Patrick Marini

dicembre 4, 2006

là dove cemento e asfalto disgregano natura e cultura.

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 8:21 am

di Vittorio Emiliani – l’Unità, 29/11/2006

… Stavo seguendo in tv la cronaca di una tappa del Giro d’Italia ripresa dall’elicottero e mi sorpresi a osservare: «Ma guarda che paesaggio ordinato, ben tenuto, senza robaccia di mezzo. Non sembra nemmeno Italia». Difatti non la era: quel giorno il Giro era sconfinato in Austria. Provate a scendere in aereo su Venezia, vi colpirà come un pugno allo stomaco l’assenza di campagna fra Mestre, Treviso, Padova, con una commistione terribile fra quartieri e capannoni, villette e fabbriche. È quello che gli anglosassoni chiamano urban sprawl, il disordine urbano, e di cui stanno discutendo intensamente, loro, i tedeschi, i francesi. Noi quasi per niente. A parte il recente bel libro di Edoardo Salzano e altri intitolato NO Sprawl (Alinea).

Se provaste a sorvolare in aereo il distretto industriale della Ruhr, vedreste un paesaggio molto più ordinato, molto più razionale, con molto più verde di quello veneto. Del resto, gli investimenti nell’edilizia residenziale sono saliti in Italia da 58 miliardi di euro (1999) a oltre 71 miliardi (2005) con un incremento del 23 per cento. Per i permessi di costruzione risultano in testa il Veneto e l’Emilia-Romagna. Per l’intera Italia tali permessi riguardano quasi 881.000 stanze in un solo anno. Con una popolazione, di contro, n crescita lentissima (3 per cento in più nell’ultimo quindicennio) e soltanto per effetto dell’immigrazione. La quale però non trova case a costi sopportabili.

Da noi gli alloggi in affitto sono pochi (19 per cento del totale contro il 55 della Germania) e l’edilizia sociale è stata lasciata precipitare al 4 per cento contro il 20 per cento circa di Francia, Regno Unito e Svezia e il 35 dell’Olanda. Una vergogna. Dunque, quella in costruzione è tutta edilizia per il mercato. La sua corsa continua, inarrestabile: nel primo semestre del 2006, il comparto è arrivato all’indice 128,9 fatto 100 quello del 2000. Nella produzione di cemento siamo in vetta all’Europa assieme alla Spagna, ben davanti a Francia e Germania. E si vede: basta girare l’Italia o attingere alle cronache locali. Mille cantieri aperti a Vigevano dove si aspettano i milanesi in fuga dal caro-città. Poco meno a Vogherà per le stesse ragioni (o illusioni). A Bertinoro, piccolo Comune medioevale della Romagna, balcone sulla pianura, ben 700 cantieri aperti. In Toscana lotti dai 400 alloggi per volta in su (seconde case, per lo più) a Donoratico, a Bagnaia, a Fiesole, a Bagno a Ripoli, ecc. Con un dato nazionale nuovo: dalla costa la speculazione edilizia delle seconde e terze case è ormai risalita all’interno e si sta mangiando la collina.

Anche in Umbria e Toscana. A fronte di una popolazione, ripeto, quasi ferma. E con un patrimonio edilizio gigantesco: dai 36,3 milioni di stanze del 1951 siamo passati ad oltre 130 milioni (+ 247 per cento), più tutte quelle abusive da sanare, albi milioni. Ricordo l’assessore regionale umbro all’Urbanistica, il comunista Ezio Ottaviani, il quale, a metà anni 70, mi esponeva questa linea: «Noi qui cerchiamo di non dare licenze per nuove costruzioni fino a che non siano state restaurate le case e i casali antichi o vecchi che abbiamo sul territorio».

Sembrano passati anni-luce. Invece era una linea nazionale della sinistra da poco al governo delle Regioni. Le quali davano soldi per restauri e recuperi. Tutto dimenticato, tutto sepolto? A volte pare di sì. Eppure – sono dati di una indagine Censis-Ance – esistono in Italia 4.745.270 abitazioni (il 18 per cento del totale) che risalgono a prima del 1919. Di questo stock abitativo antico o vecchio, il 27 per cento risulta non utilizzato, vuoto, inoccupato. Certo, da restaurare, da dotare di servizi, e però spesso inserito in borghi, paesi e cittadine dove acqua, luce, gas, scuole, ecc. ci sono già. Nel quadro della stessa inchiesta gli aspiranti risanatori non mancano, tutt’altro. Solo che è più facile e più sbrigativo, in ogni senso, orientarsi sull’alloggio nuovo in una delle tante lottizzazioni proposte, magari in pieno Patrimonio Mondiale dell’Umanità come il sito di Monticchiello (cito la propaganda della immobiliare che vi sta costruendo e che si fa bella del diploma Unesco che quei lotti cementizi, decisamente brutti, non onorano di certo).

E qui sale il grido di protesta degli amministratori locali: «Ma voi volete trasformare il paesaggio in un museo, metterlo sotto vetro». Non è vero. Ciò che si vuole è intanto il restauro e il recupero del patrimonio antico, o vecchio, esistente e non occupato. Che non è affatto poco pure in Toscana (20 per cento), o in Umbria (26,7), ma che tocca punte incredibili nel Sud: 44 abitazioni storiche su 100 vuote in Abruzzo, 40 in Sicilia, 38 in Calabria. Regioni, queste due ultime, investite da un abusivismo spaventoso che difatti assedia quei bellissimi, desertificati centri storici e sconcia tutta la costa. Autentici monumenti alla sprovvedutezza, perché, come è già accaduto nel Centro Italia (ma pure nelle Langhe), gli stranieri colti e avveduti, o i residenti delle nostre grandi città, si sono accaparrati il meglio di quei borghi svuotati.

È successo e succede per esempio in Maremma. A Capalbio, dove le gru dei cantieri sono tante, ovunque, ed ora si sta pure sbancando, in basso, una collina per farvi installare una nuova cantina. O a Montemerano dove, anni fa, il Comune ha costruito dei casermoni fuori le mura, col risultato di svuotare quel centro storico collinare, per la gioia degli stranieri o dei romani.

Ciò significa che in Italia non si deve più costruire? Certamente no. Vuol dire però che, crescendo molto poco la popolazione e quel poco soltanto in forza dell’immigrazione, bisogna puntare assai di più di quanto non si faccia sul recupero (a partire dalle periferie e semideserte metropolitane) del già esistente, migliorandolo, riqualificandolo. Vuol dire che bisogna tornare a quote di edilizia sociale per i più poveri che siano vicine ai livelli europei del 20-25 per cento. Vuol dire che, nelle città universitarie, non si possono trasformare i quartieri storici in costosi «pollai» per studenti fuori sede (a 500 euro per letto), tutto in nero, distruggendo il tessuto sociale, e non perseguire mai una seria politica di collegi e di residenze universitarie, alla maniera di Pavia o di Pisa (casi isolati). Vuol dire che la nuova edilizia va, con queste e altre misure, dosata, raffreddandone l’elevata temperatura speculativa. Che penalizza poi soprattutto i giovani, single o in coppia.

Bisogna, insomma, tornare a pianificare, seriamente. Il grido di allarme che si è levato per Monticchiello facendone un caso nazionale voleva sollevare questi problemi: se persino nella tanto lodata Toscana sta succedendo di tutto, bisogna rivedere alcune politiche.
Per esempio quella della Regione Toscana la quale si ostina, con argomentazioni di sapore fra il democratistico e il populista, a sub-delegare i Comuni nella tutela del paesaggio (che è di tutta la Nazione, come dice la Costituzione). Possono opporsi validamente gli enti locali alla «febbre» cementizia in atto se da essa ricavano entrate preziose per chiudere i loro bilanci impoveriti dai tagli governativi? Non sarà un «ecomostro» la lottizzazione di Monticchiello e però è tanto brutta e «aliena» da far pensare che gli abitanti di Pienza e di Monticchiello abbiano perduto quel senso del paesaggio che Emilio Sereni, grande studioso di paesaggio agrario, comunista (qualcuno lo legge a sinistra? lo conosce ancora?), attribuiva a contadini e a mezzadri toscani. Si poteva, si doveva edificare (se non c’era dell’antico da recuperare) decisamente meglio, con una qualità architettonica più elevata. Certo, nel Sud va peggio. Ma va peggio pure sulla collina veneta, la collina di Parise, di Piovene, di Zanzotto, massacrata da Villettopoli e Fabbricopoli.

E così continuiamo a mangiarci – ecco l’altro problema di fondo – centinaia di migliaia di ettari di buona terra e di bei paesaggi mirabilmente intessuti dall’uomo nei secoli. Dal 1951 ad oggi ci siamo divorati oltre un terzo della superficie italiana libera da asfalto e cemento: più di 11 milioni di ettari. In Germania hanno varato un piano per il risparmio del suolo che entro il 2020 consentirà incisive economie. Nel Regno Unito il rapporto chiesto da Tony Blair ad un famoso architetto Richard Rogers concentra all’80 per cento le nuove costruzioni nell’ambito di quartieri già esistenti e di aree industriali dismesse. Da noi la Regione Toscana ha approvato una legge per il risparmio di suolo. Il programma dell’Unione prevedeva misure nazionali analoghe. Ma, intanto, una edilizia di pura speculazione galoppa per ogni dove, senza una strategia di governo del territorio e del paesaggio affidato, quest’ultimo, alle fragili mani di Comuni che tanto spesso sono stati inerti nei confronti del cemento (legale e abusivo) e alle indebolite strutture delle Soprintendenze ministeriali.

Non è un delitto storico buttar via così il Bel Paese? «Vieni nel paese dove fioriscono i limoni» (W.Goethe) sarà presto sostituito da «non venite nel paese dove fioriscono gli abusi e gli ecomostri»? Un bel guadagno. La grande agenzia Future Brand ci mette ancora al 1° posto per arte e storia, ma dopo il 10° per la natura e dopo il 15° per le spiagge. Vogliamo precipitare ancora? Siamo sulla buona strada.

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luglio 22, 2006

Agricoltura e valorizzazione del territorio – 2006

Filed under: Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 7:47 am

…”spostando il valore aggiunto finale sugll’agricoltura si favorisce la manutenzione del territorio, la conservazione del paesaggio, etc” (Ing. David Chiaramoti PhD, Dipartimento di Energetica, Università di Firenze)

questa nota di David Chiaramonti merita una risposta a parte. Se guardiamo ai flussi economici degli ultimi anni vediamo che il settore immobiliare è quello che favorisce una crescita della ricchezza piu veloce. Ma è anche il settore che maggiormente devasta il territorio.
Se assisteremo alla scomparsa dell’agricoltura locale, perderemo le “green belts” di protezione dall’urbanizzazione selvaggia alle perifierie delle metropoli. Quindi favorire in tutti modi l’agricoltura locale mi sembra veramente un modo per difendere il territorio. Il problema serio sta pero’ nella valorizzazione, una produzione agricola o agroenergetica può competere con una speculazione immobiliare? (magius)

dalla mailing list di ASPO italia

luglio 21, 2006

Se perde l’architettura – 2006

Filed under: Architettura, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 12:49 pm

di Francesco Erbani, La Repubblica 21 Luglio 2006 (pag.51)
Interviste/ In un saggio di Leonardo Benevolo un bilancio con luci e ombre

L’urbanista accusa lo “star system” dei progettisti e rilancia i temi della tutela
La scarsa qualità di ciò che si fa in Italia, denuncia, dipende dal peso della speculazione

Leonardo BenevoloBrescia – Leonardo Benevolo ha ottantatré anni ed è uno dei maestri dell’urbanistica in Italia. Può guardare dall’alto di un’esperienza non solo di progettista, ma soprattutto di storico, alle vaste praterie popolate di architetti e di teorici dell ‘architettura, l’immensa scena di ciò che si costruisce dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Germania e dall’Inghilterra alla Nuova Zelanda e all’India. Ha scritto volumi fondamentali sull’architettura dalle origini al Rinascimento fino ai giorni nostri. Ma ora, con L’architettura del nuovo millennio (Laterza, pagg. 484, euro 35), diventa storico della contemporaneità, del suo complicato svolgimento, senza pretendere di definire tutto o di nominare tutti, ma anche senza rinunciare ai giudizi netti: sulle “archistar”, i grandi progettisti che hanno raggiunto gloria mediatica da un angolo all’altro del pianeta; sull’inferiorità dell’Italia (non degli architetti italiani) nel confronto internazionale; su uno dei motivi per cui l’architettura esce sconfitta in Italia, e con lei il territorio e il paesaggio – un antico, ma sempre attuale motivo: la grande forza di cui godono i proprietari privati, gli speculatori, i quali vogliono ricavare quanta più rendita possibile.

Si può mettere un ordine provvisorio, lei scrive, nell’architettura contemporanea. Da dove cominciare?
«Da due principi. Il primo è quello che possiamo chiamare “l’intelligenza dei luoghi”. L’architettura modifica i luoghi, sia l’ambiente fisico sia lo scenario di ciò che è già edificato. Ora l’architettura deve avere consapevolezza che le trasformazioni devono custodire l’integrità di un lavoro complessivo di costruzione dell’ambiente umanizzato, che dura dall’alba dei tempi. Il secondo principio è la competenza tecnologica, che è cambiata completamente rispetto al passato».

Cosa vuoi dire, in concreto, “l’intelligenza dei luoghi” ?
«La distruzione del passato, cominciata da due secoli, è ancora in corso e solo recentemente si è imparato a limitarla. Questo vale soprattutto per l’Europa, dove abbiamo un passato più importante che in altri continenti. Le città storiche, da Venezia a Siena, da Bruges ad Amsterdam, contengono un segreto essenziale per noi: l’unico modello qualitativo ancora alla portata della nostra civiltà democratica».

Vale a dire?
«Nascono nel Medioevo dal compromesso tra un potere sicuro di sé, ma non più dispotico come nell’antichità classica, e una pluralità di operatori cittadini che perseguono i loro fini, ma sono sottomessi a un sistema di regole. Da questo compromesso, da questa imperfezione nasce una forma diversa di perfezione. Venezia non è meno bella di Atene, è bella in modo diverso».

Da qui scaturisce il bisogno di tutelare le città storiche?
«Certo. Ma non come siti archeologici, che si salvaguardano per essere visitati. Bensì come organismi viventi. Questa è la vera conservazione. Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentano ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli».

In ltalia sono maturate alcune esperienze in questa materia.
«La “conservazione attiva” è stata messa a punto negli anni Sessanta e Settanta, ed è forse il contributo più rilevante che noi abbiamo recato alla cultura architettonica nel secolo XX. Prenda gli interventi di Pier Luigi Cervellati a Bologna fra il 1965 e il 1980, che hanno promosso il restauro di interi quartieri riconsegnandoli a chi li abitava».

A questo punto urge l’attualità. Che cosa pensa della sistemazione dell’Ara Pacis a Roma, progettata da Richard Meier?
«Tutto nasce da un equivoco. Il disastroso intervento su piazza Augusto Imperatore degli anni Trenta è stato letto dai tecnici del Comune di Roma come prodotto del razionalismo italiano. Invece è frutto del peggior accademismo classicheggiante, di quella che Giuseppe Pagano chiamava “l’internazionale dei pompieri”. Sulla base di quel presupposto Meier è stato chiamato come esponente di un fantomatico “razionalismo americano”».

Alla base di tutto c’è dunque un difetto culturale, di “intelligenza dei luoghi”?
«Non solo. Invece di pensare a una nuova teca per l’Ara Pacis, si è immaginato di costruire il quarto lato della piazza con un edificio che contenga, oltre al monumento, una lunga serie di ambienti destinati a immiserirlo. Meier ha attenuato questo programma. Rispetto alle premesse, la sua costruzione è elegante e moderata, ma completamente spaesata».

Lei raggruppa i grandi architetti europei in due categorie, gli eredi della moderna tradizione continentale – Valle, Gregotti, De Carlo, Moneo e Siza e gli “innovatori” – Foster, Rogers, Piano e Nouvel. Quali differenze ci sono fra i primi e i secondi?
«I primi prolungano la continuità novecentesca del dopoguerra, ma hanno subito una mutazione che li stacca dalle circostanze di origine. È la tensione sottostante fra tradizione e innovazione che li distingue da molti spensierati continuatori delle tendenze di allora. I secondi, invece, sono capaci di invenzione pura e hanno il gusto della tecnologia. Dipendono da una precedente stagione della modernità, quella fra le due guerre».

Lei istituisce poi altre categorie, fra i quali “gli impazienti”. Chi sono?
«Occorre una premessa. La precocità sembra diventata impossibile. Oggi si diventa bravi dopo i sessant’anni. Renzo Piano è un caso esemplare: la sua produzione sale di tono negli anni Novanta, con opere di prim’ordine come il centro culturale Jean Marie Tijbaou in Nuova Caledonia o il Museo della Scienza e della Tecnica ad Amsterdam».

Torniamo agli impazienti.
«I “giovani” che hanno fra i quaranta e i sessant’anni si espongono a due generi di successo, quello architettonico e quello mediatico, che si rivelano alla lunga incompatibili fra loro».

Siamo quindi a quelle che chiamano “archistar”.
«L’espressione rimanda agli architetti di fama assicurata, scelti per fare pubblicità a marchi famosi della moda o dell’industria automobilistica».

Facciamo ora qualche nome; Frank O. Gehry.
«Gehry appartiene a una generazione precedente. Non si presenta come un mago dell’architettura, fa più professione di modestia rispetto a molti colleghi giovani. Per lui conta soprattutto la meraviglia per le forme inconsuete, predilige quelle oblique e curvilinee. Ma poi paga un prezzo figurativo, perché si vincola a una gamma preconcetta di effetti che impoverisce il suo lavoro».

E Zahà Hadid?
«Ha virato nettamente sul versante artistico. Una volta ha scritto: “Perché attenersi all’angolo di novanta gradi, quando ce ne sono disponibili altri trecentocinquantanove?”. Per lei si parla di “superiorità dell’architettura nella produzione di spazio”. Superiorità rispetto a cos’altro? A me sembra che il suo lavoro resti confinato nel mondo dell’intrattenimento».

Un’altra “archistar”: Santiago Calatrava. .
«È un tecnico capace di inventare strutture semoventi. Ma negli edifici olimpici realizzati in Grecia vedo megalomania, eclettismo e un gusto artistico scadente».

Lei ritiene che molti architetti vogliano diventare artisti?
«Un critico come Germano Celant desidera un architettura che “si liberi degli aspetti funzionali”. Ma l’architettura è un utensile necessario del vivere».

Per l’Italia lei parla di sconfitta dell’architettura.
«Abbiamo distrutto il nostro paesaggio che è un patrimonio di rilevanza mondiale. La dissoluzione non è avvenuta per incuria, è stata pagata in contanti».

Pensa ai protagonisti della speculazione edilizia?
«La rendita fondiaria è ormai una componente primaria del nostro comparto finanziario, che sopravanza quello industriale».

Mi faccia qualche esempio.
«Milano è l’epicentro della cultura professionale italiana. Ma se si esclude il caso riuscito della Bicocca, il riuso delle grandi aree industriali dismesse è gravemente condizionato dai processi di valorizzazione speculativa, che lasciano pochissimi margini alle scelte progettuali. L’architettura resta un ornamento secondario. Eppure sono mobilitati grandi nomi, da Pei a Pelli, da Poster a Chipperfield. Guardi, per citare un caso, cosa succede nell’area dell’ex Fiera di Milano».

Cosa succede?
«Ha vinto il progetto di gran lunga peggiore, con tré grattacieli da collezione che frammentano e rendono inutilizzabile il parco pubblico previsto dal programma. Arata Isozaki ha donato un suo progetto precedente, Daniel Libeskind e la Hadid presentano due sculture gesticolanti che è difficile immaginare realizzate a grandezza naturale».

Si poteva fare altrimenti?
«Si sarebbe potuta seguire la tradizione europea, realizzata integralmente in Olanda, parzialmente in altri paesi, quasi mai da noi. L’autorità pubblica avrebbe dovuto acquistare 1 ‘ area soggetta a trasformazione per poi rivendere agli operatori privati i lotti edificabili. Così si eliminal’interesse speculativo, ma non il legittimo profitto dei privati. Dal canto suo l’ente pubblico guadagna la libertà di progettare e di mantenere il controllo delle fasi di lavorazione. E l’architettura è salva».

luglio 20, 2006

Il gladiatore e l’architetto – 2006

Filed under: Architettura, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 6:48 pm

di Franco Purini (Il Manifesto, Materia prima)

Costruendo, l’architetto modella gli spazi che accolgono la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Orchestra una musica silenziosa fatta di luce e di materia che si può apprezzare solo muovendosi nello spazio, nella storia e nell’ambiente

L’architettura è l’arte che crea il paesaggio, nel paesaggio le città, nelle città gli edifici pubblici e privati e in essi gli oggetti per il lavoro e la vita quotidiana. A partire dalla scena naturale strade, autostrade, ponti, argini, canali, laghi artificiali, sistemazioni del terreno, filari di alberi, case e ogni manufatto volto a rendere abitabile il mondo fisico costituiscono ciò che nel corso dei millenni diventa il paesaggio; qualcosa che non sembra neanche più il prodotto di un’azione umana ma un aspetto della stessa natura. Il paesaggio è una vera e propria scrittura terrestre. Una scrittura stratificata, un palinsesto di segni sovrapposti, alcuni quasi cancellati, altri rafforzati, a volte raccolti in insiemi sereni e razionali, come in Toscana, a volte composti in intrecci più variati come in Sicilia. Sorvolando un territorio non si può non provare una profonda emozione estetica nell’osservare la meravigliosa relazione che si è creata nel tempo tra la forma originaria del suolo e le sue incessanti modificazioni. Il risultato è un bassorilievo intarsiato, dai colori sapientemente armonizzati, bello della superiore bellezza di ciò che è vero e necessario nasce solo da esigenze umane risolte con immediatezza e sincerità. Come si è già detto nel paesaggio ci sono le città, molte delle quali nate da così tanto tempo da apparire anch’esse eventi naturali. Le città sono strutturate da un tracciato – la loro parte più resistente, anch’esso una scrittura – che governa la circolazione, regola i rapporti tra pieni e vuoti, stabilisce la posizione delle abitazioni, degli edifici pubblici, delle industrie e del verde. Nelle città ci sono gli edifici e disegnarli è uno dei compiti più noti e immediati tra quelli che svolge l’architetto: dando forma a una costruzione egli modella spazi, cavità compenetrate e dinamiche che accolgono la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Costruendo un edificio l’architetto orchestra una musica silenziosa fatta di luce, di rapporti proporzionali di materia, una musica che si può apprezzare solo muovendosi nello spazio, imparando a sentirne la fluidità come metafora della continuità dell’esistenza nel tempo. Ed è proprio la rappresentazione del tempo l’essenza dell’arte architettonica.
Tuttavia l’architettura non è solo un’arte, è anche una scienza, anzi è un’arte che solo inverandosi nella scienza trova la sua realtà. Il progettista deve apprendere la matematica, la meccanica, la fisica, la geografia, la geometria, l’ottica, la statica, la scienza delle costruzioni. Deve saper dare un significato estetico alla legge di gravità, dal momento che in architettura il peso non è solo un dato fondamentale del problema costruttivo ma è uno dei più elevati luoghi concettuali relativi alla composizione. Deve essere in grado di stabilire la migliore posizione per l’edificio e quindi il soleggiamento, l’areazione, il regime dei venti e delle acque non devono avere per lui alcun segreto. Deve conoscere i materiali che adopera nei loro valori fisici, come la consistenza, la durezza, e la composizione interna nei loro aspetti visivo/tattili. Deve sapere come si comportano nel tempo, come, perché e quando si degradano sotto l’effetto degli agenti atmosferici e dell’uso. Costruire è dar vita a un ordine complesso, – che riproduce in piccolo l’ordine cosmico – fatto di forze in equilibrio instabile, di elementi chiamati a collaborare a lungo. Ma tale conoscenza scientifica, che comprende anche nozioni di economia e sociologia non sarebbe di utilità all’architetto se egli non imparasse a osservare il mondo che lo circonda, sia quello naturale sia quello artificiale. Studiando la struttura di una foglia o di un cristallo; ammirando al microscopio la magica figura di un fiocco di neve o seguendo le circonvoluzioni di una conchiglia cercherà di comprendere l’armonia segreta dell’universo, quelle regole che sostengono l’infinitamente piccolo come l’immensamente grande, infondendo a ogni cosa una forma che è sempre uguale e sempre diversa. La stessa forma che l’architetto vorrà dare ai frutti della sua ricerca creativa.
Oggi questo lavoro di conoscenza, che dalla comprensione delle strutture disseminate delle galassie arriva fino all’indagine sui più minuti manufatti umani, è enormemente facilitato dal computer, che consente di accedere a un numero incalcolabile di informazioni, suggestioni figurative, analogie strutturali. La tecnologia digitale è anche il nuovo mezzo per disegnare architetture, con la sua incredibile attitudine a simulare gli effetti di una previsione progettuale attraverso la realtà virtuale, può aiutare in modo considerevole l’architetto a dare una concretezza costruttiva alle sue più ardite fantasie. Ricordando che l’architettura è un’arte occorre comunque tener presente che progettare nel paesaggio e nella città non si risolve solo nelle pratiche del misurare, del predisporre e dell’ordinare: occorre che il comporre e il costruire siano sorretti da un forte spirito inventivo capace di trascendere la sfera tecnica per pervenire a quella estetica. Cosa che riesce più facilmente se l’architetto saprà pensare temi antidogmatici, aperti, mutevoli, innervando le sue proposte di fermenti utopici.
Negli ultimi anni gli ambiti interessati dal lavoro dell’architetto si sono notevolmente ampliati. Non è chiaro ancora se ciò sia un fatto del tutto positivo, ma la tendenza della progettazione a conquistare nuovi spazi operativi sembra inarrestabile. Sono numerosi oggi i problemi sollevati da una coscienza ecologica che chiede all’architettura di farsi scienza ambientale, in vista della protezione di un pianeta assediato dai suoi abitanti, che stanno dilapidando risorse non certo inesauribili; c’è poi la questione del recupero delle periferie lasciate dall’industrialesimo in eredità all’età degli immateriali; esiste inoltre un vastissimo patrimonio storico per decenni trascurato, se non saccheggiato, che va restaurato e conservato; c’è infine il paesaggio, anch’esso per tanti anni considerato come qualcosa di talmente vasto e resistente da poter sopportare qualsiasi operazione, e invece limitato nella sua estensione reale e di un’estrema fragilità. Stando così le cose le occasioni di realizzare edifici nuovi sono destinate probabilmente a diminuire, mentre cresceranno non solo le esigenze di approfondire la conoscenza storica del paesaggio, della città e dell’architettura ma anche il bisogno di disporre di sofisticate ricognizioni analitiche sull’esistente, oggi l’insostituibile paradigma di riferimento per ogni autentica riflessione disciplinare.
Gli architetti e gli urbanisti, specialmente quelli delle prossime generazioni, dovranno dunque confrontarsi con questo ampio arco problematico, e lo faranno in una dimensione inesistente fino a poco tempo fa, la dimensione della globalizzazione, che stabilisce un nuovo statuto dell’identità delle culture e dei luoghi. Un’identità che diventa mutevole, che nel confronto con altri contesti si contamina nel momento stesso in cui solo a contatto con ciò che è diverso da sé, può rigenerarsi. In questo quadro, che comprende in tutti i suoi limiti e in ogni sua potenzialità l’attuale cultura dell’immagine, anche l’idea di bellezza, l’obiettivo finale dell’architettura, è destinata a cambiare. All’inizio del terzo millennio fare l’architetto si presenta come un impegno innovativo e avventuroso, per molti versi esaltante, anche se richiede una grande pazienza. Un impegno che vedrà i segni del passato mescolarsi con quelli del futuro in una prospettiva planetaria. In modi ancora sconosciuti, ma capaci di dar vita a una nuova stagione della forma architettonica, tale proiezione mondiale determinerà un nuovo universalismo linguistico, nel quale le singole realtà progettuali porteranno i loro segni. Segni molto persistenti. Tra tutte le arti l’architettura è sempre stata la più duratura. Quando tutto scompare restano i suoi frammenti, a parlare di tempi perduti e di passioni che sono ancora vive nel ricordo. Russel Crowe, il gladiatore di Ridley Scott, è scomparso da duemila anni ma la luminosa ellisse terminale in travertino del Colosseo, che guardava socchiudendo gli occhi contro il sole, è ancora lì.

luglio 16, 2006

Governare il Paesaggio e il “familismo amorale” – 2006

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 8:03 am

Vittorio Sgarbi, Il giorno del giudizio (Il Giornale 15 luglio 2006)

Anche i più entusiasti sostenitori di un’evoluta cultura del territorio, legata a un certo concetto dell’integrità paesaggistica e storica, dovrebbero essere coscienti che le loro motivazioni devono confrontarsi con due possibilità fra loro non coincidenti, quella civile e quella politica.

Da un punto di vista puramente civile, non c’è dubbio che un’evoluta cultura del territorio possieda un’idealità superiore a quella di una cultura retrograda che pensa al territorio come all’oggetto di uno sfruttamento illimitato e particolaristico. Ci si può compiacere di questa superiore idealità, di questa mentalità civilmente più progredita, ci si può sentire migliori come è giusto che sia. Occorre però che questa idealità superiore abbia un riscontro concreto nella politica, perché è quello il solo piano in cui la bella teoria
può trovare applicazione pratica.

La politica, ci ha insegnato Machiavelli, è qualcosa di diverso dall’etica ordinaria. Non è il bene che si contrappone al male, o almeno non lo è necessariamente: è, semmai, l’arte di governare con tutti i mezzi a disposizione, anche quelli che possono essere poco etici, se ciò soddisfa le esigenze della «ragione di Stato». La politica, quindi, non ha l’obbligo di essere giusta o più giusta.

Ecco perché la superiore civiltà di una cultura evoluta del territorio non ha in politica alcun riconoscimento diretto. La superiorità politica va ricercata altrove. Nei sistemi democratici, questa superiorità si esprime attraverso il consenso popolare o quello dei governanti.

In Italia, la cultura evoluta del territorio perde ancora in entrambi questi campi. La cultura dello sfruttamento illimitato e particolaristico del territorio ha un maggiore livello di presa nelle mentalità comuni, legate a un concetto individualistico della proprietà privata («il territorio è mio e faccio quello che voglio io») che accomuna indistintamente Destra e Sinistra, il ricco e il povero, il colto e l’ignorante, l’uomo di spettacolo e il villico, lo stilista di fama e il piccolo sarto, il calciatore famoso e il domestico, l’artista e l’artigiano.

Quanto ai governanti, la cultura dello sfruttamento illimitato e privatistico del territorio ha sempre avuto rappresentanti in governo. Lo hanno in questo, con un suo esponente condannato in maniera definitiva per abuso edilizio nelle coste di Pantelleria; lo avevano nel precedente e lo avranno anche nel successivo, senza vedere cosa succede nelle amministrazioni periferiche, dove lo scandalo si ingigantirebbe a dismisura. In queste condizioni, la cultura evoluta del territorio non può vincere. Può comunque sapere quali devono essere i suoi obiettivi, il consenso popolare e quello dei governanti, per conseguire il giusto peso politico, l’unico che davvero conta. Si farà in tempo, primache l’abusivismo edilizio diventi un diritto preteso da vaste maggioranze, politicamente del tutto legittimo? Il Cristianesimo ha vinto sul paganesimo perché è politicamente più forte, conquistando popolo e governanti. Impiegando, però, quasi tre secoli, sufficienti a fare tabula rasa di qualunque territorio oggi esistente.

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da “Corso di sociologia” ed Il Mulino
di A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli

(pag. 680, Cap.24) 3.2 Comunità tradizionali in cambiamento: studi di comunità in Mezzogiorno

Comunità agricole in zone arretrate sono state spesso studiate per comprendere i meccanismi di uscita dalla società tradizionale o di resistenza allo sviluppo. Considereremo questo tipo di studi con riferimento al nostro Mezzogiorno, che ha attirato l’attenzione di molti ricercatori.
Uno studio influente è stato, nel dopoguerra, quello dell’antropologo americano Edward Banfìeid, su una piccola comunità della Lucania convenzionalmente chiamata Montegrano: un paese isolato di contadini e braccianti, fra i più poveri del mondo occidentale [1958].
Banfìeid fu colpito dal fatto che non esistesse qui una vita associativa, e si chiese perché di fronte agli evidenti problemi sociali, nessuno si
desse da fare per cambiare le cose. La risposta fu cercata nel «familismo amorale», un tratto culturale secondo il quale gli abitanti di Montegrano cercano soltanto di massimizzare i vantaggi materiali e immediati del nucleo familiare, supponendo che tutti gli altri si comportino
allo stesso modo. La prospettiva di investire risorse ed energie in beni collettivi e un’azione organizzata per realizzarla sono per questo fuori
dall’orizzonte delle possibilità. La spaventosa miseria, il senso di umiliazione, la paura del futuro sono il terreno sul quale il familismo amorale è cresciuto, ma i montegranesi sono ora prigionieri della loro morale centrata sulla famiglia.

luglio 13, 2006

Le reti arancioni – 2006

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 4:55 pm

Lettera di Ugo Bardi (Docente di Chimica al Dipartimento di Chimica dell’Università di Firenze e Presidente di ASPO Italia)

Sempre ripensando a quello che ha scritto Debora, che è rimasta impressionata dai grattacieli del deserto del Dubai, devo dire che ho avuto ieri un’impressione per certi aspetti simile, proprio qui a Fiesole.

Ho portato Richard Heinberg, uno degli oratori di ASPO5, a fare un giretto per la collina di Fiesole e dintorni. E’ impressionante. Ci sono gru dappertutto, dappertutto si pavimenta, si scava, si costruisce.
Ovunque ci sono quelle maledette reti arancioni. Fatte le dovute proporzioni, è peggio che a Dubai, almeno li’ pavimentano il deserto, qui sbarbano oliveti e cipressi secolari per farci villette a schiera. E’ la sagra del “qui una volta c’era un brutto prato, ora c’è un bel parcheggio”

Il commento di Heinberg, sul quale mi trovo daccordo, è stato che abbiamo l’onore e il privilegio di vivere al culmine della civiltà occidentale. Di vederla nel suo massimo fulgore, proprio prima che inizi il declino. Fiesole, almeno, ti da un’impressione di follia totale: cosa
diavolo pensano di fare? Dove vogliono arrivare? Hanno idea di dove e quando fermarsi? Prima o poi, comunque, si dovranno fermare per forza.

Saluti

luglio 12, 2006

La bellezza: un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà

Filed under: Paesaggio, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 6:27 am

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.”

PEPPINO IMPASTATO (1948–1978, Viene assassinato il 9 maggio , qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani).

aprile 22, 2006

Miti, sogni, emozioni: non ingabbiare il paesaggio – 2006

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 12:17 pm

di Massimo Quaini (Ordinario di geografia all’Univ. degli Studi di Genova dip. di storia moderna e contemporanea – facoltà di lettere e filosofia) – La Stampa 22 Aprile 2006

Tra saggio e pamphlet il nuovo libro di Massimo Quaini, come paradigma la linea ligure (Sbarbaro, Montale, Calvino, Caproni, Biamonti): «E’ stato un errore fare, o tentare di fare, del paesaggio una scienza», in quanto accumulatore di metafore aiuta a capire «contraddizioni e problemi del nostro tempo»
Sono convinto che il paesaggio non è interessante come categoria analitica per leggere l’ambiente o il territorio in termini scientifici, ma lo è in quanto contenitore di miti, sogni ed emozioni, in quanto accumulatore di metafore per capire le contraddizioni e i problemi del nostro tempo. Proprio per queste sue qualità nel campo delle rappresentazioni e nel territorio dell’estetica diventa una componente necessaria per riprogettare il mondo in cui viviamo.
E’ stato un errore fare, o tentare di fare, del paesaggio una scienza. Prima di altre discipine, la geografia e l’ecologia hanno cercato di «appropriarsi e fagocitare il paesaggio», ma il risultato è stato di annullarne la proprietà più intrigante: il fatto di essere un «termine costitutivamente imprendibile, imbarazzante, scandaloso» che, al massimo, possiamo addomesticare come «un’invenzione storica ed essenzialmente estetica».
Il paesaggio è innanzitutto questo sogno sempre incompiuto della perfezione. Sogno sempre incompiuto ma non per questo realizzabile. In qualche modo, certamente in maniera imperfetta, il paesaggio si materializza in quanto penetra, ispira e modifica il progetto territoriale. Si incorpora nella realtà come accade sempre anche ai sogni e alle utopie più trasgressivi e trascendenti la realtà. Questo è il senso del paesaggio nella società odierna, fluida e sfuggente, senza punti di riferimento. Questo è anche il suo valore «rivoluzionario», che è grande, se è vero quanto ci dicono i sociologi: che abbiamo a che fare con una razionalità i cui attributi consistono «nel non farsi imprigionare dal retaggio del proprio passato, nell’indossare la propria identità del momento così come s’indossa una camicia, che può essere prontamente sostituita quando diventa inutile o fuori moda». Se è vero che «la cultura liquido-moderna non si presenta più come una cultura dell’apprendimento e dell’accumulazione» ma «come una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza».
Dobbiamo domandarci attraverso quale arte, con quale mediazione artistica, oggi il paesaggio si presenti alla nostra attenzione. Non tanto e non più con la pittura, che nella fase più recente della modernità ha prodotto con l’astrattismo le negazione del paesaggio, quanto con la letteratura e la poesia che hanno preso il posto della pittura. Da questo punto di vista il ruolo della Liguria è stato particolarmente rilevante. Basta pensare alla straordinaria esperienza paesaggistica della cosiddetta «linea ligure» in letteratura: Sbarbaro-Montale-Calvino-Caproni-Biamonti. Attraverso la poesia di Sbarbaro e Montale si realizza ciò che Giorgio Bertone ha chiamato la reversibilità percettiva del paesaggio, ovvero la ristrutturazione del rapporto fra il soggetto e il mondo, che un geografo ha espresso in questi termini: «il soggetto moderno, grazie soprattutto alla prospettiva (e alla carta geografica) aveva acquisito la capacità di oggettivare la realtà del mondo. Il soggetto postmoderno si è data la capacità di realizzare materialmente i motivi della sua soggettività. Dello specchio della sua anima fa un ambiente oggettivo. In altri termini, ha acquisito la capacità di commutare il paesaggio in ambiente».
La sparizione del paesaggio-immgine nella pittura delle avanguardie è andata di pari passo col disfacimento del paesaggio a grandezza naturale sotto l’effetto congiunto della periurbanizzazione e del movimento moderno in architettura. La modernità, in altre parole, prima ha generato il paesaggio, poi lo ha ucciso con le sue mani!.
In questo contesto, il paesaggio, proprio in quanto luogo centrale di discussione dell’esperienza del reale e del fondamento gnoseologico dell’uomo, trova nella condizione insulare della Liguria (come un’isola greca, diceva Nietzsche), la possibilità di riscoprirsi come «luogo e personaggio privilegiato del drammatico dialogo del soggetto novecentesco». La possibilità di «una scoperta eccezionalmente acuta anche raffrontata al contesto mondiale» e non certamente riducibile alle banalità della geografia culturale postmoderna.
L’ultima volta che sono stato a Parigi ho fatto la conoscenza di Paul Virilio e sono rimasto affascinato da questo Rousseau moderno della cultura tecnica. Pittore, urbanista e filosofo, il suo percorso critico è ancora segnato dal fatto di essere nato in Francia, come figlio di un padre comunista italiano e di una madre cattolica bretone. Il suo percorso mi è parso esemplare per il fatto di disegnare un itinerario che dalla costruzione dello scenario della prima vera guerra mondiale che il delirio tecnologico ci sta preparando arriva al «paesaggio riconquistato», al recupero della «profondità fondiaria che oggi sparisce a vantaggio della superficialità di uno scambio informatico». «Sono per ciò che ha una profondità», ripete oggi. «Sono un beur italiano, dunque un esiliato. Ho tuttavia nostalgia dell’iscrizione in una profondità di spazio e di tempo, in una profondità di relazione all’altro e in uno spessore di senso». Ciò che dobbiamo reinventare oggi è «una scenografia del paesaggio con attori e non semplicemente con spettatori. Il paesaggio rurale che abbiamo perso per effetto della desertificazione delle campagne era un paesaggio di eventi della messa a coltura attraverso la vigna, il grano ecc. La storia delle
campagne è una storia di eventi ben più importante di quella della città, ma noi l’abbiamo dimenticata». Il compito che oggi ci aspetta è riportare questo paesaggio di eventi non solo nelle campagne ma anche nelle banlieues, affinché non riprendano a incendiarsi.
Dunque, la capacità del paesaggio di commutarsi in ambiente e di tornare a vivere e radicarsi in una realtà fisica, urbana o rurale, non diminuisce ma dilata la nostra responsabilità di geografi, abituati a considerare la geografia come la prima misura della Terra. Come gli architetti anche i geografi sanno che la loro incerta scienza serve per «abitare delle proporzioni che danno un senso alla scala del quartiere come a quella del mondo». Come ancora dice Virilio, «le proporzioni di cui ci si appropria in una casa sono l’inizio del rapporto al mondo, e la qualità di un paesaggio è legata alla qualità dell’architettura che si abita. La dimora è il cursore delle proporzioni e dunque del mio rapporto al mondo».
Entro questa cornice ho cercato anch’io di tracciarmi una strada, meglio sarebbe dire, un sentiero, sentendomi un esiliato non nella terra in cui vivo ma solo nella disciplina che pratico. Il mio principio-guida è stato che la geografia in quanto scienza dei luoghi non può non essere al contempo sapere utopico: l’utopia di una scienza che pratica l’arte di una pianificazione democratica, dal basso. Il secondo principio è che pianificazione paesistica e pianificazione territoriale e ambientale debbano mantenere una ferma distinzione (pur nella necessaria convergenza dei processi di piano) proprio per poter attingere ai valori dell’ambiente e anche della territorialità. I valori della sicurezza e della sostenibilità ambientale, i valori etici o di equità spaziale e le prestazioni funzionali che un territorio deve garantire ai suoi abitanti e fruitori sono certamente importanti ma sono altra cosa rispetto ai valori paesistici, che passano attraverso la mediazione necessaria dell’arte e attraverso la capacità di dare senso al mondo: la capacità che oggi più ci manca. Anch’io, con la mia incerta geografia che ha una sola certezza: negare la negazione dei luoghi, intendo proporre un percorso verso un paesaggio riconquistato dall’utopia conviviale. Attraverso queste mediazioni culturali, possiamo ritenere che la pianificazione paesistica, lungi dall’essere subordinata a quella territoriale e ambientale, la ricomprenda e possa costituire la via per rinsaldarne la scarsa legittimazione sociale di cui gode oggi la pianificazione urbanistica. E’ attraverso il paesaggio infatti che possiamo ri-inventare il piano come «racconto identitario», basato non solo sulla valorizzazione dell’ascolto e della memoria storica dei destinatari ma anche su nuovi processi di patrimonializzazione che riguardano ambiti tradizionalmente fuori della percezione paesaggistica come quelli del campo etno-botanico e dei produits du terroir che più direttamente coinvolgono il discorso che intende coniugare paesaggio e convivialità.

luglio 12, 2004

Che ne è del paesaggio al calare della notte? – 2004

Filed under: Inquinamento luminoso, Paesaggio — π@3κ @ 2:14 pm

di Ruth Hungerbühler e Luca Morici sociologi (Università Svizzera Italiana)
Fiat Lux. Il paesaggio notturno tra vita di notte, sicurezza, inquinamento luminoso (2004)

Al calare della notte i paesaggi si costellano di punti luminosi visibili anche a grandi distanze. Si tratta d’illuminazione pubblica e privata funzionale soprattutto alla visibilità, alla sicurezza e alla pubblicità. Tali luci sono una manifestazione dello sviluppo dell’urbanizzazione e delle infrastrutture sul territorio. A tali luci si va affiancando un’illuminazione che intende trasformare spazi, creare ambienti gradevoli e valorizzare monumenti. E’, infatti, soprattutto in nome del tempo libero e del turismo che continua oggi l’opera di trasformazione del paesaggio notturno.

E’ raro poter osservare in Europa un paesaggio che sia allo stesso tempo abitato e illuminato esclusivamente dalla luna. Le luci artificiali sono un elemento antropico privilegiato per indicare e rilevare la presenza o meno dell’uomo in un luogo. Paradossalmente la notte può lasciar vedere aspetti di un paesaggio che di giorno sono oscurati: monti che di giorno appaiono agli sguardi totalmente disabitati, di notte possono rivelarsi colonizzati dalle luci artificiali soprattutto di strade e abitazioni. I paesaggi cambiano sotto la continua riorganizzazione del territorio e l’aumento e la diffusione di luci possono spiegare come un paesaggio si sia modificato inesorabilmente nel corso del tempo se confrontato con i paesaggi della memoria: “Quello che più mi colpisce e mi impressiona di questo paesaggio notturno è che le nostre colline si sono accese. Alla sera vedi dappertutto sulle colline le luci private e pubbliche. Io ho in mente che in passato il paesaggio era molto più buio” (Davide, Lugano).

Molti paesaggi sono illuminati ancor prima che la notte sia affermata, e sino al levare del giorno. Gli abitanti che hanno questo sguardo al paesaggio, denunciano una sorta di giorno perpetuo che sottrae l’avanzare della notte o del giorno e ruba il gioco d’ombre di un’alba o di un tramonto. Per loro la presenza diffusa di luci può rendere un paesaggio notturno incompleto, sottraendo il cielo, il buio e le stelle alla notte: “Qui il paesaggio di notte è tristemente incompleto a causa delle luci delle città vicine non vediamo molte delle stelle che si vedrebbero.”(Benz, Verscio)

Dal punto di vista sociale l’inquinamento luminoso è osservato come una minaccia, non tanto per l’ambiente, quanto per la società stessa. L’illuminazione artificiale del cielo notturno, infatti, mette in pericolo la percezione dell’universo, elemento fondamentale della cultura umanistica e scientifica. Come segnala il rapporto ISTIL 2001, più di metà della popolazione dell’Unione Europea ha perso la possibilità di osservare la Via Lattea, “la propria casa nell’Universo”, ad occhio nudo.

Molti intervistati osservano, tuttavia, l’importanza del cielo stellato perché favorisce sentimenti di armonia, bellezza, umiltà, esaltazione; perché misura e ridimensiona l’uomo nel cosmo, cioè “mette in contatto con la natura”, “fa capire quanto si è piccoli e quanto sia grande l’universo”. Le stelle divengono importanti non solo per una questione estetica o romantica, ma perché “… fa parte di un percorso educativo dell’uomo accorgersi di essere su un pianeta disperso nell’universo. Ed è un percorso esistenziale che l’uomo può fare con la facilità di alzare gli occhi al cielo.” (Giovanni, Lugano).

Bisogna educare a guardare il cielo, perché il cielo non si lascia più guardare da solo.”
(Giovanni, Lugano).

luglio 7, 2002

Progettare il Paesaggio nella Crisi della Modernità – 2002

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 3:19 pm

Il concetto di paesaggio – uno dei prodotti più notevoli della modernità – è oggi in crisi. Il processo di modernizzazione ha come effetto territoriale una progressiva indifferenza nei confronti delle lente tessiture del passato: le relazioni fra uomo e ambiente fisico, così come le dotazioni di senso che ogni cultura locale sapeva sapientemente costruire, vengono messe in pericolo. L’importanza del paesaggio viene via via confinata ad alcune aree specializzate – come i parchi, o i monumenti naturali – legate all’uso ricreativo, turistico; gli altri luoghi subiscono trasformazioni che ne cancellano l’identità e la memoria.
Di fronte a questa situazione la pianificazione è in difficoltà: piani e programmi complessi, concertativi e negoziali, affrontano con fatica il tema della visione comune e condivisa della relazione fra società e ambiente fisico. Le necessità di tutela, d’altro canto, comportano l’applicazione di limiti e vincoli che si rivelano nella maggior parte dei casi inefficaci. La crisi del paesaggio impatta violentemente nella più generale crisi della pianificazione.
Per avviare politiche e costruire nuovi strumenti di pianificazione volti alla valorizzazione del paesaggio, allora, è necessario riflettere senza pregiudizi sul senso che la percezione collettiva delle strutture territoriali può assumere nella contemporaneità.
Attraverso riflessioni e casi studio i saggi raccolti in questo volume testimoniano la ricchezza e l’articolazione delle posizioni scientifiche che caratterizzano il dibattito attuale sulla progettazione del paesaggio, e delineano in forma corale una via d’uscita alla sua empasse

Progettare il paesaggio nella crisi della modernità. Casi, riflessioni, studi sul senso del paesaggio contemporaneo di:
PAOLO CASTELNOVI, architetto, ricercatore, insegna progettazione architettonica, Politecnico di Torino
CARLO CELLAMARE, ingegnere, dottore di ricerca, insegna Ingegneria del territorio, Università La Sapienza, Roma
GIANFRANCO DI PIETRO, architetto, professore ordinario di urbanistica, Università di Firenze
CLAUDIO GREPPI, architetto, professore associato di geografia, Università di Siena
CATERINA FIORENTINI, geografa, dottoressa di ricerca, Università di Udine
GIORGIO PIZZIOLO, architetto, professore ordinario di urbanistica, Università di Firenze
DANIELA POLI, architetta, dottoressa di ricerca, insegna geografia, Università di Firenze
MASSIMO QUAINI, geografo, professore ordinario di geografia, Università di Genova
LEONARDO ROMBAI, geografo, professore ordinario di geografia, Università di Firenze, presidente Italia Nostra della Toscana
CARLO SCOCCIANTI, biologo, direttore degli Stagni Oasi di Focognano, Campi Bisenzio, Firenze
BRUNO VECCHIO, geografo, professore ordinario di geografia, Università di Firenze
ALBERTO ZIPARO, ingegnere-urbanista, professore associato di analisi ambientale, Università di Firenze
Casa Editrice All’Insegna del Giglio –
www.edigiglio.it

luglio 5, 2002

Architettura per un mondo che cambia – 2002

Filed under: Mondo che cambia, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 6:46 pm

di Jak Vauthrin, Presidente della FISA (Fondation Internationale de Synthèse Architectural)
da  “il Girotondo” Luglio 2002

…  Architetti, pianificatori, politici, non vi si chiede di riempire le campagne ancora vuote, ma di dare vita alle città, piene di vuoto…

L’habitat è il luogo in cui si vive, si impara, si crea; è il luogo degli scambi e delle rivoluzioni. Senza habitat l’uomo è soltanto un vagabondo, un escluso dalla società, qualcuno che, in funzione del momento storico e del luogo, si definisce bandito, pària o senzatetto.
Intervenire sull’habitat e sugli elementi che lo compongono, fra cui l’architettura, significa toccare le forze vive della società umana, comprendendone bellezza e debolezza, ricchezza e povertà. L’architettura che trae la propria ispirazione e vitalità dalla fede e cultura dell’Islam ha condotto gruppi di architetti, artisti e artigiani di cultura islamica alla costruzione di un habitat diverso, caratterizzato da forze più spirituali, più fraterne e senza dubbio più belle. I disagiati, coloro che emigrano dalle campagne, i senzatetto, i disadattati e gli emarginati da questa società ostile sono i più bisognosi di questa rinnovata vivacità. Agire sull’habitat dei più disagiati potrà avere un’influenza importane sulla vita di uomini, donne e bambini che vivono al limite della sopravvivenza.
Troppo rari sono i progetti di habitat popolare, partecipato e di autocostruzione assistita, che permettono alle comunità emarginate di riunirsi per creare la propria abitazione: è davvero un progetto difficile guidare una comunità nella realizzazione delle proprie case e dei propri quartieri, quando il solo materiale a disposizione è la volontà risoluta e tenace, accompagnata da una solidarietà attiva.
Girando il mondo alla ricerca di qualcosa d’ignoto, abbiamo raccolto nelle città e nelle periferie dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa e dell’America mattoni di volontà, colonne di convivialità,archi di solidarietà e lastre di aiuto reciproco. Nei nostri cantieri, per anni e ancora oggi, abbiamo cercato di legare i materiali da costruzione popolari a un’immagine di bellezza e armonia. A lungo ci siamo impegnati, continuiamo a impegnarci e desideriamo proseguire le nostre ricerche e i nostri sforzi,ma sappiamo che il percorso sarà difficoltoso… L’habitat è la risultante delle forze che compongono una società. Se tali forze sostengono l’uomo e lo aiutano a vivere meglio i vari momenti della propria vita, se sono al suo servizio, si materializzano anche in spazi, distanze e forme. Se pianificatori e architetti non falliscono nel proprio compito, le loro creazioni saranno sempre a misura d’uomo; i loro edifici contribuiranno a moltiplicare gli scambi, senza essere al servizio del denaro. L’architettura urbana avrà una voce, un ritmo, un’anima e rifiuterà ogni forma di orgoglio, di potere, di aggressività e soprattutto di stupidità. L’habitat è la risultante delle forze che compongono una società. In ogni epoca, l’habitat è la biografia della storia dei popoli che la vissero. Come il perdono offerto al peccatore pentito, la storia, per quanto priva di pietà, perdona quelli che hanno ricercato l’armoniosa bellezza. Essa sola racchiude in sé tante qualità che persino le città costruite da individui senza scrupoli, ma disegnate, edificate e trasformate secondo le regole dell’arte e dell’estetica, sono diventate alcuni secoli più tardi meta di pellegrinaggio da parte di pittori, architetti, artisti e spiriti illuminati; città come Venezia, Marrakesh, Khiva o Bukhara, sono diventate oggi un nido per gli innamorati. La storia condannerà tuttavia senza pietà i pianificatori, i costruttori e i committenti di brutture senza forma. Costruire un habitat sociale per i poveri e disagiati, che risulti però poco gradevole, non è motivo sufficiente per ottenere il perdono. La lettura della città contemporanea con le sue periferie disastrate, come Dakar, il Cairo, Quala Lumpur, Dehli, Djakarta e Tunisi, ci insegna che è davvero la società umana ad aver dato forma al mondo in cui viviamo, ad averlo modellato a propria immagine e raramente bene. La sfida rivolta ai costruttori dei nostri tempi, dopo più di 4000 anni di storia dell’arte e dell’architettura, consiste nell’estirpare questo male dalle nostre città inumane e dalle periferie fatiscenti, nel demolire per costruire un habitat più umano per una società civile reinventata. Architetti, pianificatori, politici, non vi si chiede di riempire le campagne ancora vuote, ma di dare vita alle città, piene di vuoto…

luglio 2, 1910

Architettura – 1910

Filed under: Architettura, Formazione, Loos, Paesaggio — π@3κ @ 2:24 pm

Adolf Loos (1870-1933)

“Posso condurvi sulle sponde di un lago montano? Il cielo è azzurro, l’acqua verde e tutto è pace profonda. I monti e le nuvole si specchiano nel lago, e così anche le case, le corti e le cappelle. Sembra che stiano lì come se non fossero state create dalla mano dell’uomo. Come fossero uscite dall’officina di Dio, come i monti e gli alberi, le nuvole e il cielo azzurro. E tutto respira bellezza e pace…

Ma che cosa c’è la? Una stonatura s’insinua in questa pace. Come uno stridore inutile. Fra le case dei contadini, che non da essi furono fatte, ma da Dio, c’è una villa. L’opera di un buono o di un cattivo architetto? Non lo so. So soltanto che la pace, la quiete e la bellezza se ne sono già andate.”…

…”L’architettura suscita nell’uomo degli stati d’animo. Il compito dell’architetto è dunque di precisare lo stato d’animo. La stanza deve apparire accogliente, la casa abitabile. Il Palazzo di Giustizia deve apparire al vizio segreto come un gesto di minaccia. La sede della banca deve dire: qui il tuo denaro è custodito saldamente e con oculatezza da gente onesta.

da “Architecture”, 1910

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