe mai guardato indietro.
All’inizio quell’esperimento-incrocio tra Truman show e Milano 3, venne monitorato dai mass media quasi fosse un laboratorio per mutanti. Poi divenne la norma e oggi le Planned communities sono migliala nel paese. Per tutti i gusti, per ogni tasca.

Le linee guida di ciascuna comunità sono però simili: si vive, si lavora e ci si diverte, rimanendo sempre e comunque all’interno del recinto prescelto. Si cambia casa dentro alla comunità in funzione del cambio di età e dell’avanzamento sociale.

Florida, Arizona e Nevada sono gli Stati dove le vendite di immobili presso Planned communities sono aumentati del cento per cento negli ultimi dieci anni. Il clima ideale e gli spazi sconfinati sono le sirene che cantano per conto dei maghi del marketing. L’area attorno a Las Vegas. è letteralmente esplosa negli ultimi cinque anni. La località Henderson, non lontana dalla celebre striscia otturata di casinò, è considerata il luogo d’America con la più alta qualità della vita.
Ma anche quella con il tasso più alto di popolamento negli Usa, con 250 mila abitanti oggi contro i 149 mila del 2000. Na
turalmente, esigenze sociali a parte, le Planned communities generano un giro d’affari importante. A Poinciana, non lontano da Las Vegas, sorgono le due communities più ricercate d’America: Lady Lake e Thè Villages. Parliamo di oltre 4.200 vendite nel 2005, incremento dell’8 per cento rispetto all’anno prima. Chi sceglie questo stile di vita si vota alle certezze. Sono esistenze omologhe, con tinelli identici in New Mexico come nel Vermont, e sale biliardo con lo stesso segnapunti a forma di ragazza in bikini (forse a eccezione della comunità scelta da Orlando e Mathias). In New Jersey ti vendono l’emozione di vivere a Lake Como, che non sarà Bellagio, d’inverno scende sotto zero e il lago artificiale finto di Como ghiaccia, ma la gente mica ci bada a quelle cose.  Le aziende che costruiscono case prefabbricate sono diventate colossi in pochi anni. Producono ambienti confortevoli e rassicuranti. American Style, dicono.

La sicurezza è un altro aspetto: la fuga dalle grandi città è iniziata a ridosso dell’11 settembre e non si è ancora fermata. Anche se non tutti guardano alle Planned communities come ai cancelli del cielo. Nell’Idaho, Ada County, luoghi fiabeschi ma popolazione non troppo socievole, due Planned communities fanno discutere: Thè Cliff and Thè Village. Dovrebbero per statuto essere completamente autosufficienti; poter contare su propri servizi di emergenza; avere le proprie scuole; pagare le tasse per migliorare le strade che le riguardano e cosi” via. Quelli di Boise, la città vicina, protestano perché la gente della Planned community porta via posti di lavoro e non paga le giuste tasse. Sono visti come parassiti. E ora dovranno anche difendersi da un’offensiva legale. Forse è solo invidia. Forse no. Ma a volte la sbarra che separa il ghetto dalla Planned community può diventare invisibile.

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ALPHAVILLE EXISTS
In these dystopian times, Jean-Luc Godard’s remarkable work is more relevant than ever
By Chris Darke
‘Jeremiah has never had much success in pretending he doesn’t thoroughly enjoy his job.’ (Kingsley Amis, New Maps of Hell)

Aphaville (Sao Paolo)Alpaville (São Paolo) 1985

Seven and a half miles from the heart of São Paulo there is a gated community which houses 30,000 of the city’s richest and most security conscious residents, many of whom travel by helicopter to work among the 17 million other inhabitants of the world’s third largest city. According to the Washington Post, ‘at night, on “TV Alphaville”, residents can view their maids going home for the evening, when all exiting employees are patted down and searched in front of a live video feed.’ In his account of ‘a walled city where the privileged live behind electrified fences patrolled by a private army of 1,100’, the Post’s correspondent failed to discover which keen ironist had named the development after the film by Jean-Luc Godard. Nor, I suppose, would it have been much appreciated had the reporter, as he flew low over the teeming favelas, the prisons and choked highways, casually asked his host, a CEO and Alphaville resident, ‘You do realise you’re living in a movie, don’t you?’

Developed by the Alphaville Urbanismo Corporation in the 1970s, Alphaville São Paolo ‘resembles its fictional namesake in elaborate and all-encompassing surveillance techniques’ writes an American professor of urban studies, ‘including high walls, hidden cameras and alarm systems … The Alphaville gym specializes in selfdefence and is called CIA.’ The facts about the development get better, or still worse, depending on whether one prefers dystopia to remain firmly in the realms of fiction or to come fully fledged to life:

“To advertise Alphaville, the company sponsored some episodes of a popular prime-time Brazilian soap opera whose leading male character is an architect. The architect and his mistress visit Alphaville where, according to Brazil’s Gazeta Mercantil, the characters exalt the safety, freedom and planning of the place, comparing it to the neighbourhoods shown in US films.”

And so … Godard’s film about a city of the future, shot on location in the Paris of the mid-1960s, has endowed not just one but thirty gated communities in Brazil with its name. And reality, having provided fiction with the raw material for its most dystopian scenarios, returns the compliment by materialising them. The back-and-forth between image and reality is dizzying: from CCTV to soap opera, from European art cinema to aspirational Hollywood and back again. Where does the utopian projection end and dystopian reality begin? We might call it, with a certain queasiness, the ‘Alphaville effect’. But surely this is only an accident of naming, a sick joke? Are the ‘Alphas’ paying to inhabit their top-security luxury lock-up only so-called compared to the favela-dwelling ‘Epsilons’? How long before Alphaville becomes a suburb of Los Angeles, a satellite of Mumbai? As the oracular tones of the supercomputer Alpha 60 remind us at the beginning of Godard’s film, there are indeed times when ‘reality becomes too complex for oral transmission. But legend gives it a form by which it pervades the whole world.’

Dystopia Discovered & Described (A dystopia is a fictional society that is the antithesis of utopia, usually characterized by an authoritarian or totalitarian form of government, or some other kind of oppressive social control.)
 first question to be asked about Alphaville’s dystopia is, how seriously should we take it? Wasn’t Godard’s vision of technological servitude, a talking computer-god and a surveillance-ridden city-state already a little derivative, if not old-hat, back in the sixties? And isn’t the dystopian element in the film just that, an element, one among many of which the master-collagist avails himself? The answers I propose to these questions are, in reverse order: ‘yes’, ‘yes’ and ‘very seriously’. Before considering Godard’s depiction of dystopia, it’s worth recalling how the word has come down to us. As an invented word for an imaginary place, ‘dystopia’ designates the worst of all possible worlds but if we consider how familiar the adjective ‘dystopian’ has become, a shorthand blessing for knee-jerk JEREMIAHS everywhere, we have to ask at what point in the long history of ‘no places’ did the bad begin to edge out the good? The strict meaning of dystopia’s antonym ‘utopia’ is nowhere or no place but has often been taken as meaning good place, as in the title of Sir Thomas More’s classic proposal of an ideal society published in 1516. John Carey describes this as being because of ‘confusion of its first syllable with the Greek eu as in euphemism or eulogy. As a result of this mix-up another word dystopia has been invented, to mean bad place.’ Sensibly deciding that dystopia nevertheless remains a ‘useful word’, Carey makes a useful distinction:
“Strictly speaking, imaginary good places and imaginary bad places are all utopias, or nowheres …To count as a utopia, an imaginary place must be an expression of desire. To count as a dystopia, it must be an expression of fear.” 

The journeys taken through these imaginary places have become a staple of the modern imagination and Carey is right to describe ‘desire’ and ‘fear’ as their impetus. Across the twentieth century, these journeys have departed from the desire to control the future and to imagine the techniques by which this might be achieved only to culminate in the fear of having lost control of those same techniques. The British novelist Kingsley Amis came to a similar conclusion in his 1960 study of science-fiction literature, New Maps of Hell:
“Whereas 20 years ago, the average yawn-enforcer would locate its authoritarian society on Venus or in the thirtieth century, it would nowadays, I think, set its sights at Earth within the next hundred years or so. The machinery of oppression, then, is wielded not by decadent quasi-aristocrats in ceremonial dress – these are far more common in fantasy – but by business-like managerial types well equipped with the latest technological and psychological techniques for the prevention or detection of heresy.” –

The un-policed imagination is the sovereign enemy so, in Dystopia, no one will let you dream.
‘Dystopia’ really came into its own around the middle of the 20th century, encouraged by a brace of nightmarish fictional speculations that included Yevgeny Zamyatin’s We (1924), Aldous Huxley’s Brave New World (1932) and Orwell’s Nineteen Eighty Four (1949). Its contemporary coinage was the work of Glen Negley and J. Max Patrick, a pair of American scholars who, in 1952, published The Quest for Utopia. Duly coined, the word passed rapidly into common currency.

Dystopias extrapolate from the present those signs of modernity whose promise is at best ambiguous and at worse downright frightening and, in so doing, they hold the idea of ‘progress’ at an ironic, allegorical distance the better to question it. The dystopian scenario need not be the exclusive preserve of science fiction but, with the genre’s propensity for speculation, allegory and straightforward prophecy, it appeared as its natural home. During the 1950s and 1960s a tendency emerges in literature and cinema dramatising a host of fears about the emerging modern landscape and ‘dystopian’ becomes its accepted description. As Amis observed, with science fiction’s focus shifting away from depicting other worlds in outer space towards the otherness of life on Earth it was well placed to accommodate the fears that were coalescing at the same moment: fears of automation and atomic destruction, of consumerism and standardisation. Each is a typically modern fear stemming from the suspicion that beyond modernity’s gleaming carapace, behind the windows of skyscraper and department store alike, forces were at work whose purpose was to control and subjugate humanity. If, by the 1960s, certain conventions were sufficiently well established to be recognised as describing a ‘dystopian’ vision then Godard, in Alphaville, turns them inside-out, inverting them to make them resonate anew.

One can happily travel through Alphaville ticking off dystopian tropes – ‘Tyranny of the Machine’, ‘Crime of Love’, ‘Visitor from Another Time’, ‘City of the Future’ – which probably explains why, in 1967, Robin Wood claimed, ‘In terms of intellectually worked out prophecy, Alphaville offers little that is new, most of its ideas about the future of society being traceable to Nineteen Eighty Four, Brave New World and other works.’ Which is fair, up to a point. Yes, Godard’s Alpha-ville may well be indebted to Huxley’s genetically-engineered hierarchy which runs from Alpha to Epsilon, just as the all-seeing Alpha 60 can be taken as a surrogate for Orwell’s ‘Big Brother’, but the film also owes something to Zamyatin’s depiction of a technocratic autocracy enclosed within a glass city. But as a low-budget take on Metropolis presided over by a high-tech version of Dr. Mabuse, Alphaville owes equally to Fritz Lang. Wood’s criticism neglects Godard’s bravura creation of the city itself, not from sets but through filming some of the most modern structures Paris had to offer in 1965 and from the careful selection of surface detail. This undeniably qualifies as much as an ‘idea’ as a production decision; beyond simply making the most of a limited budget it also observes the ‘presence of the future’ that was materialising in the metropolitan fabric of Paris. The British novelist J.G. Ballard summed it up well: ‘For the first time in science fiction film, Godard makes the point that in the media landscape of the present day the fantasies of science fiction are as ‘real’ as an office block, an airport or a presidential campaign.’

The avowed purpose of Alphaville’s city-state is, bowdlerising Diderot, to strangle the last lover with the entrails of the last poet.
It is not only the conventional sci-fi image of the futuristic metropolis that Godard invokes in an inverted form. The character of Lemmy Caution, for example, is a comical inversion of the ‘Visitor from another Time’, as Godard admitted: ‘I didn’t imagine society in twenty years from now, as [H.G.] Wells did. On the contrary, I’m telling the story of a man from twenty years ago who discovers the world today and can’t believe it.’ And it is this man from the past who must confront the ‘Tyranny of the Machine’ with the only weapons he has: low cunning, a loaded gun and lyric poetry. Similarly, Lemmy and Natasha join the ranks of characters such as Winston Smith and Julia in Nineteen Eighty Four and D-503 and 330 in We – each guilty of the ‘Crime of Love’. In Alphaville, love is not the carnal transgression it is for those other outlaw lovers but a chaste and lyrical romanticism. Love remains a crime, though, because it represents the royal road to the imagination, which allows the lovers to entertain the idea that another world is possible. In the name of ‘Silence, Logic and Security’ the avowed purpose of Alphaville’s city-state is, bowdlerising Diderot, to strangle the last lover with the entrails of the last poet. One might say that in the eutopian mode all the imagination goes into the worldmaking, whereas in the dystopian it goes into escaping that world. And, from Zamyatin’s We – ‘ … you are sick. And the name of your sickness is FANTASY!’ – via Brave New World’s bliss-inducing drug Soma to the crowdpleasing pablum of Prolecult as imagined in Nineteen Eighty-Four, the inhabitants of dystopia are everywhere encouraged in their ‘eager denial of mind’. The un-policed imagination is the sovereign enemy so, in Dystopia, no one will let you dream. There is another dimension to the idea of the no-place worth mentioning. Godard once claimed that the principal achievement of the new wave was to have established a new country on the map of the world and the name of that country was ‘cinema’. What could be more utopian than that?

From no-place to non-places
Science-fiction films tell us as much about the time in which they were made as the future they project and between the two moments – the one specific, the other nominal (1984, 2001, etc) – a sense develops of their qualities of prescience and allegorical vision. The enterprise of proposing a world-to-be is always a hostage to the future’s fortune. The law of diminishing returns that applies as regards special effects bears this out. How soon before Matrix-era ‘bullet time’ looks as dated as Douglas Trumbull’s ‘star gate’ pyrotechnics in 2001: A Space Odyssey (Stanley Kubrick, 1968)? Which may explain why Alphaville hasn’t aged as badly as other examples of the genre; it finds its ‘special effect’ in the specifically cinematic resource of light.

But this light, let’s remind ourselves, is the light of the past brought to bear on the presence of the future now. Would it be going too far to suggest that, in adding the dimensions of past and future to the present of 1965, Godard was able to set the controls of his particular time machine to withstand the very test of time? There’s no shortage of films that seek to travel in time following Alphaville, from Blade Runner (Ridley Scott, 1982) and Mauvais sang (Leos Carax, 1986) to Gattaca (Andrew Niccol, 1997) and Dark City (Alex Proyas, 1998). There is also the developing genre of what critic Jonathan Romney has named ‘steel and glass cinema’ which he describes ‘as cinema set in the recognisably contemporary urban world but framed and shot in such a way that it becomes detached, not unreal so much as irreal, bordering on science fiction’, examples of which include Elle est des nôtres (She’s a Jolly Good Fellow, Seigrid Alnoy, 2002), Demonlover (Olivier Assayas, 2002), Cypher (Vincenzo Natali, 2002) and Code 46 (Michael Winterbottom, 2003). Romney claims Alphaville to be ‘the mother’ of such cinema and with good reason. In the forty or so years separating Alphaville from Demonlover it has become evident that the no-place of Godard’s dystopia, with its labyrinth of corridors and lobbies, was already one big non-place in waiting. The presence of the future that Godard was keen to capture back in 1965 has since taken shape as a global nonplace crossing continents and time-zones. ‘It may be that we have already dreamed our dream of the future’, J.G. Ballard has mused, ‘and have woken with a start into a world of motorways, shopping malls and airport concourses which lie around us like a first instalment of a future that has forgotten to materialize.’ Or, to put it another way, Alphaville exists. Everywhere.

This is an edited extract from Chris Darke’s monograph on J-L Godard’s Alphaville to be published by I.B.Tauris in 2005. Chris Darke is a writer, critic and lecturer on the moving image. His book of selected writings, Light Readings, is published by Wallflower Press. He is also represented, with his film study Chris on Chris, on the

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Alain De Botton
da “Le consolazioni della filosofia” – “The Consolations of Philosophy”, 2000
Guanda, Parma, 2002, Le Fenici Tascabili
traduzione: Anna Rusconi

(pag 78) Misurare l’effetto complessivo sortito dal poema lucreziano sulle attività commerciali del mondo greco-romano è ovviamente impossibile, così come lo è scoprire se, grazie alla gigantesca scritta, i cittadini di Enoanda alla fine compresero di cosa avevano bisogno e smisero di acquistare ciò che invece non gli serviva. Non possiamo però escludere che una campagna pubblicitaria epicurea ben concepita sarebbe per esempio in grado di accelerare una crisi economica. Poiché secondo Epicuro la maggioranza delle imprese economiche stimola desideri superflui in chi non sa individuare i propri bisogni reali, i livelli di consumo risulterebbero senz’altro penalizzati da un aumento di consapevolezza e di gradimento della semplicità. Nessuna sorpresa, dunque, per il filosofo, giacché:

La povertà commisurata al bene secondo natura è ricchezza; la ricchezza senza misura è una grande povertà.

Ci troviamo insomma di fronte a una scelta: da un lato, società che stimolano desideri superflui ma hanno una forza economica enorme; dall’altro, società epicuree capaci di soddisfare i bisogni materiali essenziali ma non di innalzare lo standard di vita minimo al di sopra del livello di sussistenza. In un mondo epicureo non esisterebbero monumenti grandiosi né progresso tecnologico, e i commerci con terre lontane sarebbero ben poco incentivati. Una società i cui membri avessero bisogni più contenuti sarebbe automaticamente una società di risorse scarse. Eppure, se dobbiamo credere al filosofo, non si tratterebbe affatto di una società infelice. Per dirla con Lucrezio, in un mondo privo di valori epicurei

… il genere umano si travaglia senza alcun frutto e invano sempre, e tra inutili affanni consuma la vita, certo perché non conosce un limite al possesso e nemmeno, fin dove s’accresca il vero piacere.

Ma, contemporaneamente: Questo a mano a mano ha sospinto la vita in alto mare.

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enoanda

Nel II secolo d.C. Diogene di Enoanda dedica il muro di un portico all’ingresso della città alla trascrizione delle massime del maestro Epicuro:
Condotto dall’età verso il tramonto della vita, e pronto in ogni istante a prendere congedo dal mondo con un canto malinconico sulla pienezza della mia felicità, ho deciso, per paura di lasciarmi prendere alla sprovvista, di recare soccorso a tutti coloro che sono nella buona disposizione per riceverlo. Se una persona, o due, o tre, o qualunque numero vogliate, fosse in una condizione difficile, e io fossi chiamato in suo aiuto, farei tutto ciò che è in mio potere per dare il mio miglior consiglio. Oggi, come ho detto, la maggior parte degli uomini sono malati, come in un’epidemia; malati delle loro false credenze sul mondo; e il male imperversa, perché se lo trasmettono l’un l’altro come pecore. Inoltre è semplicemente giusto portar soccorso a coloro che verranno dopo di noi; anch’essi sono gente nostra, benché non siano ancora nati. L’amore per gli uomini ci ordina di aiutare gli stranieri che per caso passino di qui. Poi che il messaggio del libro è stato già diffuso fra gli uomini, ho deciso di utilizzare questo muro e di esporre in pubblico il rimedio ai mali dell’umanità.

* * * * * * * * * * *

Epicuro (Samo 340 a.C., Atene 271 a.C.)

I tre ingredienti per la felicità:
L’amicizia. “Di tutti i beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti è l’acquisto dell’amicizia.”
La libertà. L’uomo libero è già un passo verso la felicità. L’uomo libero dalle opinioni altrui lo è ancora di più.
Il pensiero, la parola e la scrittura consolatoria.

agosto 1, 2006

Città restituite alla natura – 2006

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 1:23 pm

Richard Louv, futurista e giornalista
L’ultimo bambino nei boschi, Rizzoli 2006 (Last Child in The Woods, 2005)

[…] Tutelare le oasi naturali (parchi e riserve) nelle aree urbane non è abbastanza, secondo la teoria ecologica corrente. Invece, un sano ambiente urbano richiede dei corridoi naturali per consentire il movimento e la diversità genetica. Si può immaginare questa teoria applicata a intere regioni urbane, con corridoi naturali per la fauna che si estendono in profondità nel territorio urbano e nella psiche urbana, creando un ambiente completamente diverso nel quale i bambini potranno crescere e gli adulti invecchiare, dove il deficit di natura lascerà il posto a un’abbondanza di natura.

[…] II concetto di zoopolis non è nuovo o utopistico come potrebbe sembrare. Negli anni successivi al 1870, il «movimento dei campi giochi» apprezzava la natura più di scivoli, altalene e campi da baseball; la natura era presentata come un giovamento per la salute degli americani della classe lavoratrice, e in particolare dei loro (fine pag. 210) figli. Questo movimento portò alla creazione dei più grandi parchi cittadini del Paese, incluso il Central Park di New York. A esso si accompagnò, all’inizio del XX secolo, il movimento delle «città salubri», che coniugò la salute pubblica e la pianificazione urbana, arrivando persino a codificare a quanti metri di distanza da un’abitazione dovessero trovarsi parchi e scuole.
Poi intervennero altre forze. Le città continuarono a realizzare alcuni grandi parchi urbani durante lo sviluppo che seguì la fine del secondo conflitto mondiale, ma in modo diverso: erano aree sempre meno naturali e sempre più costruite in funzione degli sport e in modo tale da evitare eventuali azioni legali. Né i bambini né la natura sono stati al centro delle preoccupazioni degli urbanisti nei passati decenni.

[…] Mentre molti americani forse considerano bizzarro, persino minaccioso, questo pensiero ecoutopico, nell’Europa occidentale la biourbanistica dimostra che un futuro urbano alternativo è possibile e realizzabile, e ha dato speranza a quei pionieri nelle città americane che concordano con McDonough sul fatto che le città dovrebbero «proteggere, purificare l’aria, l’acqua e lo spirito e corroborare e alimentare il pianeta, invece di essere fondamentalmente estrattive e dannose».

[…] Ciò di cui abbiamo realmente bisogno, oltre alla lungimiranza, è un semplice principio organizzatore centrale. La miglior guida alla pianificazione forse è nascosta tra le pieghe di uno di quei profetici progetti urbanistici del passato. Nel 1907, John Nolen, uno dei padri dell’urbanistica americana, propose quattro principi informatori. Lo sviluppo futuro dovrebbe:
1. Conformarsi alla topografìa.
2. Destinare i luoghi all’uso per cui sono naturalmente più adatti.
3. Conservare, sviluppare e utilizzare tutte le risorse naturali, tanto estetiche quanto commerciali.
4. Garantire la bellezza con progetti organici piuttosto che con il semplice abbellimento od
ornamento.
Oggi questi principi potrebbero essere condensati in uno solo: rispettare la naturale integrità del luogo. Forse non riusciremo mai a metterci d’accordo sulla definizione di «qualità della vita», ma riconosciamo tutti un orizzonte naturale quando lo vediamo. Per via di quanto sappiamo della relazione tra bambino e natura, possiamo apprezzare l’importanza di quell’integrità.

luglio 30, 2006

La Città e il diritto alla Natura – 1930

Filed under: Inquinamento luminoso, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 5:03 pm

Chicago Jens Jensen architetto del paesaggio di Chicago
( Dybbøl, Slesvig, Denmark 1860, Ellison Bay in Door County, Wisconsin 1951)

«Chiunque ha diritto a una casa dove il sole, le stelle, i campi aperti, i grandi alberi e i fiori siano liberi di impartire un’indisturbata lezione di vita».

“everyone is entitled to a home where the sun, the stars, open fields, giant trees, and smiling flowers are free to teach an undisturbed lesson of life.”

Urbanistica integrale: connessione, comunicazione e celebrazione

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 1:29 pm

Zygmunt Bauman (Poznan 1925) sociologo

 L’alternativa all’insicurezza non è il dono della quiete, ma la condanna alla noia. È possibile debellare la paura senza cadere nel tedio? Forse questa è la principale difficoltà in cui si dibattono urbanisti e architetti: un dilemma che non ha ancora trovato una soluzione convincente, soddisfacente e incontestata, una domanda cui è forse impossibile dare una risposta che soddisfi appieno, ma che (forse per la stessa ragione) continuerà a stimolare le sperimentazioni più accanite e le invenzioni più ardite da parte di architetti e urbanisti.[…]

Gli scenari carichi di rischio tendono ad attrarre e respingere allo stesso tempo, e il punto in cui una reazione si trasforma nel suo opposto è estremamente variabile   e mobile, virtualmente impossibile da individuare e tanto meno da fissare.[…]

È proprio nei luoghi pubblici che il futuro della vita urbana (e con esso, visto che la maggioranza crescente della popolazione umana abita in città, il futuro della coabitazione planetaria) si decide, esattamente ora.[…]

La tendenza ad allontanarsi dagli spazi pubblici per ritirarsi in isole di identicità [sameness] diventa, col passare del tempo, il principale ostacolo al convivere con le differenze, in quanto fa sì che le capacità di dialogo e di negoziato appassiscano e muoiano. É l’esposizione alla differenza a costituire, nel tempo, il principale fattore di una felice convivenza, in quanto fa sì che le radici urbane della paura appassiscano e muoiano.

Poiché le cose procedono ormai per forza propria, si avverte il crescente pericolo che la sfera pubblica si riduca (come si è espresso icasticamente Jonathan Manning, della South African Ikemeleng Architects) allo «spazio inutilizzabile fra sacche di spazio privato». 

questo spazio sterile, l’interazione umana è limitata al conflitto tra chi è in auto e chi va a piedi, tra chi ha e chi non ha (e chiede l’elemosina o vende oggetti ai semafori), agli incidenti d’auto, al pericolo d’investire chi attraversa imprudentemente la strada, ai furti con scasso, agli scippi. Le interfacce tra sfera pubblica e spazi privati […] sono costituite solo dalle vetrine dei negozi o dai complessi meccanismi difensivi per tenere a distanza il prossimo – portinerie, muri, filo spinato, recinzioni elettriche.

Manning conclude la sua analisi con un appello affinché «l’attenzione nella progettazione si sposti dagli spazi privati a una sfera pubblica più ampia che sia utilizzabile e al tempo stesso stimolante […]. Quest’ultima deve servire diversi usi alternativi e fungere da catalizzatore, anziché da ostacolo, dell’interazione umana». Nan Ellin chiude il suo studio affermando la necessità di un’«urbanistica integrale», di un ap proccio cioè che valorizzi «la connessione, la comunicazione e la celebrazione». E aggiunge: «Abbiamo il compito di costruire città in modo tale da sviluppare le comunità e l’ambiente che in ultima analisi sostiene tutti noi. Non è un compito facile. Ma è essenziale».

(Vita Liquida, Editori Laterza 2006, p. 80-82)

Tutelare lo spazio pubblico dalle società immobiliari – 2006

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 1:21 pm

Zygmunt Bauman (Poznan 1925) sociologo

Durante un convegno di urbanistica svoltosi a Berlino nel 1990 Richard Rogers, uno dei maggiori e più acclamati architetti britannici, avvertiva:
“Se proponiamo un progetto a un investitore, ci chiederà subito: «A che servono gli alberi, e perché mettere dei portici?». Agli investitori interessa solo lo spazio destinato agli uffici. Se non riusciamo a garantire che l’edifìcio sarà ammortizzato entro dieci anni, è inutile fargli proposte.”
Rogers descrive Londra, la città in cui ha appreso quest’amara lezione, come una «città politicamente paralizzata, quasi totalmente in mano alle società immobiliari». Quando sono in gioco interventi rilevanti di ammodernamento dello spazio urbano, come la ricostruzione degli arsenali londinesi (i maggiori d’Europa), il progetto viene vagliato in modo meno approfondito di quanto non si faccia per la «domanda di poter installare un’insegna luminosa su un negozio di fish and chips di East India Dock Road». Lo spazio pubblico è stato la prima vittima collaterale di una città che sta perdendo la  sua difficile battaglia per arrestare, o almeno frenare, l’inesorabile avanzata del moloch globale. E così, conclude Rogers, «ciò che occorre, fondamentalmente, è un’istituzione che tuteli lo spazio pubblico».
Più facile a dirsi che a farsi… Dove andare a cercare una simile istituzione? E se anche la si trovasse, come attrezzarla perché sia all’altezza del compito?

(Vita Liquida, Editori Laterza 2006, p. 78)

La città e il capovolgimento del proprio ruolo storico – 2006

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 1:11 pm

Zygmunt Bauman (Poznan 1925) sociologo

Le mura, i fossati o gli steccati segnavano il confine tra ‘noi’ e ‘loro’, tra l’ordine e la natura selvaggia, tra la pace e la guerra: i nemici erano coloro che si tro vavano fuori di quel perimetro e non potevano varcarlo. «Da spazio relativamente sicuro», tuttavia, la città, soprattutto nel corso dell’ultimo secolo, ha finito per essere associata «più al pericolo che alla sicurezza». Oggi le nostre città, con un singolare capovolgimento del proprio ruolo storico e contro le intenzioni e le aspettative originarie, si stanno rapidamente trasformando da riparo contro i pericoli in principale fonte di pericolo. Diken e Laustsen si spingono ad affermare che il «collegamento» millenario «tra civiltà e barbarie si è invertito. La vita urbana si trasforma in uno stato di natura caratterizzato dal dominio del terrore e accompagnato da una paura onnipresente»

(Vita Liquida, Editori Laterza 2006, p. 75) 

Globalizzazione – 2006

Filed under: Mondo che cambia, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 1:03 pm

Zygmunt Bauman (Poznan 1925) sociologo

“Si può riformulare il vecchio detto secondo cui sono gli uomini a sparare, ma è Dio a decidere dove indirizzare le loro pallottole: contadini e cittadini lancino pure i loro missili – saranno i mercati globali a portarli a destinazione.”
(Vita Liquida, Editori Laterza 2006, p. 72) 

luglio 22, 2006

Blade Runner – 1982

Filed under: Arte, Formazione, Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 1:04 pm

di Ridley Scott

LOS ANGELES, NOVEMBER 2019 .. Roy: I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched C-beams glitter in the dark near Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time like tears in rain. Time to die.
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i corridoi fra i grattacieli, i luminosi neon rossi, i mix di imbottiture anni Quaranta e lo splendore high-tech giapponese descritti da Syd Mead, che ha visualizzato il futuro nel film, come “un labirinto di dettagli meccanici che coprono un’architettura poco riconoscibile producendo una sovrapposizione di stili ….. retro-deco” – è perfettamente postmoderna e inibirà qualsiasi descrizione successiva del futuro.

 

Agricoltura e valorizzazione del territorio – 2006

Filed under: Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 7:47 am

…”spostando il valore aggiunto finale sugll’agricoltura si favorisce la manutenzione del territorio, la conservazione del paesaggio, etc” (Ing. David Chiaramoti PhD, Dipartimento di Energetica, Università di Firenze)

questa nota di David Chiaramonti merita una risposta a parte. Se guardiamo ai flussi economici degli ultimi anni vediamo che il settore immobiliare è quello che favorisce una crescita della ricchezza piu veloce. Ma è anche il settore che maggiormente devasta il territorio.
Se assisteremo alla scomparsa dell’agricoltura locale, perderemo le “green belts” di protezione dall’urbanizzazione selvaggia alle perifierie delle metropoli. Quindi favorire in tutti modi l’agricoltura locale mi sembra veramente un modo per difendere il territorio. Il problema serio sta pero’ nella valorizzazione, una produzione agricola o agroenergetica può competere con una speculazione immobiliare? (magius)

dalla mailing list di ASPO italia

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