Patrick Marini

aprile 26, 2007

Gliese 581, il nostro Sole futuro?

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 2:07 pm

A 20 anni luce, in rotazione attorno alla nana rossa Gliese 581, è stato scoperto un esopianeta dalle caratteristiche simili alla nostra Terra.
Peccato che raggiungere il pianeta, con un astronave a ioni alimentata con un reattore nucleare autofertilizzante, ci vorrebbero, forse, 300 anni!
g581
Alba su Gliese 581c: disegno di Karen Wehrstein

La Repubblica, 25 aprile 2007
Un pianeta “gemello” per la Terra
Dista 20 anni luce e ha un clima mite

di ELENA DUSI

ROMA – Le dimensioni superano di poco quelle della Terra. La temperatura è di tutto comfort: tra zero e 40 gradi. La superficie è rocciosa, a differenza dei grandi pianeti gassosi in cui un essere vivente sarebbe costretto a galleggiare fra i miasmi. Il Sole sorge e tramonta regolarmente, e un anno dura solo 13 giorni. Tutte le condizioni fanno pensare alla presenza di acqua allo stato liquido e quindi, potenzialmente, della vita.

Il pianeta più simile alla Terra, fra quelli scovati finora nelle profondità dell’universo, si trova in realtà dietro l’angolo, astronomicamente parlando. Guardando nella costellazione della Bilancia, a soli 20,5 anni luce da noi, l’European Southern Observatory di La Silla, in Cile, ha individuato tre pianeti che orbitano intorno a una piccola stella, esattamente come la Terra fa intorno al Sole. Fra questi tre pianeti, il più piccolo e il più interno ha tutte le caratteristiche per ospitare la vita. “Grazie alla sua vicinanza e alla sua temperatura – sostiene Xavier Delfosse, uno degli autori della scoperta pubblicata oggi sulla rivista Astronomy and Astrophysics – questo pianeta sarà uno dei primi obiettivi delle future missioni che partiranno alla ricerca di vita extraterrestre. Nella mappa del tesoro dell’universo, bisogna sicuramente segnarlo con una croce”.

Molti degli esopianeti (pianeti che orbitano intorno a una stella diversa dal Sole) osservati finora hanno dimensioni mastodontiche. Il nuovo pianeta, con il suo raggio che è una volta e mezzo quello della Terra, è il più piccolo mai individuato. Un successo attribuito alla precisione degli strumenti dell’Eso, capaci di registrare le oscillazioni della posizione della stella causate dal campo gravitazionale del pianeta. Lo strumento utilizzato (che si chiama Harps, High Accuracy Radial Velocity for Planetary Searcher) è in grado di rilevare a 20 anni luce da qui variazioni di velocità di un corpo celeste pari a 9 chilometri all’ora: un uomo che cammina a passo svelto.

La stella attorno a cui il pianeta ruota, Gliese 581, è una nana rossa molto più debole del Sole. Emette una luce 50 volte più fioca, ed è questo che permette alla nuova potenziale culla della vita di orbitarvi così vicino (a una distanza 14 volte inferiore rispetto a quella che divide Sole e Terra) conservando temperature miti, capaci di mantenere l’acqua allo stato liquido. “Secondo i nostri modelli – sostiene Stéphane Udry dell’osservatorio di Ginevra, il primo firmatario dell’articolo scientifico – il pianeta ha una superficie rocciosa come la nostra Terra, oppure coperta da oceani”.

La caccia alla vita nell’universo partì di fatto nel 1995, anno della scoperta del primo esopianeta. Era il 6 ottobre quando due astronomi dell’osservatorio di Ginevra annunciarono di aver individuato un sistema solare gemello: il pianeta 51 Pegasi-b che ruotava attorno a una stella simile al Sole. Da allora a oggi diverse centinaia di esopianeti sono stati individuati, ma tutti troppo grandi, troppo caldi, troppo freddi oppure gassosi per ipotizzare che la vita così come la conosciamo sulla Terra vi si potesse sviluppare. Per mantenere viva la caccia, a dicembre dell’anno scorso l’Agenzia Spaziale Europea ha lanciato la sonda Corot, incaricata di osservare centinaia di migliaia di stelle nel corso di una missione di due anni. Un momentaneo affievolirsi della luminosità di una stella potrebbe voler dire che uno dei suoi pianeti le sta passando davanti, provocando un’eclissi.

E Corot sarà lì a registrare l’evento. Ancora più ambiziosa la missione Darwin, che l’Esa appronterà entro il 2020. Uno speciale telescopio catturerà la debole luce riflessa dagli esopianeti. Analizzandone lo spettro, riuscirà a determinare la composizione dell’atmosfera, e a capire che aria si respira a casa di Et.

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aprile 23, 2007

Downshifting, la filosofia dell’ozio creativo

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 2:06 pm

Buttiamo un sasso nello stagno della fretta
Giacomo Balla, Velocità d’automobile, 1913
DENARO – Siamo circondati dalla cultura del credito “Compra Subito, Paga Dopo” e ci siamo dimenticati del vero valore dei nostri guadagni. Controlla il tuo debito e previeni l’indebitamento eliminando una carta di credito.
Mantra – Più soldi spendi, più a lungo dovrai lavorare per pagarli.
Ricorda – Le migliori cose nella vita sono gratis.

TEMPO – Quando troverai il miglior modo di utilizzarlo, ti si aprirà un intero nuovo mondo. Non avrai bisogno di oggetti costosi. Che ne è dei giochi da tavolo, dell’impicato, della lettura, dell’interagire e parlare come una famiglia? Ci siamo semplicemente dimenticati come farlo.
Mantra – A cosa serve una fortuna se non hai tempo per spenderla?
Ricorda – Il regalo più prezioso di tutti è il tempo.

SPRECO – Rubinetti aperti, sacchi della spazzatura pieni, luci lasciate accese – Un modo facile per incominciare potrebbe essere il compostaggio domestico. Caffè, sacchetti del te bucce di verdura e frutta si tramuteranno in “oro nero” se messi in un composter. Ideale per la prima piantagione di primavera.
Mantra – Metti un freno ai rifiuti e all’uso di energia e stai attento allo spreco!
Ricorda – Riempire la terra è a un passo dalla terra piena.

DARE – Si ha un grande senso di gratificazione quando si da alla propria comunità. Sia volontariato o beneficenza, o facendo un po’ di giardinaggio per case di ricovero. Non puoi immaginare quanto brillerai nella vita di chi è meno fortunato.
Mantra – Fai quest’anno l’anno del tuo volontariato.
Ricorda – La gentilezza è infetta, passa il morbo a qualcun altro.

CIBO – Apprezza il fantastico ritorno dei piatti semplici e salutari. Cucinare cibo fresco è meno costoso e spesso più veloce delle alternative precotte, con vantaggio di gusto e salute. Se non hai tutti gli ingredienti sostituiscili o non metterli, ma soprattutto gioisci nel preparare il tuo pasto.
Mantra – Sbuccialo, fallo saltare, condiscilo, amalo!
Ricorda – Liberati dalla paura e appaga il divertimento e la fantasia della semplice cucina casalinga.

COMUNITA’ – La linfa della nostra comunità fluisce nei negozi locali e nei mercati rumorosi; hanno bisogno del nostro aiuto come non mai. Facendo nuoivi acquisti settimanali incoraggiamo favoriamo le produzioni stagionali. Darai nuovo stimolo a questa preziosa risorsa.
Mantra – E’ ora di esplorare i nostri supermercati!
Ricorda – Una strada principale senza negozi locali decenti è una strada che ha perso la sua importanza.

DIVERTIMENTO – Hai mai desiderato liberare i tuoi talenti nascosti? Con così tanti modi di liberare la tua mente e semplicemente sentirsi bene, è solo questione di lasciarsi andare. Fare cartoline di auguri, dipingere, fare delo giardinaggio. Lasciati ispirare!
Mantra – C’è una vita la fuori.
Ricorda – Come farai a sapere cosa c’è sotto se non scalfisci la superficie?

Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca. [Milan Kundera, La lentezza]

Imparate a perdere tempo
di Francesca Amoni

Di corsa, affannati, divisi tra mille impegni, con i minuti contati. Instancabili. Attivi. Il cellulare? È sempre acceso. Chiamate di continuo. Risposte rapide e sbrigative. È ancora uno status symbol la mancanza di tempo? Negli Stati Uniti, la parola d’ordine sta diventando downshifting, ovvero rallentare, scalare la marcia, rinunciare volontariamente a una parte di reddito in cambio di tempo per stare con se stessi, i figli, il partner, gli amici. C’è perfino un movimento, La semplicità volontaria, che propone libri, dibattiti, newsletter e gruppi di sostegno. Il suo motto? Less is more, di meno (meno lavoro, meno corse, meno debiti) è di più (più ore con chi si ama). Lo stesso messaggio è lanciato dalla regina del talk show più seguito dagli americani, Oprah Winfrey, nel suo nuovo ma già popolarissimo mensile O. Oprah auspica il ritorno allo “spirito della famiglia”, perché se, vent’anni fa, erano i problemi economici la principale causa dei conflitti coniugali, oggi è la mancanza di momenti insieme. Il che coincide con quanto consiglia John D. Drake, psicologo e consulente aziendale, nel volume How to work less and enjoy life more (come lavorare meno e godersi di più la vita, ed. Berret-Koehler). È un manuale di self-help come ne circolano tanti negli Stati Uniti, con un programma da realizzare attraverso piccoli e graduali cambiamenti. “Prima di tutto devi soppesare, valutare la tua esistenza, ascoltare il disagio, perché potresti scoprire che stai barattando il denaro con il tempo”, dice Drake. “Pochi si decidono a mettere in atto piccole strategie, del tipo: non lavorerò oltre le 17.30, né nel weekend. Finché un evento traumatico, come la richiesta di divorzio da parte del partner o problemi di salute, non impongono un brusco cambiamento di rotta. Anche se dopo l’11 settembre, con la guerra e i suoi costi economici, non sembra il momento più adatto per lavorare meno, piccole trasformazioni fanno bene al singolo e alla comunità”. Pioniere del cambiamento fu Robert B. Reich, ministro del Lavoro durante la prima presidenza Clinton: scandalizzò tutti, dimettendosi da quell’incarico tanto prestigioso per passare più tempo con la famiglia. “Conosco numerosi downshifter che sembrano felicissimi della loro nuova vita “rallentata”. Io ho abbandonato un lavoro di 15 ore a Washington per uno di nove a Boston, e non potrei essere più contento”, scrive l’ex ministro in L’infelicità del successo (Fazi), ormai un libro di culto negli Stati Uniti, da poco uscito in Italia. Confessa di aver spulciato, anche lui, tra manuali fai-da-te, audiocassette, corsi a domicilio, newsletter e guide, per trovare un equilibrio migliore tra il lavoro e il resto della vita. “Sta diventando sempre più difficile da raggiungere”, spiega, “perché la logica della nuova economia fa sì che si presti più attenzione al lavoro e meno alla vita individuale”. Ma la promessa della modernità era un’altra: tecnologie e rivoluzione elettronica avrebbero dovuto consentirci di avere sempre più tempo a disposizione. Un tempo liberato, si diceva. Un tempo per noi stessi. Per la cura del corpo e dell’anima. A ben guardare, la promessa è stata mantenuta: in un secolo, le ore di lavoro di un dipendente sono scese dalle 3.160 all’anno dell’inizio del Novecento alle circa 1.750 di oggi. Chi ottiene il primo impiego a 20 anni e smette a 60 lavora 80 mila ore su 530 mila di vita. Gliene restano 450 mila, di cui – tolte almeno dieci al giorno per dormire, mangiare e così via – più o meno 230 mila per fare ciò che desidera. “E non è poco”, commenta Domenico De Masi, docente di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma e autore di Ozio creativo (Rizzoli). “Ma l’accelerazione tecnologica e le modalità di organizzazione del lavoro sono sconfinate nel tempo libero. Chi si guadagna da vivere con il cervello (un 40 per cento) difficilmente riesce a staccare la spina, anche la sera o nel fine settimana. E chi svolge un lavoro intellettualmente poco impegnativo, passa gran parte del tempo a raggiungere la fabbrica o l’ufficio”. Per spiegare che cosa è accaduto, al pubblicitario Antonio Rainò è venuta in mente l’immagine dell’uovo. Nell’era industriale fordista, la giornata media di una persona poteva essere paragonata a un uovo: il guscio rappresentava la giornata di 24 ore e conteneva, ben divisi, il tuorlo (il tempo dedicato al lavoro) e l’albume (quello riservato agli svaghi). Ora, dice Rainò, il tuorlo s’è rotto, mescolandosi all’albume. Così diventa difficile separare i diversi momenti della giornata. “Il richiamo del duro lavoro”, osserva Reich, “si intrufola in tutti gli spazi vuoti della vita, perché ai fax, ai messaggi di posta vocale ed elettronica, ai cercapersone, ai cellulari bisogna rispondere. Ci rintracciano quando stiamo facendo altro: quando camminiamo, viaggiamo o dormiamo. Certo, questi aggeggi si possono spegnere, ma la tentazione di tenerli accesi per nuove opportunità professionali, o di incontri, è grande”. Gli americani, data la grande competizione e la dinamicità del mercato, stanno lavorando duramente: ogni anno, in media, 350 ore in più rispetto agli europei e perfino ai giapponesi, notoriamente super laboriosi. “Ma con il tempo, anche gli altri “vorranno” imitare gli americani, man mano che le loro economie seguiranno il percorso tracciato dagli Usa”, sostiene ancora Reich. In breve, i vantaggi della nuova era hanno un prezzo: vite più frenetiche, meno sicure, economicamente più divergenti, socialmente più stratificate. Tanto che la condizione odierna per eccellenza è la fatica, e non l’ozio. “Perché non ci sono maestri che l’insegnano. C’è solo chi insegna il lavoro”, dice De Masi. “Invece, l’ozio è l’anticamera della creatività, mentre il lavoro è onnivoro, assorbente, tutto finalizzato a soddisfare i bisogni quantitativi”. Di recente, anche le nostre librerie pullulano di manuali che consigliano le modalità più diverse per rallentare il passo. Dall’ormai celebre trilogia del filosofo francese Pierre Sansot, Passeggiate, Sul buon uso della lentezza e Vivere semplicemente (Pratiche), all’Arte di non far nulla della scrittrice Veronique Vienne (Mondadori). Dall’Elogio della siesta di Bruno Comby (San Paolo) a Le virtù dell’ozio di Armando Torno (Mondadori). Mentre David Le Breton, docente all’Università di Strasburgo, in Il mondo a piedi. Elogio della marcia (Feltrinelli) riafferma il valore del camminare. Lo definisce un modo di aprirsi al mondo, che fa nascere l’amore per la semplicità e per la lenta fruizione del tempo. Un espediente per riprendere contatto con se stessi, perché nell’andare ci si interroga, si medita su un’inattesa gamma di questioni che affiorano alla mente, e che non troverebbe udienza altrimenti. Potrebbe sembrare una forma di nostalgia, oppure di resistenza, mentre rappresenta il trionfo del corpo e soprattutto dei piedi, che al momento servono soltanto a guidare l’automobile, a salire sui mezzi pubblici o a fare pochi passi. Vero è che lui, in fondo, a correre va nel fine settimana. Ma Le Breton ha la risposta pronta: l’aver ridotto il camminare a un’attività di svago la dice lunga sulla considerazione che, nella società di oggi, hanno il corpo e il tempo. Ma davvero siamo tanto avidi di momenti liberi? Davvero ci mancano? O, piuttosto, vogliamo occupare a qualsiasi costo quelli che abbiamo? “I tempi morti ci mettono di fronte alla precarietà della vita. E l’accelerare comporta la saturazione di ogni porosità della giornata”, precisa Romano Màdera, psicoanalista junghiano. “E se una volta c’erano l’essere e l’avere, ora c’è il fare in continuazione, per non avvertire l’abisso depressivo, disfunzionale alla vita sociale. Il diffuso ricorso alle tecniche di meditazione orientale, ai massaggi e alla stessa psicoterapia sono nient’altro che contromosse: mi fermo e prendo del tempo. Un fare, senza fare”. Sulle soluzioni individuali, però, sullo scalare la marcia da soli, Reich è molto scettico. In fondo, dice, siamo tutti su uno stesso treno, che va a forte velocità. E avverte: “Possiamo riflettere su come ci piacerebbe vivere la vita. Possiamo gestire meglio il tempo, spendere meno soldi, camminare, smettere di guardare la televisione. Però operiamo all’interno di un sistema, dove le scelte sociali influenzano quelle personali. E per cambiare il nostro stile di vita, dobbiamo partire dalle decisioni prese come collettività”.

Petrolio al bando, ecco le transition town

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 10:38 am

Corriere della sera, 20 aprile 2007
di Paola de Carolis
Sempre di più in Gran Bretagna le città che puntano ad una riconversione ecologica eliminando auto, plastica, viaggi aerei… Uno scorcio di Kinsale, in Irlanda, una delle prime «transition town»
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LONDRA (Gran Bretagna) – Come proiezione è preoccupante: tra cinque anni avremo consumato metà delle riserve naturali di greggio. Questo, almeno, è quanto sostiene Rob Hopkins, docente universitario e fondatore di un movimento che in Gran Bretagna e in Irlanda sta prendendo piede a ritmo sostenuto. Si chiama Transition towns (www.transitiontowns.org) e l’obiettivo è di convertire centri abitati a un’esistenza ecologica che faccia a meno del petrolio e dei suoi derivati.
«GOVERNO ASSENTE» – «Il governo parla di riforme verdi, ma alla fine non cambia niente», ha sottolineato Hopkins in una recente intervista al Guardian. «Il nostro movimento è per chi è stanco di aspettare e alle parole preferisce misure concrete». Un richiamo che la gente ha sentito. Perché è questa la differenza tra Transition Towns e altre organizzazioni che si battono per una maggiore sensibilità ecologica. Il gruppo di Hopkins passa la palla ai cittadini. Che siano loro a movimentare il governo dando il la e avviando iniziative efficaci e a basso costo.
PRIME ESPERIENZE – Apripista è stata Kinsale, in Irlanda, dove l’iniziativa, partita l’anno scorso, ha ottenuto anche il sostegno finanziario del Comune (che ha contribuito con una cifra moderata, 5.000 euro, ma «è sempre meglio di niente», sottolinea Hopkins). Le abitudini maturate nel corso di mezzo secolo non si cambiano da un giorno all’altro, ma tentar non nuoce. Così i Transition Townies – questo il nome di coloro che aderiscono al movimento – stanno facendo una campagna educativa nelle scuole per convincere istituti e studenti della necessità di raggiungere le aule non su quattro ruote, ma due: in bicicletta. E perché no, dato che grazie a Transition Towns ci sono oggi a Kinsale più piste ciclabili dell’anno scorso? Non è che l’inizio. Perchè come in tutti i centri “transizione” – e sono già diversi, Totnes, Falmouth, Moretonhampstead, Lewes, Ottery St Mary, Stroud, Ivybridge, Lampeter, nonchè il quartiere di Brixton a Londra e l’intera città di Bristol – l’accento non è solo sul trasporto, ma anche su tecniche di agricoltura sostenibili, sul consumo di prodotti locali, sull’energia alternativa.
SOLE E ANTICHI MESTIERI – A Totnes, nel Devon, l’obiettivo è di installare, entro luglio, pannelli solari su 50 abitazioni, un esperimento che se avrà successo verrà esteso a tutta la cittadina. E dato che la presenza di greggio e petrolio ha da una parte semplificato la vita, ma dall’altra «creato una generazione che ha dimenticato arti antiche», ecco una serie di seminari per «rieducare la gente ai mestieri dei loro genitori». Come crescere le verdure nell’orto, come bruciare la legna nel modo meno dannoso per l’ambiente, come fare il pane, come rammendare le calze, come cucinare usando solo prodotti stagionali: dal giardino alla tavola, in pratica, senza bisogno di supermercati, di cipolle spagnole o fragole cilene.
COMUNITA’ E APPARTENENZA – Secondo Duncan Law, “townie” volontario di Brixton, si tratta di un progetto che crea un senso di comunità e di appartenenza. «In genere il messaggio sull’ambiente è esclusivamente negativo, la filosofia di Transition Towns invece è positiva, nel senso che tutti possiamo fare qualcosa e, nel nostro piccolo, cambiare il mondo. In un quartiere come Brixton, dove non c’è un grande senso di solidarietà e ci sono vicini di casa che si conoscono appena, un’iniziativa che unisce la gente nel bene comune non può che essere benvenuta».

marzo 15, 2007

“Più idee e meno cemento”

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 3:17 pm

Gigawatt e modelli
di Carlo Bertani – 13 marzo 2007

Oggi è uno dei primi giorni di marzo e leggo sul davanzale la temperatura esterna: 19 gradi all’ombra, a mezzogiorno, nel profondo e continentale Piemonte. Il cielo è azzurro ed il sole brucia: se si rimane fermi in auto viene quasi la voglia d’accendere il climatizzatore. Il tarassaco – l’insalata “dei prati” – non ha cessato di crescere e fiorire per tutto l’inverno, per la gioia di chi ama i gusti selvatici. Non sfugge però, all’occhio attento, che qualcosa non va: gli alberi hanno iniziato con un mese d’anticipo la ripresa vegetativa ma tutto ciò che è verde sembra un po’ più spento, secco. Alla base degli alberi non c’è humus ma terra asciutta: se la notte s’iniziano ad incocciare con i fari le falene, i vermi sono quasi scomparsi.

Tutto ciò non è passato inosservato ed anche il “palazzo” della politica qualcosa ha dovuto ammettere: il clima umido, molto “inglese”, che abbiamo avuto lo (oramai) scorso inverno è stato molto probabilmente dovuto all’aumento dell’anidride carbonica nell’aria, che contribuisce a mantenere in forma gassosa l’acqua nell’atmosfera. In altre parole, più CO2 c’è nell’aria, più vapore acqueo vi ristagna.
A fronte dell’evidenza, anche il mondo degli ultimi scettici si è mobilitato: fioriscono le teorie più assurde per non riconoscere che abbiamo modificato uno dei parametri chiave della biosfera. Il tasso d’anidride carbonica – negli ultimi 20 milioni di anni – è sempre stato compreso fra 180 e 270 PPM (parti per milione), mentre oggi ha superato quota 376. Siamo dei saccenti e presuntuosi apprendisti stregoni, che si mettono a giocherellare con una chiave inglese fra gli ingranaggi di una Ferrari da competizione. Provino a dimostrare che il tasso di CO2 fuori controllo non ha nessun effetto sul clima.

Pur navigando oramai verso l’emergenza, qualcosa si muove: il ministro Pecoraro Scanio ha chiamato al capezzale dell’industria energetica italiana il prof. Carlo Rubbia – nominandolo suo consulente per le energie rinnovabili – ed è stata senz’altro la miglior scelta. Forse, tanta “agitazione” sul Web – a fronte dell’immobilismo dell’informazione ufficiale – qualche frutto inizia a darlo.
Chi è abituato a confrontarsi da decenni con il problema ambientale a volte coglie passaggi che magari ad altri sfuggono: il prof. Rubbia – durante un dibattito televisivo – ebbe a dire che “non possiamo pensare di trarre dal mondo naturale la stessa quantità d’energia che oggi consumiamo”.

Questa affermazione, a prima vista, parrebbe il classico “colpo al cerchio ed alla botte”: subito, i vari sostenitori del nucleare si sono “infilati” nel discorso per cercare di salvare i futuri bilanci dell’industria elettronucleare (ed il loro, personale, portafogli).
Se riflettiamo un solo secondo sull’evidenza, ossia che Rubbia è uno dei massimi esperti mondiali nel ramo – e non può non sapere che anche l’atomo ha i decenni contati (più o meno 50 anni come il petrolio, viste le stime dell’IEA sulla disponibilità d’Uranio) – dovremmo chiederci qual era il senso dell’affermazione di Rubbia.
Fra circa mezzo secolo, dovremo aver già compiuto una delle trasformazioni epocali della nostra civiltà: 50 anni non sono un’eternità, scoccheranno quando gli attuali allievi delle scuole medie andranno in pensione. Ergo, possiamo presumere che tanti di questi ragazzi e ragazze, che oggi giocherellano con il telefonino, lavoreranno per l’intera vita proprio per risolvere i problemi dell’energia e dell’ambiente.

Cosa dovranno fare?
La risposta più semplice (e verissima) è: dovranno scovare tanti Gigawatt d’energia dal sole, dal vento, dal mare, dalla geotermia e fare in modo che la trasformazione di queste enormi masse d’energia avvenga a costi contenuti.
Per due secoli abbiamo goduto di un enorme “regalo”: l’energia dei fossili, non rinnovabile se non in tempi geologici. Da oggi, dobbiamo iniziare ad utilizzare ciò che rimane delle energie dei fossili per tracciare le fondamenta del nuovo sistema energetico.

Visti in quest’ottica, anche virulenti dissidi come quelli sul nucleare o sui rigassificatori scemano d’importanza: questi mezzi sono soltanto dei “supplenti” nell’attesa che si giunga ad una nuova ridefinizione del sistema d’approvvigionamento energetico.
Anche la gestione dei rifiuti deve trovare soluzione: si deve necessariamente aumentare la quota di riciclo dei materiali usati, ma tutti sanno che oltre un certo limite è molto difficile andare. Un solo esempio: gran parte del legname viene utilizzato per coperture edili o per la costruzione di mobili. Lo stesso quantitativo di legname, dopo 30 anni circa, va in discarica. Perché? Per la naturale decomposizione del legno, oppure perché i mobili d’oggi – costruiti con tecniche che s’affidano più alle colle ed alle vernici che alla resistenza strutturale – dopo quel periodo decadono. Chi s’oppone alla costruzione di moderni termovalorizzatori non riflette abbastanza: ciò che non viene riciclato va in discarica; e in discarica, cosa avviene?

I materiali si decompongono per fermentazione anaerobica, ossia producono naturalmente metano che è difficile recuperare: una molecola di metano trattiene una quantità di radiazione infrarossa pari a quella che riflettono 21 molecole di anidride carbonica. In definitiva, o si riesce a recuperare il 100% dei materiali, oppure bisogna riconoscere che il rimanente è meglio bruciarlo che seppellirlo (come oggi avviene).
Un altro paio di maniche sarebbe criticare l’attuale sistema di produzione e di consumo, ossia l’inveterata tendenza a costruire beni che hanno già “data di scadenza”: la cosiddetta “obsolescenza programmata”.

Prima o dopo l’umanità dovrà chiedersi che senso ha costruire beni che durano poco per poterne costruire altri: sappiamo bene qual è la ragione del fenomeno, ossia la naturale tendenza del capitalismo ad aumentare i consumi per poter affermare che c’è stato “incremento del PIL” (e dei profitti).
In altre parole, si tratta di trovare dei modelli di produzione e consumo che non ci privino di ciò di cui abbiamo bisogno ma, nel contempo, ci consentano di “raffreddare” la corsa produzione/consumo.
Spesso, su questo argomento, si rischia di cadere in un tranello di tipo ideologico: prima definisco il modello sin nei minimi particolari, poi lo applico ed ho risolto il problema. Nobile intento, ma i vari piani quinquennali dell’URSS ci raccontano quanto sia difficile programmare ed applicare un modello tecnologico ed economico all’evoluzione sociale. Quando ci riusciremo, avremo fatto Bingo.

Altra soluzione è la trasformazione in itinere dei modelli, e forse questo è un obiettivo più alla nostra portata: 50 anni possono bastare per ridefinire i vari modelli (produzione, trasporto, consumo, ecc), a patto che si sia coscienti del problema e che s’intenda affrontarlo.
Che senso può avere, allora, l’affermazione di Rubbia: “non possiamo pensare di trarre dal mondo naturale la stessa quantità d’energia che oggi consumiamo”?

Nessuno, dotato di buon senso, può immaginare cosa potrà accadere fra uno o due secoli, ma pensare oggi di scovare così – tout court e nel volgere d’appena mezzo secolo – 10 miliardi di TEP [1] d’energia dal mondo naturale è un’affermazione un poco eccessiva. Ad essere generosi, oggi non arriviamo – con le rinnovabili, il geotermico e l’idroelettrico – a coprire il 15% di tale fabbisogno: e il restante 85%?
E non si tratta soltanto di quantità, ma di riserve: i fossili sono per definizione una riserva naturale, mentre le rinnovabili richiedono che si trovi una forma di conservazione dell’energia. L’idrogeno è il naturale candidato, ma dobbiamo costruire attorno a questo concetto un sistema tecnologico (del quale conosciamo le basi teoriche e molte soluzioni tecnologiche) che oggi è inesistente.

La ricerca sulle fonti deve procedere a spron battuto – questo è certo – ma, parimenti, dobbiamo iniziare a criticare (nel senso di raffinare) i modelli. Ecco, questo – a mio parere – era il senso dell’affermazione di Rubbia.

Se volessimo assegnare un epitaffio al secolo appena trascorso – definito spesso “il secolo breve” – potremmo chiamarlo il secolo “dello spreco”. Soltanto nelle due guerre mondiali, abbiamo depositato sul fondo degli oceani una cifra dell’ordine di 50 milioni di tonnellate d’acciaio: si tratta soltanto di una quantità indicativa, ma riflettiamo che metà del naviglio mercantile esistente nel 1939 fu affondato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Se le guerre sono l’apoteosi dello spreco di risorse, anche in pace non si scherza: siamo tanto orgogliosi del motore a scoppio, ma soltanto il 35% della benzina che introduciamo nel serbatoio si trasforma in energia meccanica, mentre il resto se ne va sotto forma di calore e serve soltanto a scaldare il cielo.
Tutto il nostro sistema tecnologico è improntato allo spreco: conosciamo alla perfezione le leggi della termodinamica, dell’idraulica e dell’elettrologia ma non le applichiamo. Centrali termoelettriche con rendimenti del 40%, caldaie per il riscaldamento con sprechi affini, climatizzatori che gettano al vento fiumi d’aria rovente carica d’energia…è un elenco senza fine.

E i trasporti? Qui siamo all’apoteosi.
Molti sanno, qualcuno parla, ma nessuno muove un dito: questa, in sintesi, potrebbe essere una definizione estremamente concisa dell’approccio al mondo del trasporto.

Chi sa? Beh…da molti anni l’UE e molti esperti del ramo (fra i quali anche l’attuale Ministro Bianchi che, all’indomani della sua nomina, per prima cosa parlò delle “autostrade del mare”) predicano che il trasporto su gomma è la più sciagurata delle scelte, che la ferrovia è molto meglio e che l’optimum è la nave.
Peccato che oggi si dedichi soprattutto ad inasprire inutilmente le sanzioni per gli automobilisti: e le “autostrade del mare”? Finite nel dimenticatoio? Oppure, visto che è impossibile scindere quel legame propagandato da decenni di pubblicità – ossia, velocità = successo e potere – si getta tutto alle ortiche e si pensa di reperire “risorse” per gli Enti Locali con le salatissime multe? Essere sorpresi alla guida dopo aver bevuto un aperitivo può costare 12.000 euro di multa! Ma, lor signori, rammentano che è lo stipendio annuo di tantissimi italiani? Forse, guadagnare 19.000 euro il mese ha dato loro alla testa?

Chi parla? La stessa Commissione Europea – che nel suo Libro bianco, La politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte [2] – afferma drasticamente:
“È arrivato il momento di dare ai trasporti meno cemento e più idee.”

Verrebbe da dire: la TAV sentitamente ringrazia. L’aspetto curioso della vicenda TAV è che la logica che conduce a non costruire il Ponte sullo Stretto di Messina è la stessa che dovrebbe portare a non spendere una valanga di soldi per bucare la montagna, bensì a riutilizzare la linea esistente e poco sfruttata.
Perché il Ponte sullo Stretto non serve a niente? Oggi, un treno impiega circa due ore per attraversare lo stretto, mediante i traghetti. Vediamo un esempio per la tratta Palermo – Milano, lunga circa 1450 Km .

Un treno in grado di mantenere una velocità media di 90 Km orari impiegherebbe circa 18 ore (16 + 2) per giungere a Milano mentre un altro, esattamente uguale e nelle stesse condizioni – che utilizzasse il ponte e percorresse la tratta a 80 Km orari – ci metterebbe lo stesso tempo (18 ore). Quindi, l’innalzamento della velocità su brevi tratti ha poco significato: è la media della percorrenza totale a fare la differenza. Per non incrementare di soli 10Km/h la velocità media, ci sarebbe una spesa (prevista ed iniziale) di 6,5 miliardi di euro e lo sconvolgimento urbanistico di due città.

Il “corridoio 5” Lisbona Kiev è lungo circa 3.000 Km: se percorso interamente alla (folle) velocità di 140 Km/h (per le merci), il nostro treno carico d’acciughe portoghesi giungerebbe a Kiev in 21 ore e 30 minuti.
Il tratto “incriminato” – St. Jean de la Maurienne-Bussoleno – è lungo circa 100 Km: se venisse “sottratto” all’alta velocità, il corridoio 5 consentirebbe una velocità di 140 Km/h per 2900 Km ed una minore – probabilmente intorno ai 60 Km/h – per i rimanenti 100. Quanto tempo ci metterebbero le nostre acciughe per arrivare a Kiev? 20.40 ore sull’alta velocità e 1.40 ore sul tratto lento. Totale: 22 ore e 20 minuti.

In buona sostanza, stiamo combinando tutto il can can della TAV in Val di Susa per far giungere un treno da Lisbona a Kiev 50 minuti prima? O le acciughe sono congelate – ed allora non cambia nulla – oppure sono fresche, nel qual caso si dovrà probabilmente buttare tutto in entrambi i casi.
Se, poi – con interventi sulla linea esistente – si riuscisse ad elevare la velocità ad 80 Km/h sul tratto montano italo-francese, il “ritardo” – a Kiev – sarebbe di soli 25 minuti. Ma, stiamo scherzando o ci piace perdere del tempo? La fine dello “scherzo” è tutta nel costo dell’opera: cifre fumose e ben nascoste nelle “pieghe” dei bilanci. Quanto? Circa 15 miliardi di euro, più del doppio del Ponte sullo Stretto.

I vantaggi? Difficili da comprendere, perché la linea Torino-Lione è già oggi sotto-utilizzata e non si prevedono aumenti negli scambi commerciali con la Francia , da anni stabili su valori che l’attuale linea può tranquillamente assorbire.
Stiamo ragionando praticamente sui sogni, perché l’UE stessa chiarisce quali sono i problemi del traffico ferroviario:
“La velocità media del trasporto internazionale di merci (nell’UE, N.d.A.) è di soli 18 km/ora: inferiore a quella di un rompighiaccio in servizio nel Mar Baltico.”

Le ferrovie, quindi – a fronte d’enormi investimenti – riescono a raggiungere a malapena la velocità di una modesta nave commerciale – dieci nodi – e sono ben lontane dalle prestazioni dei cosiddetti “traghetti veloci” – 25 e più nodi – ossia circa 50 Km/h .
Ciò non significa che la ferrovia sia da ignorare – perché il vero “buco nero” del trasporto è la strada – ma si tratta, comunque, di un mezzo di trasporto nato quando l’umanità scoprì il modo d’alimentare le macchine a vapore con il carbone. Prima, la ferrovia sarebbe stata improponibile.
Un treno merci che s’arresta ad un segnale e che riparte – per raggiungere nuovamente una velocità di 100 Km/h – impiega un’energia pari a 14 Kg di petrolio: la stessa quantità necessaria per scaldare una piccola piscina. Quante fermate effettua nelle stazioni, ai segnali, nei nodi d’interconnessione delle linee? E non si venga a raccontare che le nuove linee ad alta velocità risolveranno il problema: miglioreranno sì il rendimento ma, se le rimanenti linee rimarranno allo stato attuale, i TAV ed i “corridoi” saranno le classiche cattedrali nel deserto.

Vogliamo cercare “più idee e meno cemento“, come afferma l’UE stessa? Quali sono i requisiti da soddisfare?

  • Consumi contenuti d’energia e relativo, scarso inquinamento;
  • Velocità medie più elevate di quelle attuali;
  • Evitare al minimo i trasbordi da un vettore all’altro;
  • Possibilità di raggiungere la maggior parte delle nazioni dell’UE;

Il vettore più parco nei consumi c’è: è la nave. Considerando la velocità media dei convogli ferroviari, la nave è più veloce. Qual è il mezzo che consente di percorrere lunghe tratte senza trasbordi e fermate? La nave. Esiste una rete di comunicazione ampia e che giunge quasi ovunque? Sì, sono le vie d’acqua, marine ed interne: per secoli, sono state le uniche vere vie di comunicazione, giacché un carro con trazione animale che viaggiava su una strada dell’epoca – spesso fangosa – serviva solo per il trasporto locale. Tutti i grandi insediamenti d’epoca medievale si trovano nei pressi d’importanti vie d’acqua, marine e fluviali. Ancora l’UE:
“Alcuni collegamenti marittimi (in particolare quelli che permettono di evitare le strozzature attuali, cioè Alpi, Pirenei e Benelux e in un domani la frontiera fra Germania e Polonia) saranno integrati nella rete transeuropea allo stesso livello dei collegamenti stradali o ferroviari.”

Il modello “acqua” è quindi già oggi vincente per economicità ed inquinamento: purtroppo, nei due secoli dei combustibili fossili è stato trascurato.
Domani – quando non avremo più a disposizione energia da buttare – dovremo soltanto osservare quel modello ed interpretarlo alla luce della modernità.
Osserviamo con stupore i prototipi d’automobili ad idrogeno (elettriche/celle a combustibile), ma pochi sapranno che la nave – grazie ai notevoli spazi interni – è la candidata naturale a ricevere il binomio motore elettrico/cella a combustibile, senza dover imbarcare idrogeno liquido[3]. I nuovi sommergibili italo-tedeschi della classe “U” sono già dotati di questo sistema.

Per l’Italia, quali prospettive s’aprirebbero?
Se le linee dei TAV possono soddisfare l’asse ovest-est (va beh, con quel ritardo di 50 minuti a Kiev…) rimane il grande punto interrogativo di mettere in collegamento l’Italia – tutta, e non solo la pianura padana – con le regioni centrali europee.
Presto detto: si bucano le montagne e si costruiscono nuovi valichi per le ferrovie. Nulla di sbagliato – sempre meglio delle colonne d’autotreni – ma se vogliamo metterci anche un po’ d’intelligenza si può fare di meglio.

Vogliamo valutare il meglio, in termini d’economia di combustibili e per il numero dei trasbordi? Vogliamo fornire all’Italia una nuova via di collegamento con l’Europa Centrale? Quale sviluppo economico può avere il Sud se si trova a 2.500 chilometri dalle principale aree economiche europee?
Se una grande potenzialità del nostro Sud potrebbe essere la produzione di primizie (modello Andalusia od Israele) e, più in generale, l’incremento del “biologico” in agricoltura – un tema sempre più caro ai consumatori – perché non definire il modello sulla base delle nostre esigenze?

Scrissi, tempo fa, che solo una nuova visione integrata del trasporto marittimo con quello nelle acque interne forniva delle risposte soddisfacenti: non ero mica l’unico a sostenerlo. Ancora l’UE:
“In alcuni dei paesi non legati alla rete nord-ovest europea, gli esistenti bacini, in particolare quello del Rodano, del Po e del Douro, presentano un interesse crescente in termini di navigazione regionale ma anche di trasporti fluviali-marittimi, che hanno visto crescere la propria importanza grazie anche ai progressi tecnici realizzati nella progettazione di navi in grado di navigare tanto in mare aperto che sui fiumi.”

Cosa sono queste navi fluviali/marine del tipo V (quinto)? Sono navi che hanno una lunghezza standard di 114 metri ed una larghezza di 11 metri circa: la loro portata è di 2.000 tonnellate, ossia il carico di 85 autotreni o di 40 carri ferroviari. Dove possono navigare?
Nei fiumi, nei canali ed in mare, a patto che non siano acque oceaniche o passaggi particolarmente tempestosi: nelle acque costiere italiane possono navigare ovunque.
Il grande vantaggio è proprio nelle loro dimensioni contenute: la nave fluviale/marina del tipo V può utilizzare anche il circuito dei porti “minori”, porti-canale, lagune, porti lacustri, fluviali. Insomma, va quasi dappertutto, a patto d’avere pochissimi metri d’acqua sotto la chiglia.
Uno dei problemi del trasporto sull’acqua italiano è che non abbiamo accesso all’immenso “sistema” del Danubio, la grande arteria centrale europea che smista le merci – direttamente o con affluenti e canali – dai Paesi Bassi al mar Nero, passando per la Germania , l’Austria, le repubbliche ceca e slovacca, l’Ungheria, l’ex Jugoslavia (Drava e Sava), Bulgaria e Romania. Dal Mar Nero s’apre la via dei grandi fiumi russi: senza un solo trasbordo è possibile inviare un container da Anversa a Murmansk con la navigazione interna e del Mar Nero.

L’Italia è tagliata fuori da questo enorme sistema di comunicazione: anzi, è forse una delle poche nazioni europee ad esserlo. La Francia ha per ora sospeso il collegamento fra il bacino del Rodano e quello del Reno – Meno – Danubio (ufficialmente per motivi ecologici) ma possiamo presumere che ci ripenseranno: per i francesi, però, si tratta solo d’ammodernare poche decine di chilometri di canali già esistenti.
Addirittura la Grecia ha un accesso più agevole attraverso il Bosforo ed il delta del Danubio, così come i porti sulla Manica possono accedervi da Rotterdam o da Anversa: gli unici ad esserne completamente tagliati fuori siamo noi italiani.

Sarebbe già un buon risultato (Ministro Bianchi? Pronto?) se riuscissimo a ripristinare la navigazione nel Po con un collegamento con il Lago di Garda: siamo certi che, se l’Italia avesse altro nome (Germania, Olanda, Slovacchia od Ungheria), già ci sarebbe. L’UE ci forniva il 50% delle spese di progettazione ed il 10% di quelle di realizzazione: forse, con un centinaio di milioni[4] (non miliardi!) di euro si poteva sistemare tutto. Erano una “prospettiva politica” troppo poco allettante? Milano, Pavia, Piacenza, Cremona e le altre città del Po sarebbero tornate ad essere realtà portuali, ed oggi l’autostrada Milano-Trieste sarebbe un po’ meno congestionata.

La vera innovazione – “più idee e meno cemento” – sarebbe però collegare l’area mediterranea con il Danubio: non è proprio una novità. Già gli austriaci ci avevano pensato e meditarono di collegare l’Adriatico al Danubio mediante i bacini della Sava e della Drava (in Jugoslavia): dal punto di vista tecnico era senz’altro più agevole, ma – all’epoca – gli interessi austro-ungarici erano quelli di collegare soprattutto il Lombardo-Veneto con l’area balcanica e l’Ungheria. Della Germania, a Franz Josef, importava poco.
Finì in un nulla di fatto per la crisi di bilancio di fine ‘800 dell’Austria, che fu costretta addirittura a vendere ai privati alcune linee ferroviarie statali per “far cassa”.

Oggi, incontreremmo problemi tecnici? Non irrisolvibili. Con la tecnologia di metà Ottocento fu scavato il Canale di Suez e con quella di fine ‘800 fu realizzato il Canale di Panama, che comprendeva già un complesso sistema di chiuse di sollevamento. Potremmo, con la tecnologia odierna, collegare la valle dell’Adige con quella dell’Inn (e quindi con il Danubio)?
Qualcuno ci ha pensato, ed ho ricevuto la scorsa settimana questa e-mail:

Egr. signor Carlo Bertani,
In questi giorni abbiamo presentato il Progetto Tirol-Adria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma, alla Direzione Generale Energia e Trasporti dell’EU ed ai governi di Berlino, Vienna, Monaco (per il Lander della Baviera), nonché alle Province Autonome di Bolzano e di Trento. Il Progetto – pubblicato sul sito www.tirol-adria.com – è composto di 4 parti:
A: Centrali idroelettriche Tirol-Adria, con deviazione di acqua dall’Inn verso l’Adige;
B: Donau-Tirol-Adria-Passage – Collegamento dell’idrovia Danubio col Mare Adriatico, l’alternativa vera e propria alla galleria del Brennero;
C: Treno Magnetico a Levitazione (Maglev) München-Verona;
D: Conduttura ATCC sul tratto del Maglev München-Verona;
La deviazione di acque dall’Inn verso l’Adige nel Sud Tirolo (Bolzano) crea i presupposti per rendere navigabile il fiume Adige: per la deviazione è necessario il consenso degli Stati confinanti del Danubio.
Collegando i fiumi Inn ed Adige si creerebbe un’idrovia tra Danubio ed il mare Adriatico. Su questa idrovia potrebbe essere trasportata gran parte delle merci. Con le idrovie esistenti nella pianura Padana e sui laghi il trasporto merci si svolgerebbe in maniera meno inquinante.
È un progetto molto complesso e innovativo, in grado di creare nuove prospettive.
Distinti saluti.
Tirol-Adria Ltd.
Albert Mairhofer
39030 Valle di Casies/BZ

Chiunque potrà rendersi conto del progetto visitando il sito www.tirol-adria.com (consiglio di scaricare i file pdf).
Dopo aver letto il progetto, qualcuno inizierà a storcere il naso ed a ridere sotto i baffi: far passare delle navi in galleria…deviare l’acqua dei fiumi…roba da pazzi…
Immaginate come dovette apparire, agli occhi di un uomo di fine Ottocento, la costruzione del canale di Panama: come faranno a sollevare di decine di metri le grandi navi oceaniche? Oggi ci sembra una banalità.

Poi salteranno fuori i difensori “duri e puri” dell’ambiente: bestemmia ambientale! Qualcuno mi scrisse, mesi fa, che la costruzione del canale Po-Milano era “un’ulteriore ferita all’ecosistema padano”. Se i canali sono “ferite”, le autostrade, le TAV, gli elettrodotti, le selve d’antenne per le telecomunicazioni e le centrali termoelettriche cosa sono, i cerotti?
Volete sapere – a mio avviso – quale potrà essere il principale ostacolo al progetto? La tecnologia? Ma figuriamoci…l’ambiente? Sarebbe uno dei progetti più ecologici e vantaggiosi proprio per l’ambiente.

La maggior difficoltà sarebbe tutta per il Ministro D’Alema, che dovrebbe chiedere il “permesso” ad Austria e Germania d’entrare nel “sistema” Danubio. Si parla poco del Danubio, ma l’UE lo considera alla stregua delle altre grandi arterie di traffico:
” La Commissione intende proporre un rafforzamento del ruolo della Comunità in seno alle organizzazioni internazionali quali l’Organizzazione marittima internazionale, l’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale o la Commissione del Danubio, in modo da tutelare gli interessi dell’Europa a livello mondiale.”

Molti “mal di pancia” internazionali per la guerra del Kosovo nacquero proprio per i bombardamenti indiscriminati dell’aviazione (quasi esclusivamente, guarda a caso, quella americana) ai ponti, che paralizzarono e rallentarono la navigazione per parecchio tempo.
Questo progetto incontrerà una feroce opposizione da parte di molti sedicenti ambientalisti: grattata la vernice, però, verranno senz’altro a galla i “dubbi” di Germania ed Austria a concedere all’Italia di transitare sul Danubio.
Le resistenze interne italiane saranno invece il solito coagulo trasversale d’interessi: ferrovie, holding dell’energia, le varie società delle autostrade. Aspettiamoci molte “grida di dolore” per l’ambiente “tradito”.

La battaglia di Albert Mairhofer è però una di quelle che vale la pena di combattere, perché quando riusciranno ad inaridire i nostri (realistici) sogni avranno vinto la loro battaglia: quella che ci condurrà tutti – insieme – a perdere la guerra.

Carlo Bertani bertani137@libero.it www.carlobertani.it

[1] L’attuale consumo annuo d’energia dell’intero pianeta, espresso in miliardi di Tonnellate Equivalenti di Petrolio.
[2] Tutti gli estratti presenti nel testo provengono da questo documento ufficiale dell’UE.
[3] Per liquefare l’Idrogeno, si “perde” (a meno di recuperare il calore) il 32% dell’energia primaria.
[4] La stima eseguita dal consorzio “Navigare sul Po” nel 2000 era di 400 miliardi di vecchie lire (senza contare i contributi europei).

La regola del “tre contro uno”

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 10:28 am

La geopolitica tra i 4 giganti della terra

di Giulietto Chiesa -da Galatea
http://www.giuliettochiesa.it

Se dessimo un’occhiata un po’ più attenta a questo mondo sempre più ballerino sull’orlo del baratro, vedremmo che la situazione si può descriver e con la regola del “3 contro uno”. E, forse, potremmo ricavarne qualche suggerimento per l’immediato futuro, prima che la nuova guerra di turno cominci, verso il grande scontro dell’Occidente con la Cina.

Cos’è questa regola? I giganti del pianeta, al momento attuale, sono quattro (dico al momento attuale, perché le cose camminano in fretta, e presto i giganti diventeranno almeno cinque). L’accelerazione è simile all’andamento di un corso d’acqua, che accelera il suo movimento nelle vicinanze di un precipizio. Appunto.

I quattro giganti sono, lo sappiamo tutti, l’America, la Russia, la Cina, l’Europa.

Ma non molto diversi tra loro. Tre di loro sono armati, e li metto nell’ordine della loro potenza tecnologico-militare: America, Russia, Cina. Il quarto è l’Europa, che non ha armi strategiche (il fatto che ce le abbiano la Francia e la Gran Bretagna non influisce in modo sostanziale sul ragionamento, perché l’Europa, in quanto tale, non è armata strategicamente).

Tre contro uno. Non c’è alcun equilibrio possibile nelle attuali condizioni.

Guardiamo i quattro giganti dal punto di vista energetico. Di nuovo tre contro uno. Perché solo uno dei quattro giganti ha grandi riserve di energia sul proprio territorio e non ha nessun bisogno, al momento, di procurarsene altre, con il denaro o con la forza. Al contrario, le vende. E questo paese è la Russia. Gli altri tre, America, Cina, Europa, in maggiore o minore misura, non hanno rilevanti fonti energetiche proprie. Il che significa che devono procurarsele: o comprandole, o prendendosele con la forza. Sappiamo dove, per il momento.

Di nuovo non c’è alcun equilibrio in questa equazione.

Guardiamo infine i quattro giganti dal punto di vista finanziario. Tre sono paesi creditori (Cina, Russia, Europa), il quarto è un paese – gli Stati Uniti d’America – mostruosamente indebitato, specie con i primi due, che hanno fatto incetta di certificati di credito del tesoro americano e sono oggi in condizioni di ricattare l’America con una cospicua massa di centinaia di miliardi del suo eccesso di consumo. L’Europa, per ora, regge la borsa e aiuta l’America, ma non sarà per sempre.

Altro, inquietante, motivo di disequilibrio strategico. Ancora tre contro uno.

Il tutto, affinché non ce lo dimentichiamo, in presenza di due fattori completamente nuovi sulla scena mondiale: il primo è l’avvicinarsi del triplo picco delle energie diciamo così tradizionali: quello del petrolio, quello del gas, quello dell’uranio. Detto in termini semplici: con gli attuali ritmi di crescita, da qui al 2030 la domanda di idrocarburi sarà quasi raddoppiata e, tenuto conto che la Cina (con il suo miliardo e 300 milioni di persone) sta passando da un consumo annuale pro capite di una tonnellata di petrolio, a tre tonnellate annue, e che gli Stati Uniti intendono fermamente restare sui propri livelli di consumo (8 tonnellate annue pro capite), come l’Europa del resto (3 tonnellate pro capite), se ne deduce che, essendo le risorse in idrocarburi definite, e all’incirca calcolabili le capacità complessive di estrazione, si arriverà attorno a quella data a un serissimo problema di reperimento delle risorse energetiche tradizionali. Di carbone ce n’è un po’ di più, ma la sua trasportabilità è problematica e, in ogni caso, quando diminuiranno petrolio e gas e tutti si getteranno con il carbone, il problema sarà ripetuto anche in quella direzione.

Ecco perché tutti (specie quelli che, dopo Cernobyl, l’avevano abbandonata) si vanno affrettando verso l’energia atomica. Russia, Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, India, Pakistan, Brasile, Iran, Giappone, ecc. La Russia, per esempio, che pure ha grandi riserve di petrolio, gas e carbone, ha già avviato un programma di costruzione di 21 nuove centrali nucleari.

Ma l’atomo non ci salverà. Può solo fornirci un po’ più di respiro. Con questi ritmi di sviluppo dell’energia atomica le risorse del combustibile si avvicineranno al picco, per poi decrescere, attorno alla metà del secolo, o poco oltre. Ma i costi materiali della “dismissione” delle centrali obsolete sono vertiginosi. E non si deve dimenticare che la nostra civiltà non ha ancora risolto il problema di dove mettere gli scarti radioattivi della produzione di energia atomica, che non sono riciclabili, e dureranno quanto tutte le prossime 5000 generazioni umane. Cioè non ci sono risposte sicure all’interrogativo se i nostri figli o nipoti potranno sopravvivere a un tale, multiplo rischio di inquinamento radioattivo della terra, dell’acqua e dell’aria.

E qui emerge l’altro immenso problema: questo sviluppo è ormai ecologicamente “insostenibile”. A questa conclusione sono giunti ormai tutti i più importanti centri di ricerca del mondo. Restano, a negare l’evidenza, i public relation men (inclusi i professori universitari a pagamento) delle grandi multinazionali, delle corporations che dirigono il mercato del consumo mondiale. Ma il termine “insostenibile” ha ormai fatto breccia perfino nei documenti ufficiali della Commissione Europea.

Dire che tutto ciò è insostenibile significa – scusate la tautologia , ma è il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz a insistervi – che “non è possibile sostenerlo”. In altri termini significa che, se continuiamo a consumare tutto, energia e ogni tipo di risorse, ai ritmi attuali, noi altereremo irrimediabilmente i contorni dell’ambiente in cui viviamo. Cioè metteremo a repentaglio la esistenza di milioni, anzi miliardi, di persone. Come ha detto il generale Gareev, presidente dall’Accademia Militare Russa (illustrando recentemente i lineamenti della nuova dottrina militare russa), tra non molto “si porrà il problema della sopravvivenza per interi popoli e nazioni”. E, per quelli che hanno risorse energetiche nelle viscere dei propri territori, l’alternativa sarà “tra resistere (all’aggressione dall’esterno) o perire”.

Solo alla luce di queste considerazioni si può dare un’interpretazione complessiva e unificante a fatti in apparenza diversi. Ecco perché la Russia annuncia un drastico cambiamento nella dottrina della propria sicurezza nazionale. E, in questa ottica, il durissimo discorso che Valdimir Putin ha pronunciato a Monaco contro tutto l’Occidente (evidente errore, perché non tiene conto della regola del “tre contro uno”) trova una sua spiegazione. E’ nella stessa ottica che l’agenzia Nuova Cina fa sapere al mondo intero che un suo missile spaziale ha colpito e distrutto sperimentalmente un satellite meteorologico in disuso: un balzo in avanti della tecnologia militare di Pechino. Ci si lancia avvertimenti sempre più espliciti, messe in guardia, minacce.

Ecco perché Bush manda la terza squadra navale all’imboccatura del Golfo Persico (due ci sono già), trasferisce i bombardieri B-52 negli aeroporti europei e turchi, distribuisce missili Patriot nei paesi del Golfo, progetta di installare missili di media gittata, antimissile, in Polonia, per fare fronte alla minaccia russa. L’attacco contro l’Iran, che avrà conseguenze devastanti su tutti gli equilibri mondiali (altro errore, questa volta americano, che non tiene conto della regola del “tre contro uno”), è in preparazione a ritmi accelerati.

I dementi che lo stanno preparando hanno in testa una sola idea: mettere le mani sui tesori nascosti nelle viscere del Medio Oriente, per prepararsi a fronteggiare i tempi in cui dovranno informare i loro cittadini che, per le note ragioni della deficienza energetica, bisognerà spegnere la luce e non usare l’ascensore dalle ore 17 a mezzanotte.

Per fortuna negli Stati Uniti non tutti sono dementi. Lo prova il fatto che Zbignew Brzezinski è andato alla Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti (il 2 febbraio 2007) per dichiarare , urbi et orbi , che qualcuno, ai vertici del suo paese, potrebbe spingersi fino al punto di organizzare un atto terroristico interno sul territorio americano, per darne immediatamente la colpa a Ahmadinejad e scatenare un’azione militare “difensiva” contro l’Iran. Brzezinski, che non è l’ultimo sprovveduto, ha detto di considerare questo uno “scenario plausibile”. E così veniamo a sapere da uno dei più sagaci organizzatori di provocazioni, che all’interno dell’élite politica americana vi sono, in posti chiave, dei terroristi (ovviamente niente affatto islamici), capaci di uccidere a migliaia i propri concittadini per avere un pretesto per attaccare un paese terzo (in questo caso pieno di petrolio).

Non so cosa ne pensi chi legge queste righe (che difficilmente è stato possibile leggere sui media europei, dato che nessuno le ha pubblicate), ma a chi scrive ricordano molto lo scenario dell’11 settembre. I piani di attacco, anche allora, erano già pronti sul tavolo di George Bush Junior, ma occorreva un pretesto per attaccare Kabul e poi Baghdad. Il pretesto arrivò proprio l’11 settembre. Chissà quale pretesto utilizzerà Bush per la prossima guerra contro l’Iran.

gennaio 21, 2007

Cambiamo stile di vita prima che sia troppo tardi

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 5:28 pm

MARIO TOZZI “L’Italia a secco”. Rizzoli

I guadagni enormi legati alle fonti energetiche sono il motivo che blocca la ricerca di energie alternative.

Il sole è di tutti, diceva il titolo di una vecchia canzone. Quindi è gratis. E proprio per questo passare dalla società nera e nervosa del petrolio a quella quieta e pulita della fonte di energia più diffusa al mondo è molto difficile.

“il petrolio, il gas, il carbone e l’uranio necessitano di sistemi produttivi su ampia scala e centralizzati, e sono pericolosi e cari: tutte cose che piacciono tanto ai governi del mondo. Il Sole è democratico, ubiquo e soprattutto gratis, e consentirebbe di uscire da situazioni di povertà senza dipendere da qualcuno che l’energia te la vende”.

Ma i combustibili fossili stanno finendo e diventa davvero urgente investire sulle energie naturali: non solo il Sole, ma anche l’acqua, il vento, il legno (da piantagioni destinate esclusivamente allo scopo) e le biomasse. L’insieme delle energie pulite e rinnovabili dovrà sostituire il petrolio che inquina e finirà: se invece di abbandonare gradualmente i combustibili fossili dovremo farlo traumaticamente, le conseguenze ambientali ed economiche saranno gravissime.

Risparmiare, consumare meno, frenare ed eliminare gli sprechi, smettere di pesare tutto secondo il metro della crescita economica. Bisogna tornare ai vecchi interruttori per elettrodomestici e abbandonare i dispositivi di stand-by. Bisogna smettere di usare l’auto privata. Viaggiare lenti, invece di correre. Costruire bene e ristrutturare meglio. E quanto più vicine sembrano le possibili soluzioni, tanto più, si intuisce quanta strada c’è ancora da fare.

gennaio 20, 2007

5 chiavi per entrare nel futuro

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 9:58 am

A cura di Jared Diamond (Testo raccolto da Francesca Gentile)

1 Luoghi. Metropoli-mito

Sto riflettendo sul futuro delle città seduto nel mio ufficio di Los Angeles. Qualcuno potrebbe obiettare: è una cattiva idea formulare questi pensieri a LA, simbolo di tutto ciò che c’è di sbagliato nel presente e presumibilmente nel futuro prossimo, come il traffico e la scarsa qualità dell’aria. Ma in futuro saranno sempre più numerose le persone che vivranno nelle metropoli. Lo considero positivo, non solo per i vantaggi culturali, ma anche perché è un modo per limitare l’impronta dell’uomo sul suolo. Il futuro dell’agricoltura consisterà, per i nostri coltivatori, nell’aumentare la produzione di cibo accrescendo l’efficienza e riducendo le frazioni coltivate. Il resto dei terreni sarà restituito alla natura e al processo di conservazione dell’ambiente. Oggi solo il 2% degli americani si occupa di agricoltura: questa piccola percentuale produce cibo per tutta la nazione ed esporta in molti Paesi stranieri. Detto questo, gli Stati Uniti soffrono di parecchi problemi ecologici. Sovraffollamento, stress, immissione di gas di scarico nell’ambiente… Quelli di noi che vivono nelle grandi città hanno già notato un aumento dei rallentamenti negli spostamenti, dal momento che il numero degli abitanti e delle auto cresce più velocemente del numero delle strade percorribili. Ma non sono solo le città a patire questa situazione. Molte zone degli Usa si confrontano con gravi penurie d’acqua (specialmente il sud della California, l’Arizona e il Nordest); gli incendi che devastano le foreste dell’Ovest sono il risultato del disboscamento e di gestioni sbagliate. La perdita dei terreni coltivabili a causa della siccità e dei cambi climatici affliggono le grandi pianure del Nord. Noi stessi sperimentiamo sulla nostra pelle le conseguenze della cattiva qualità dell’aria e il sapore dell’acqua potabile. Stiamo perdendo risorse naturali preziose. Abbiamo già perduto gli alberi di castagno americani, le riserve di pesca del merluzzo ai Grand Banks e quelle di sardine a Monterrey: stiamo per perdere i pescespada, i tonni, le ostriche della baia di Chesapeake e gli alberi di olmo e i terreni fertili. La lista potrebbe continuare: tutti noi subiamo personalmente la dipendenza nazionale dall’energia importata. Ci condiziona non solo per i prezzi raggiunti dalla benzina, ma anche la contrazione dell’economia. Per non parlare dei problemi politici associati alla nostra dipendenza dal petrolio.

 

2. Politica. Mai più “imperi”

Il rispetto della natura è una chiave per il futuro? E soprattutto possiamo conciliare il rispetto della natura con i nostri stili di vita? Bè, non abbiamo scelta. Dobbiamo sostenere la natura, perché dipendiamo da lei. Per l’acqua, l’aria, il suolo, il cibo, il pesce, gli alberi e altri innumerevoli fattori. Distruggere la natura significa distruggere noi stessi, proprio come hanno fatto molte società del passato. Questa lezione non è stata compresa dal governo del mio Paese, che ha adottato la peggiore politica ambientale tra tutti i governi americani che ho visto nella mia vita. L’Europa però ha a sua volta la sua parte di cattiva politica. Un esempio per tutti: la decisione dell’Unione europea di dare contributi economici sostanziosi alla flotta dei pescherecci oceanici, che stanno intaccando le risorse di pesce, contribuendo all’esaurimento della riserva ittica, non solo nel Mediterraneo e nel Mare del Nord, ma anche presso le coste africane. Nel tempo questa politica danneggerà i cittadini europei (e gli africani) che tradizionalmente guardavano al pesce come una risorsa economica di proteine. Negli Usa siamo gravati dalle spese per la rimozione dei rifiuti tossici in molte zone del territorio. Stiamo anche affrontando operazioni costose di sradicamento di centinaia di specie – incluse le cozze zebrate, i moscerini da frutta mediterranei, i coleotteri asiatici, i giacinti acquatici, la centaurea maculata – che infestano l’agricoltura, le foreste, i corsi d’acqua e i pascoli. Questi problemi ambientali, insieme ad altri, sono enormemente costosi in termini di perdita e sostituzione delle risorse, pulizia e ripristino. Alcuni, riguardanti la qualità dell’aria e le sostanze tossiche, aggiungono spese sanitarie, in termini economici e di qualità dell’esistenza. Senza menzionare le spese e i problemi ambientali causati dalle operazioni militari oltreoceano. Di questo passo lo scenario meno tragico, in futuro, includerà un graduale declino. Proprio come successe all’Impero Romano e Britannico. Il declino economico è già in atto. Basta controllare i numeri del debito nazionale e il valore dei nostri investimenti pensionistici. Dove stiamo andando? I nostri figli potranno contare su questo stesso tenore di vita per lungo tempo? O saranno travolti dalla devastazione ecologica e dal crollo della nostra civiltà, come è successo con i greci, i maya, e altri popoli? Non so rispondere a queste domande. Però so che la risposta dipende dalle nostre scelte. Se prenderemo decisioni sagge in campo ecologico e sociale, allora potremo continuare a vivere bene, secondo lo stile occidentale, per un futuro indeterminato nel tempo.

 

3 Felicità. Nuovo prodotto interno lordo

Non siamo abituati a pensarla in questi termini. Ma uno dei fattori più importanti, nell’ambito di una società, sarà il grado di felicità degli esseri umani. Che non è necessariamente proporzionale alla ricchezza. La felicità sarà la vera conquista. Se confrontiamo le nazioni del mondo notiamo che le persone tendono a essere più felici nei Paesi più ricchi. Ma la correlazione è piuttosto imperfetta. L’Islanda e la Finlandia sono indubbiamente due Paesi ricchi che rappresentano un modello per il nostro discorso. Ma un altro buon esempio è il Paese himalayano del Buthan, che di certo non si può definire ricco, dove c’è un rè che raccomanda ai suoi cittadini di puntare ad aumentare il “prodotto interno lordo di felicità”, mettendo in secondo piano il livello di produzione economica nazionale. Il raggiungimento di una vita felice a volte non sembra a portata di mano. Quali potranno essere le conseguenze delle differenze tra le persone e i popoli? I genocidi e le guerre tra le nazioni e le popolazioni di razze e religioni diverse si moltiplicheranno? Sono domande lecite. Le differenze religiose ed etniche sono il motivo principale dello scatenamento della violenza. Basti pensare alle orribili azioni motivato dalle differenze etniche e religiose nella ex Jugoslavia e oggi in Iraq. Ma non è così scontato che le differenze religiose ed etniche siano il “blueprint”, la causa scatenante della violenza. Infatti, la nazione moderna che ha sterminato la fetta più grande della sua popolazione è la Cambogia, E il governo del Paese moderno che ha fallito completamente è quello somalo. In entrambi i casi, Cambogia e Somalia sono, sul piano etnico, religioso e linguistico, piuttosto omogenee. Al contrario, le differenze etniche e religiose convivono pacificamente in Svizzera e in numerosi Paesi africani come Zambia e Tanzania. Di certo, l’elemento scatenante la violenza in futuro è la differenza degli standard di vita tra il Primo Mondo e il Terzo Mondo. Seppure non sia ammirevole sul piano etico, ritengo invece vitale e indispensabile, sul piano politico, continuare a vivere e godere degli alti stili di vita del Primo Mondo. Oggi, comunque, “loro”, laggiù nel Terzo Mondo, hanno trovato delle vie inarrestabili per condividere la loro infelicità con “noi”, qui nel Primo Mondo. Loro possono inavvertitamente diventare terreni fertili per la nascita di nuove malattie, possono mandare ondate di emigranti, legali o illegali, nel Primo Mondo; e stanno diventando dei tramiti efficaci per l’invio dei terroristi. A lungo termine, è impensabile credere che gli Stati Uniti – o qualunque altro Paese ricco occidentale – possano continuare a essere prosperi e felici mentre, per esempio, il Messico è povero e disperato. O che l’Italia possa mantenere la sua prosperità mentre l’Albania è povera e disperata. Aiutare il Terzo Mondo ad avvicinarsi agli standard del Primo Mondo non rappresenta più solamente un nobile atto di carità; è diventato un gesto essenziale per la nostra stessa sopravvivenza.

 

4. Internet. Il rischio del potere condiviso

La tecnologia causa e risolve problemi. Nessuno fino ad ora ha trovato una soluzione che assicuri che nel futuro la tecnologia non creerà disagi. L’uso della tecnologia comporta un aumento di potere, e questa è la ragione dei problemi globali che stiamo vivendo oggi. L’aumento delle persone con un grande potere personale genera complicazioni, non necessariamente vantaggi. A quanti mi chiedono se oggi ci sia una maggiore fiducia nella prospettiva che la tecnologia ci salvi, anche se non sappiamo specificarne la modalità, io rispondo affermativamente. Sì, effettivamente c’è più fiducia. Molti dei miei amici, impegnati soprattutto nel settore tecnologico, credono fermamente che la tecnologia sia un mezzo per affrontare con efficacia i problemi dell’ambiente. Posso dare un esempio specifico. Quando il mio libro Armi, acciaio e malattie venne pubblicato fu recensito favorevolmente da Bill Gates, con il quale in seguito ebbi una conversazione pubblica di un paio d’ore. Gates è una persona estremamente riflessiva e interessata a parecchi argomenti che ha indagato per esteso e in profondità, sviluppando un punto di vista personale serio. Ricordo che il soggetto principale della conferenza fu l’ambiente, che io dissi ritenere la questione che più mi preoccupava per il futuro dei miei figli. Davanti ai miei affanni, Gates, che è a sua volta padre, si fermò a riflettere, e nel suo particolare modo sbrigativo e preciso disse: “Ho la sensazione che la tecnologia risolverà i nostri problemi ambientali, ma ciò che mi disturba veramente è la prospettiva del terrorismo biologico”. Una risposta pertinente, ma ripeto, molte persone nel settore tecnologico, restano convinte che la tecnologia sia pari a una bacchetta magica. Mi restano delle riserve: è stata la tecnologia a creare l’esplosione di difficoltà in cui il mondo contemporaneo si trova coinvolto, anche se fornisce il potenziale strategico per risolverle. Il punto è che la tecnologia, dopo avere causato i problemi, può si risolverli, ma deve tollerare, nel mezzo, un intervallo dominato dal caos. Fino all’ll settembre del 2001, per noi occidentali la globalizzazione equivaleva all’invio nel Terzo Mondo di strumenti e beni di consumo moderni: da Intemet alla Coca-Cola. Adesso siamo dolorosamente coscienti della natura imprevedibile del contatto globale: l’Aids, il terrorismo, l’immigrazione illegale incontrollata, l’epidemia di diabete. Quali saranno le reali conseguenze della globalizzazione, come possiamo ridurre al minimo il suo impatto negativo, continuando a beneficiare delle risorse e degli scambi tra culture? La globalizzazione implica che società lontane non possano disgregarsi senza far arrivare gli effetti del fallimento al resto del mondo (come nel caso delle Easter Islands e della popolazione degli Anasazi, parecchi secoli fa); noi siamo la prima società che si è sviluppata tramite la comprensione storica del nostro terreno comune. La seconda lezione che abbiamo appreso ripetute volte sulla questione ambientale è che è più economico, direi molto più economico ed efficace, prevenire i problemi dall’inizio piuttosto che cercare di risolverli successivamente anche se entra in campo una tecnologia raffinata. I miliardi di dollari necessari a bonificare il fiume Hudson e a ripulire il Montana sarebbero stati in parte risparmiati se ci si fosse comportati correttamente dall’inizio. Detto questo, non riesco a considerare la tecnologia come la nostra salvezza. Un po’ di saggezza “allargata” e condivisa può essere molto più efficace. E non presenta alcun rischio.

 

5. Profeti. Impareremo dai Greci e day Maya

Parecchie società del passato si sono autodistrutte per aver commesso degli errori fatali che noi oggi dobbiamo in tutti i modi evitare. Errori come eccedere nella pesca, trascurare l’erosione del suolo, provocare la deforestazione e gli scompensi idrici, e il fatto infine di ignorare i cambi climatici. Oggi ci confrontiamo anche con alcuni nuovi problemi, sconosciuti in passato, come quello dell’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e della diminuzione delle fonti d’energia. C’è una serie di fattori che rende gli individui più o meno capaci di riconoscere i problemi dell’ambiente. Un ostacolo alla comprensione è senz’altro l’interpretazione erronea delle esperienze precedenti. Potrei portare l’esempio degli abitanti della Groenlandia. Provenivano dalla Norvegia, dove la stagione della crescita della flora era relativamente lunga, e non si resero conto di quanto fragili fossero i terreni boscosi della loro nuova terra. Era difficile per loro determinare un trend, a causa delle fluttuazioni a cui erano sottoposti. All’epoca il clima variava in maniera discontinua, su e giù, di anno in anno, freddo, caldo, freddo. Sì, ora noi sappiamo che questo esprimeva una tendenza a lungo termine. Questo problema è molto simile alla difficoltà che incontriamo noi oggi nel riconoscere il “global warming”, il surriscaldamento del pianeta. È solo negli ultimi anni che gli scienziati hanno avuto gli strumenti per capire che era in corso un processo a lungo termine. E nonostante questo, mentre gli scienziati divulgano drammaticamente questa evidenza, i politici continuano a ignorare questo che non è già più un rischio ma un evento inevitabile, continuando in scelte sbagliate. Le persone spesso mi chiedono: qual è il problema più importante, quello a cui dobbiamo prestare più attenzione? La mia risposta è: cerchiamo di smettere di individuare il singolo e più importante problema. Esistono almeno una dozzina di grossi problemi (compresi quelli che ho citato all’inizio) che dobbiamo risolvere. Fallire nella risoluzione anche di uno solo di questi può portare a conseguenze disastrose. Se noi risolviamo il nodo del clima, della pesca e delle foreste, ma trascuriamo i nostri guai idrici, la sola scarsità d’acqua sarebbe sufficiente a rovinar-ci. Una buona analogia potrebbe essere la felicità nel matrimonio. Anche in questa circostanza le persone compiono l’errore di chiedersi: qual è la cosa più importante sulla quale concentrare le proprie attenzioni per poter godere di un matrimonio felice? Come per il futuro delle società, la risposta per un buon futuro nel matrimonio è semplice: la condivisione e il rispetto di più fattori. Per la riuscita di un matrimonio una coppia deve essere compatibile in almeno 38 differenti cose: bambini, soldi, religione, cibo, sesso, rapporti parentali, passioni culturali, curiosità e via dicendo. Se una coppia va d’accordo su tutto meno che sulla religione, la religione da sola non sarà un elemento sufficiente a distruggere un’unione che ha risolto problemi come il sesso, i soldi e il resto. La terra siamo noi. Come si fa a non capirlo? A proposito. Sarete curiosi di sapere qual è la mia idea di felicità: camminare in Nuova Guinea, in una foresta pluviale a 1500 metri d’altezza, dove il clima è fresco e le zanzare assenti, circondato da uno stormo composto da 43 specie diverse di uccelli.

E’ giunta l’ora di rimettere le cose a posto

Filed under: Architettura, Mondo che cambia — π@3κ @ 9:49 am

Philippe Stark

se si vuole capire quel che accade oggi e quel che accadrà domani, occorre andare molto indietro nel tempo. Bisogna sapere che a un dato momento eravamo dei batteri, poi siamo diventati delle rane e tutto filava liscio. vivevamo nell’acqua. L’uomo gettava il proprio seme, la donna gettava le proprie uova, e la corrente raccoglieva tutto. Un giorno l’uomo e la donna salgono sulla terra. come al solito la donna getta il proprio uovo, ma a quel punto il problema è che l’uovo resta per terra. accade qualcosa di straordinario, quando l’uovo resta là per terra la donna si innamora follemente dell’uovo e si assiste all’invenzione dell’essenza della nostra civilizzazione: l’amore. è l’amore materno. Protegge il suo uovo, vuole proteggere il suo uovo e se possibile migliorarlo. chiama il marito, lui vede tante cose; va a caccia, quindi vede la vita, la morte e i grandi spazi. ha paura di tutto, non capisce, non ha i mezzi per svilupparsi, e ogni volta che non capisce apre una porta nel cielo, così, e vi mette tutto quello che non capisce: la vita, la morte e così via. E via via che vi introduce cose incredibili, la scatola nel cielo diventa sempre più potente. La moglie gli dice: “dimmi mio caro come potrei proteggere, migliorare il mio uovo?”, e lui dice “ascolta, non so ancora in che modo. ma so a cosa deve somigliare.” Lei ha appena inventato l”amore, lui ha appena inventato dio, e l”amore e dio hanno appena inventato il progresso. E il progresso passerà attraverso la fabbricazione di strumenti che tenteranno di darci una vita migliore affinché la nostra discendenza possa essere migliore, vivere più a lungo ed essere più felice. Facciamo un salto di qualche milione d’anni e arriviamo a oggi e vediamo che tutti gli strumenti inventati per servircene si servono di noi. In pratica la situazione si è capovolta. E se i nostri poveri antenati, dopo tutta la loro fatica, ci vedessero oggi, sarebbero tristi perché ci vedrebbero come schiavi degli strumenti da loro inventati. Oggi la priorità è quella di rimettere le cose al loro posto. Stiamo per cambiare millennio – amiamo le date simboliche – è divertente, la stampa ne parlerà tanto, approfittiamone.
E’ il momento di rimettere la materia dove deve stare, e gli uomini dove devono stare. L’uomo sarebbe così più felice, vivrebbe meglio, e se fosse più felice ritroverebbe una cosa che sta per perdere, la più bella cosa mai inventata – è l’amore. oggi la produzione deve riconsiderare la propria legittimità in modo da potersi dire: “questo oggetto deve esistere? ci serve veramente? non siamo forse noi che veniamo usati? è portatore d”amore? ci porterà felicità?”. La produzione sarà così, è per questo che oggi lavoro su quello che chiamo il “non-prodotto” per il “non-consumatore” del mercato morale del terzo millennio, ovvero questa sera o domani.
Coloro che non hanno compreso questa problematica di ridiscussione del rapporto fra uomo e materia, creeranno cose obsolete o pericolose. L’uomo deve tornare al proprio posto, e l’amore deve nuovamente legare le persone fra loro e non deve essere sinonimo di possesso, di materialità come oggi. Quello che oggi vi dico può sembrare incredibile, eppure può molto divertente, perché se lo si fa con creatività può entusiasmare. E l’entusiasmo è una cosa che ho visto sparire. Quando ero piccolo mi vedevo con i miei compagni, ci si divertiva, ho visto cose entusiasmanti, e da allora più niente, è tutto triste. occorre reintrodurre parole che oggi sono fuori moda, che oggi sono ridicole. La parola compassione, confiscata dalla chiesa; una bellissima parola che significa dare amore senza aspettarsi niente in cambio. La parola civismo, confiscata dallo stato, ovvero le leggi per vivere in comune. Esiste cosa più bella di questa? esistono parole come questa alle quali occorre dare un nuovo valore per diventare una società umana, civilizzata, e riprendere la nostra evoluzione per diventare persone realmente civili.

gennaio 3, 2007

I Municipi della Decrescita Felice

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 2:49 pm

I Comuni Virtuosi è una associazione volta a diffondere su tutto il territorio nazionale buone prassi amministrative orientate alla sostenibilità ambientale, alla partecipazione dei cittadini e alla cooperazione dal basso.

L’associazione mette a disposizione , pubblicando sul sito internet tutti i progetti (e gli allegati) di volta in volta sperimentati dalle amministrazioni che ruotano intorno alla rete, e garantendo un contatto diretto anche con gli  ministratori e i tecnici referenti per ogni singola iniziativa virtuosa da replicare: dal risparmio energetico agli acquisti verdi, dalla riduzione della produzione dei rifiuti alla mobilità sostenibile, dai nuovi stili di vita al consumo critico, sono ormai decine le esperienze concrete messe in cantiere da altrettanti enti locali, a dimostrazione che intervenire a favore dell’ambiente conviene sotto tutti i punti di vista.

dicembre 19, 2006

Uno sguardo sul nostro futuro

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 8:40 am

di Adalberto Minucci, direttore della nuova rivista di critica della comunicazione aideM ( http://www.aidem.it/ – n.1, dicembre 2006)

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle sorti del nostro pianeta si sono fatti più acuti e drammatici, e hanno cominciato a trovare risposte da far accapponare la pelle. La domanda “Dove va il mondo?”, che ancora recentemente serviva ad economisti e politici poco fantasiosi a tirare per le lunghe senza spendersi troppo, trova oggi riscontro in ponderose analisi e dati difficilmente oppugnabili. Ciò che più impressiona è il confluire, in un periodo storico relativamente breve, di una serie di fenomeni rovinosi, ciascuno dei quali in grado di mettere in discussione il futuro della terra, ma tali da apparire decisamente irreparabili se considerati tutti insieme.

All’ordine del giorno c’è in primo luogo il rapido aggravarsi del global warming, l’effetto serra. Un ponderoso studio (settecento pagine) commissionato dal governo britannico a Nicholas Stern, già dirigente della Banca mondiale, documenta che, per riparare i danni prodotti dal nuovo clima nel corso di questo secolo, sarà necessario spendere il 20% circa del prodotto lordo mondiale, pari all’inimmaginabile cifra di 5,5 trilioni di euro. Tra gli effetti che occorre mettere sul conto vi sono fenomeni estremi come gli uragani (si pensi alle tragedie che stanno provocando in grandi città e territori), le alluvioni, la siccità, il collasso di intere produzioni agricole, il rialzo del livello dei mari e il pericolo che esso rappresenta non solo per le economie, ma per la sopravvivenza stessa di intere specie viventi. Nello stesso tempo, l’inaridimento già in atto di vastissimi territori, la mancanza d’acqua anche per dissetarsi, costringerà circa 200 milioni di persone a migrare in altri paesi, determinando una pressione demografica assai più rapida e acuta di quella già in atto.

Per quanto sia da annoverare fra i paesi con il clima più temperato, anche l’Italia è sempre più soggetta ai fenomeni negativi del riscaldamento della Terra. Chi va in vacanza nelle zone alpine non può non rimanere colpito dal cambiamento dei ghiacciai da un anno all’altro: lo straordinario candore di vaste aree montane improvvisamente sostituito da macchie nere. La perdita di superficie dei ghiacciai è stata del 50% tra il 1850 e il 1980. Se non interverrà un radica-le cambiamento della tendenza, tra i cinquanta e i cento anni spariranno del tutto.

Per un futuro non lontano si prevede che circa 4500 km quadrati di litorali italiani saranno sommersi dalle acque marine, mentre l’aumento del caldo e delle piogge tropicali – soprattutto nelle regioni meridionali – ridurranno e modifi- cheranno le coltivazioni agricole. Ma già oggi assistiamo a un deterioramento del paesaggio, sconvolto dal moltiplicarsi degli incendi e dall’irresponsabile speculazione edilizia. Con conseguente indebolimento dell’economia turistica. Un rapporto non meno significativo e importante è stato recentemente reso pubblico dal Wwf, con il titolo Living Planet Report 2006. Qui la questione che viene posta è il consumo della Terra da parte dell’uomo. Il principio per cui ad ogni indebitamento deve corrispondere una restituzione viene da molto tempo radicalmente violato. Classico il caso della caccia alle balene da parte dei giapponesi, che mette ormai a rischio l’esistenza stessa dei grandi cetacei.

Ma tutte le risorse del pianeta, a cominciare da quelle più necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, tendono a ridursi e a sparire con crescente rapidità. Si consuma più acqua, si distruggono più alberi, intere specie animali vengono aggredite dall’inquinamento dei mari, dei fiumi, delle terre stesse. Secondo il rapporto del Wwf, nel 2050 i prodotti del nostro pianeta basteranno soltanto alla metà dell’umanità; mentre è già scomparsa una parte cospicua dei quasi dieci milioni di specie animali che con noi abitano la Terra. Tanto che lo stesso Wwf formula la previsione che per sopravvivere avremo bisogno di dividerci su due pianeti. Molti biologi, peraltro, si spingono a prendere in considerazione l’ipotesi di una sesta estinzione di massa, che sarebbe poi la prima provocata dagli stessi esseri umani.

L’elenco dei guai che sovrastano il futuro non finisce qui. Ed è la loro contemporaneità a sollecitare la nostra massima attenzione. Già abbiamo fatto cenno alle migrazioni in atto. Esse ci richiamano ad una delle grandi astrazioni scientifiche formulate da Karl Marx: quella che attribuisce allo sviluppo del capitalismo la tendenza a produrre nuovi fenomeni di impoverimento e, in particolare, un crescente distacco fra ricchi e poveri. Legioni di economisti hanno speso le loro energie intellettuali a smontare l’intero impianto del pensiero economico di Karl Marx partendo dal “clamoroso fallimento” della teoria dell’impoverimento assoluto e relativo. È del tutto evidente – secondo costoro – che, identificandosi il capitalismo con il mercato, lo stesso mercato non può che procedere automaticamente ad un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte. Qui starebbe la base dello Stato sociale.

George Soros, difficilmente catalogabile fra i comunisti, nel suo La bolla della supremazia americana, ha scritto:

Lo Stato sociale così come lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazionale delle risorse praticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazionale ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil. Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l’1% dei più ricchi nell’ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di malnutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.

La teoria marxiana dell’impoverimento si conferma più valida che mai. Proprio negli ultimi decenni si è venuto stabilendo un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l’impoverimento crescente di una parte notevole dell’umanità. Tanto che alcuni studiosi, che in passato avevano considerato la questione come un semplice abbaglio di Marx, cominciano oggi a fare autocritica.

Le crescenti migrazioni dai paesi e dai continenti della fame verso l’Occidente industriale provocano a loro volta tensioni assai acute e pericolose nelle zone d’arrivo, ne sconvolgono l’equilibrio economico e sociale, richiedono cambiamenti radicali dei modelli di sviluppo. Si pensi a ciò che di negativo rappresenta il sistema energetico dominante, incentrato sui combustibili fossili. L’influenza che esso esercita nel processo di cambiamento climatico è fuori discussione, e si basa soprattutto sul consumo di petrolio, di carbone e di metano. I profitti legati a questo sistema sono di tale dimensione che, uniti a quelli dell’industria degli armamenti, inducono le grandi potenze interessate a una sorta di guerra continua, e a correre il rischio di un conflitto atomico, pur di non cambiare questo modello suicida.

È del tutto evidente che i sistemi politici attuali non sono in grado di realizzare un cambiamento radicale, che pure sarebbe concettualmente realizzabile (nuove fonti di energia, nuovi sistemi di trasporto, ecc.). Siamo giunti a un punto in cui solo una presa di coscienza e una grande mobilitazione democratica della collettività internazionale possono far uscire il mondo dalla situazione critica attuale. Facciamo un esempio specifico: quanto può andare avanti il processo di cementificazione del nostro Paese, che ha ormai assunto, soprattutto in alcune regioni, un carattere rovinoso, nel complice immobilismo delle istituzioni? La reazione a questo fenomeno può essere lasciata a pochi intellettuali, mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra non rendersene conto, o averne una conoscenza apparentemente limitata al proprio orticello?

Ecco dunque che, dai pericoli del global warming e delle minacce atomiche, al flagello della fame, alla salvezza dei tanti Monticchielli, la grande questione che viene posta è una presa di coscienza collettiva che può realizzarsi soltanto attraverso una vera e propria rivoluzione del sistema informativo e della comunicazione. Si deve partire dalla consapevolezza che l’informazione è minacciata ogni giorno dal controllo politico ed economico sui media, favorito anche da fusioni e complicità internazionali. In Italia, proprio in questo periodo, gli editori tentano di liquidare l’autonomia professionale e contrattuale dei giornalisti. In altri paesi (leggi Russia, ma non solo) c’è chi ricorre addirittura all’assassinio di giornalisti colpevoli di praticare la libertà d’espressione e di critica. Libertà e pluralismo dell’informazione debbono costituire l’obiettivo centrale di un grande movimento di opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Il nostro impegno è di fornire ai cittadini una chiave di lettura dei processi reali, per essere protagonisti critici della comunicazione e per contribuire al superamento della crisi di cultura che segna questo nostro tempo.

dicembre 4, 2006

Homo Urbanus

Filed under: Homo Urbanus, Mondo che cambia — π@3κ @ 10:22 am

MEGA CITY SHOCK
di Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington e autore di “L’era dell’accesso” ed. Mondadori
da http://espresso.repubblica.it/Novembre 2006 – traduzione di Mario Baccianini

L’anno prossimo segnerà una pietra miliare nella storia dell’epopea umana, simile per importanza all’era dell’agricoltura e della rivoluzione industriale. Per la prima volta, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, la maggior parte degli abitanti del Pianeta

vivrà in vaste aree urbane, prevalentemente in megacittà e in grandi sobborghi, con popolazioni di 10 milioni o più. È l’avvento dell'”Homo Urbanus”. Milioni di persone ammassate e stipate una sopra l’altra in gigantesche metropoli costituiscono un fenomeno nuovo. Ricordiamoci che due secoli fa, un uomo medio, su tutta la faccia della Terra, poteva incontrare al massimo 200 o 300 suoi simili nel corso di un’intera vita. Oggi, invece, un abitante di New York può vivere e operare fra 220 mila persone in un raggio di dieci minuti da casa o dal proprio ufficio nel centro di Manhattan. Soltanto una città in tutta la storia, l’antica Roma, vantava una popolazione di oltre un milione di abitanti prima del XIX secolo. Londra divenne la prima metropoli moderna con più di un milione di

abitanti solo nel 1820. Nel 1900 esistevano 11 città con una popolazione superiore al milione; nel 1950, salirono a 75; nel 1976, a 191.

Oggi, sono 414 le città che vanno oltre il milione e non s’intravede la fine del processo di urbanizzazione poiché la nostra specie sta crescendo a un ritmo allarmante. Ogni giorno, nel mondo, nascono 376 mila persone e si prevede che l’intera popolazione umana salirà a 9 miliardi nel 2042, concentrata per lo più in aree urbane ad alta densità demografica. Fino a quando la nostra specie ha dovuto basarse la propria esistenza sul sole, i venti e le correnti, sull’energia animale e umana, il numero degli abitanti del pianeta è rimasto relativamente basso, in modo da adattarsi alle possibilità di sostegno della natura, ovvero alla capacità della biosfera di riciclare i rifiuti e rinnovare le risorse. La svolta avvenne con l’esumazione di grandi quantità di sole immagazzinato, dapprima nella forma di giacimenti di carbone, poi di petrolio e gas naturale sotto la superficie della Terra. Sfruttati grazie alla macchina a vapore e in seguito al motore a combustione interna e convertiti in elettricità e distribuiti attraverso reti apposite, i carburanti fossili permisero all’umanità di escogitare nuove tecnologie che accrebbero sensibilmente la produzione di cibo e di beni e servizi industriali.

Quest’incremento senza precedenti di produttività portò alla massiccia crescita della popolazione e all’urbanizzazione su scala mondiale. Non stupisce perciò se nessuno sa dire con certezza se questo nuovo sistema di vita debba essere esaltato, deprecato o riconosciuto semplicemente come un dato di fatto, dal momento in cui il nostro boom demografico e il nostro stile di vita urbano sono stati pagati al prezzo dell’esaurimento di vasti habitat ed ecosistemi terrestri. Uno storico della cultura come Elias Canetti ha osservato una volta che ciascuno di noi è un re assiso su un campo di cadaveri. Se ci fermassimo un attimo a riflettere su quante creature, risorse e materie prime abbiamo sfruttato e distrutto nel corso della nostra vita, rimarremmo sgomenti di fronte alla carneficina e alle devastazioni richieste per garantire la nostra sopravvivenza. Il fatto è che vaste popolazioni concentrate in grandi metropoli consumano massicce quantità di energia terrestre per mantenere le loro infrastrutture e assicurare il flusso quotidiano delle loro attività. Per avere un’idea più concreta, basti pensare che la sola Sears Tower a Chicago, uno dei più alti grattacieli del mondo, consuma in un giorno più elettricità della città di Rockford, nell’Illinois, con i suoi 152 mila abitanti. Ancor più stupefacente è che la nostra specie consuma attualmente il 40 per cento circa della produzione primaria netta della Terra – la quantità netta di energia solare convertita in materia organica vegetale attraverso la fotosintesi – sebbene noi costituiamo soltanto lo 0,50 per cento della biomassa animale del Pianeta. Ciò significa lasciare meno risorse a disposizione delle altre specie.

L’altra faccia dell’urbanizzazione è rappresentata da quel che ci lasciamo dietro nel nostro cammino verso un mondo fatto di uffici e abitazioni in palazzi altissimi e di paesaggi di vetro, cemento, luci artificiali e reti telematiche. Non è un caso se mentre celebriamo l’urbanizzazione del mondo, ci stiamo avvicinando a un altro spartiacque storico: la scomparsa della natura selvaggia continuamente invasa, fino al rischio di estinzione, dalla popolazione in aumento, dal consumo crescente di cibo, acqua e materiali da costruzione, dall’espansione delle reti stradali e ferroviarie e dalla crescita incontrollata delle città. Gli scienziati ci dicono che nell’arco di vita dei nostri figli, le regioni selvagge saranno cancellate dalla faccia della Terra dopo milioni di anni. L’autostrada transamazzonica, che attraversa l’intero territorio della grande foresta tropicale, sta accelerando la scomparsa di quest’ultimo vasto habitat naturale. Altre regioni simili sopravvissute, dal Borneo al Bacino del Congo, si restringono sempre più rapidamente di giorno in giorno, lasciando il passo a popolazioni umane crescenti alla ricerca di spazi e risorse vitali. Non sorprende perciò se, come sostiene il famoso biologo E. O. Wilson, dell’Università di Harvard, stiamo sperimentando la più grande ondata di estinzione in massa di specie animali da 65 milioni di anni a questa parte. Ogni giorno scompaiono dalle 50 alle 150 specie, ovvero dalle 18 mila alle 55 mila all’anno. Entro il 2100, due terzi di quelle rimanenti subiranno probabilmente lo stesso destino. L’antica Roma fornisce una lezione istruttiva sulle potenziali conseguenze derivanti dal tentativo di mantenere popolazioni umane non sostenibili in ambienti urbani.

L’opinione diffusa è che Roma crollò a causa della decadenza della sua classe dirigente, della corruzione dei suoi imperatori, dello sfruttamento dei suoi servi e dei suoi schiavi e della superiore tattica militare delle orde barbariche che la invasero. Ma sebbene vi sia del vero in questo, la causa più profonda del suo declino sta nella fertilità sempre più ridotta delle sue campagne e nella diminuzione del prodotto agricolo. I raccolti non potevano più fornire energia sufficiente per mantenere le sue grandi infrastrutture e il livello di vita dei suoi cittadini. L’Italia era un paese denso di foreste all’inizio della civiltà romana. Ma verso la fine dell’Impero, era stata spogliata del suo manto boschivo, come gran parte dei territori che circondano il Mediterraneo. Il legname veniva venduto sul mercato libero e il suolo convertito in pascoli e in campi coltivati era ricco di minerali e sostanze nutrienti e, inizialmente, forniva abbondanti raccolti. Purtroppo, però, il disboscamento delle foreste lo lasciò esposto agli elementi: sferzato dai venti che soffiavano sulle terre aride e dilavato dalle acque che scendevano dalle cime e dai fianchi delle montagne. L’eccessivo sfruttamento dei pascoli finì per degradarlo ulteriormente. Il progressivo declino della sua fertilità era iniziato proprio quando la Roma imperiale cominciava a fare affidamento sull’agricoltura in alternativa agli insuccessi delle sue campagne di conquista. Nell’ultimo periodo dell’Impero, l’agricoltura forniva oltre il 90 per cento delle entrate pubbliche. I prodotti della terra erano diventati d’importanza vitale per la sua sopravvivenza. Il sostentamento di una popolazione urbana in aumento di non produttori comportò crescenti sforzi da parte dei piccoli coltivatori. La produzione agricola s’intensificò per far fronte alle richieste di derrate alimentari da parte dei cittadini e dell’esercito. Così, lo sfruttamento eccessivo del suolo ridusse la sua fertilità, il che a sua volta portò a un ulteriore sfruttamento di terre già esauste. La crescita della spesa pubblica per sostenere i livelli di vita dei ricchi, fornire aiuto ai poveri, finanziare le opere pubbliche e la burocrazia, la costruzione di monumenti, edifici e anfiteatri, insieme ai costi derivanti dalle sovvenzioni di sfarzi e svaghi per il popolo, sottopose un regime basato sull’agricoltura a tensioni che oltrepassavano i suoi limiti. Lo spopolamento delle campagne continuò per tutta la durata dell’Impero. In alcune province dell’Africa settentrionale e lungo l’intero bacino del Mediterraneo, quasi la metà  delle terre coltivabili venne abbandonata entro il III secolo dell’era volgare. Indebolito dall’esaurirsi del suo sistema energetico, l’Impero finì così col crollare. I servizi fondamentali si ridussero. L’immensa infrastruttura su cui esso si reggeva andò in rovina. L’esercito non fu più in grado di tenere alla larga i predatori. Orde barbariche cominciarono a sgretolare l’Impero, dapprima nei suoi territori lontani. Verso la fine del VI secolo, gli invasori erano alle porte di Roma. La sua popolazione, che contava un tempo oltre un milione di abitanti, era scesa a meno di 30 mila. E la città fu ridotta quasi a un cumulo di macerie, a duro monito di quanto la terra possa reagire impietosamente.

A quali conclusioni ci porta tutto questo? Proviamo a immaginare mille città di quasi un milione o più di abitanti nei prossimi 35 anni. C’è da inorridire, tanto sarebbe insostenibile per il pianeta. Non voglio fare il guastafeste, ma forse la celebrazione dell’inurbamento dell’umanità nel 2007 potrebbe essere un’occasione per ripensare il nostro modo di vivere su questa Terra. L’urbanesimo ha certamente molti aspetti positivi, a cominciare dalla ricchezza della diversità culturale e degli scambi sociali e dall’intensa attività commerciale. Ma il problema è di grandezza e di scala. Dobbiamo riflettere su come ridurre la popolazione e sviluppare ambienti urbani sostenibili che usino energia e risorse in modo più efficiente, siano meno inquinanti e meglio concepiti per favorire sistemi di sussistenza a misura d’uomo. In sintesi, nella grande era dell’urbanizzazione è andata progressivamente aumentando la separazione fra l’umanità e il resto del mondo naturale nella convinzione che noi possiamo conquistare, colonizzare e sfruttare un ambiente ricco di risorse per garantirci una completa autonomia, senza spaventose conseguenze su noi stessi e le future generazioni. Se vogliamo conservare la nostra specie e il pianeta per i nostri simili, nella prossima fase della storia dell’umanità, dovremo cercare un modo di reintegrarci nel resto della vita terrestre.

L’elogio della lentezza: Città Slow, un rimedio alla Crescita infelice.

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 9:50 am

Il fenomeno della globalizzazione, che pure costituisce una occasione grande di scambio e di diffusione, tende ad appiattire le differenze e a nascondere le caratteristiche peculiari delle singole realtà, proponendo modelli mediani che non appartengono a nessuno e generano, inevitabilmente, mediocrità.
Si va diffondendo però una domanda diversa di nuove soluzioni che vanno nella direzione della ricerca e della diffusione dell’eccellenza, senza farne necessariamente un fenomeno di élite, ma proponendolo come fatto culturale e in quanto tale universale.

Di qui il successo e la notevole diffusione anche a livello internazionale di Slow Food che si è rivolta alla ricerca sulla qualità della vita a partire dal gusto.

I sindaci di alcune città si sono associati tra loro e con Slow Food per realizzare il grande progetto comune di Cittaslow che, dall’ottobre 1999, si è allargato a circa cento città e dieci paesi nel mondo, collegando amministratori, cittadini e Soci di Slow Food puntando l’attenzione dalla buona tavola, alla qualità dell’accoglienza, dei servizi, dell’ambiente e dell’abitato in cui i cittadini fruiscono in modo facile, semplice e godibile della propria città.

Partecipare al Movimento delle Cittaslow implica per gli amministratori l’impegno a rispettare nel tempo i requisiti di qualificazione che interessano la politica ambientale, la politica infrastrutturale, le tecnologie per la qualità urbana, la valorizzazione delle produzioni locali e l’ospitalità.

In breve le Città Slow sono quelle nelle quali:

¨   si attua una politica ambientale tendente a mantenere e sviluppare le caratteristiche del territorio e del tessuto urbano, valorizzando in primo luogo le tecniche del recupero e del riuso;

¨   si attua una politica delle infrastrutture che sia funzionale alla valorizzazione del territorio, e non alla sua occupazione;

¨   si promuove un uso delle tecnologie orientato a migliorare la qualità dell’ambiente e del tessuto urbano;

¨   si incentivano la produzione e l’uso di prodotti alimentari ottenuti con tecniche naturali e compatibili con l’ambiente, con l’esclusione dei prodotti transgenici, provvedendo, ove sia necessario, alla istituzione di presidi per la salvaguardia e lo sviluppo delle produzioni tipiche in difficoltà;

¨   si salvaguardano le produzioni autoctone che hanno radici nella cultura e nelle tradizioni e che contribuiscano alla tipizzazione del territorio, mantenendone i luoghi e i modi, promuovendo occasioni e spazi privilegiati per il contatto diretto tra consumatori e produttori di qualità;

¨   si promuove la qualità della ospitalità come momento di reale collegamento con la comunità e con le sue specificità, rimuovendo gli ostacoli fisici e culturali che possono pregiudicare l’utilizzazione piena e diffusa delle risorse della città;

¨   si promuove tra tutti i cittadini, e non solo tra gli operatori, la consapevolezza di vivere in una Città Slow, con una particolare attenzione al mondo dei giovani e della scuola, attraverso l’introduzione sistematica della educazione al gusto.

Insomma la Cittaslow è animata da individui “curiosi del tempo ritrovato”, dove l’uomo è ancora protagonista del lento, benefico succedersi delle stagioni, in cui allo sviluppo frenetico, alle ferite profonde inferte dalla speculazione di pochi si contrappone il rispetto della salute dei cittadini, della genuinità dei prodotti e della buona cucina, le tradizioni artigiane, le preziose opere d’arte, le piazze, i teatri, le botteghe, i caffè, i ristoranti, i luoghi dello spirito, i paesaggi incontaminati, la spontaneità dei riti religiosi, il rispetto delle tradizioni, la gioia di un lento e quieto vivere.

Ai cittadini la scelta del proprio futuro e di quello che vorranno lasciare in eredità alle generazioni che verranno.

novembre 20, 2006

Architetto, ambiente e cliente

Filed under: Architettura, Mondo che cambia — π@3κ @ 1:54 pm

A Venezia è un altro clima di Massimiliano Fuksas

Venezia è stata quest’anno il luogo scelto dal Riba (Royal Institute of British Architects) per la conferenza annuale su “Social City: Architectural and Change”. La gran parte degli interventi vertevano sul vero e più importante cambiamento che sta avvenendo nel mondo, quello ambientale. Il direttore del Global Commons Institute. Aubrey Meyer, ha ridefinito il paesaggio catastrofico, conseguenza del dissennato consumo di energia. Era anche in parte un’anticipazione della ricerca commissionata dal governo britannico sui cambiamenti che l’effetto serra può comportare nell’economia dei paesi più avanzati. Ed è chiaro che, se non si interviene (e non si sa bene come) rapidamente, il prodotto lordo dell’economia globale crollerà del 30 per cento, con conseguenze catastrofiche per centinaia di milioni di lavoratori.
I discorsi che hanno coinvolto architetti di fama come Foster, hanno dato un senso di impotenza perché anche l’architetto di successo può fare poco per contrastare scelte sbagliate. Se si pensa che spostare 300 persone in aereo, poi in auto e poi in motoscafo, riunirli in un luogo con aria condizionata e illuminazione, per discutere sui risparmi energetici in architettura, costa in energia già una somma rilevante e produce una piccola catastrofe, vuol dire che siamo tutti confrontati alla “honesty in dishonestity”, che vuol dire niente altro che continuare a dilapidare risorse.E la cosa più grave è che lo facciamo anche quando siamo convinti di migliorare o disinquinare la vita nel pianeta.
Credo che l’annuale conferenza che Jack Pringle, presidente del Riba, ha voluto quest’anno a Venezia dia un segno di una qualche voglia di modificare le relazioni fra architetto, ambiente e cliente. Speriamo in meglio.
Certo ritornando all’aeroporto ho gettato uno sguardo dal motoscafo verso il petrolchimico, lì davanti a me, che si protende sulla Laguna e che nessun uomo politico, per motivi di bottega, è capace di eliminare.

ottobre 26, 2006

Il Cemento: Petrolio del Sud (e non solo)

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 10:14 am

da un articolo di Roberto Saviano “Io so e ho le prove”
pubblicato suNuovi Argomenti n.32 ott-dic 2005
http://www.nazioneindiana.com/2005/12/02/io-so-e-ho-le-prove

Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento.
Non siste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza alcuna….

E’ il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, acquistarsi fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un’elezione, distribuire salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulla fama dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace capace di planare su terreni insospettabili e sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro ed ogni bruco divengono rivendibili a prezzi esponenziali.

Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico del costruttore che garantirà per lui. La concretezza del cemento e delle stanze è l’unica vera materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianati, i direttori di banca li immaginano come territorio vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della corrente. Io so e ho le prove.

So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion, che depredavano il fiume Volturno della sua sabbia. Dagli anni ’70 in poi. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammuth di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e davanti ai loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato a coltivare le bufale, dopo le bufale hanno iniziato a mettere su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori stagionali e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno incontrato la morte precoce. Io so chi ha costruito l’Emilia Romagna, i quartieri nuovi di Milano, io so chi costruisce le ville in Toscana, le ditte di Michele Zagaria uno dei latitanti più ricercati, che lavorano in subappalto in mezz’Italia. I vantaggi che hanno queste ditte ed i loro committenti sono infiniti, gli inerti vengono saccheggiati, portati vie dalle colline e dalle montagne. Le ditte d’estrazione vengono autorizzate per sottrarre quantità minime ed in realtà mordono e divorano intere montagne. Quintali di pietrisco a basso costo partono da questi luoghi. Inerti a costo zero che andranno a rendere competitive le ditte al nord Italia mentre in mezza Europa cercheranno di accaparrarsi poiché sempre più diviene merce rara. Ma non a sud. Dove non c’è altro che scavare, costruire, tirare su. Io so e ho le prove. Qui la deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo.

Spesso mentre le ditte dei clan trivellano, rompono per errore una falda acquifera e le cave diventano laghi artificiali. Potrebbe sembrare un freno alla corsa divoratrice dei palazzinari. Non lo è. I clan gestendo anche i traffici di rifiuti vincono gare di appalto per lo smaltimento dei veleni industriali e fingendo di smaltire in inesistenti discariche si aggiudicano lo smaltimento di rifiuti pericolosi con prezzi bassi che nessuna altra azienda in Europa avrebbe potuto proporre. Non si trattava di smaltire ma di buttare. In realtà le ditte non hanno alcun luogo dove smaltire rifiuti tossici, né impianti adatti. Li inabissano nei laghetti. In tal modo non solo hanno guadagnato dall’estrazione abusiva ma hanno anche creato un luogo dove nascondere i rifiuti tossici. In tal senso si può ricavare nuovo danaro e rendere le proprie ditte ancor più competenti al servizio in subappalto dei migliori costruttori in circolazione.

Una volta in una vecchia trattoria di San Felice a Cancello incontrai don Salvatore. Un vecchio masto. Era una specie di salma ambulante, non aveva più di 70 anni ma ne mostrava oltre 80. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri smaltimento fumi. Quintali di cemento impastato assieme a polveri velenose il cui costo di smaltimento per le aziende era una delle voci più alte del bilancio. Con la mediazione delle ditte dei clan camorristici ogni costo si è abbassato e lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la cinetica che permette alle ditte di presentarsi alle gare d’appalto con prezzi da manodopera cinese. Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando non si creperanno e qualche operaio magari magrebino respirerà le polveri crepando qualche anno dopo incolpando per il suo cancro la malasorte. Gli imprenditori italiani vincenti non hanno altra forza che queste ditte capaci di stravincere come prezzi e qualità. Ogni vantaggio è scaricato su manodopera e sui materiali. Provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari, in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell’economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Einaudi, Ferruccio Parri, Nenni e il comandante Valerio. Furono proprio i palazzinari, a tirare per lo scalpo l’Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo monetario internazionale. Quei costruttori si chiamavano Genghini, Belli, Parnasi. Poi ci fu l’arrivo dei Caltagirone. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani. Oggi i nuovi volti. Ricucci, Coppola, Statuto. I tre nuovi rampanti imprenditori. Io so. So come si lavora nei cantieri. Come le impalcature vengono messe a castello, come la parte maggiore dei cantieri presenti in Italia non sia messo a norma, come i materiali siano saccheggiati, i terreni sottratti, gli operai tenuti a nero. I meccanismi sono scientifici, foggiati dalle più brillanti menti dei commercialisti del bel paese.

Gli operai vengono costretti a sottoscrivere buste paga perfettamente regolari, così, soprattutto al nord, per eventuali controlli e monitoraggi di sindacati tutto è in regola. In realtà i lavoratori percepiscono il 50% in meno di quanto indicato. Un modo per dimostrare agli ispettori del lavoro il rispetto dei contratti. Una vera e propria evasione fiscale a tavolino che sottrae allo Stato solo per le ditte operanti al nord 500 milioni di euro, secondo quanti affermano i sindacati confederati degli edili. Cifre che rientrano nelle logiche del massimo ribasso. Oltre il 40 % delle ditte edili che agiscono in Italia sono del sud. Agro aversano, napoletano, salernitano. Senza contare le miriadi di ditte di subappalto che non hanno traccia e quindi non rientrano nelle statistiche. Le imprese arrivano cariche di ragazzi meridionali e romeni. Pochissimi gli africani. La forza assoluta dei cartelli criminali è l’edilizia. Il certificato antimafia. Ormai ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone Sandokan avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione mafiosa. Che ingenuità! E anche qualora qualche affiliato condannato per mafia fosse loro dipendente questi lavorerebbe a nero e i controlli sono inesistenti.

Eppure è vero. Nell’edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da palo. Insomma dopo che si è passati nell’esercito dei clan si finisce nell’edilizia o a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati, i ragazzini, e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino di quando invecchieranno (se galera e morte dovessero risparmiarli) staranno su un cantiere invecchiando e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di gestire avranno committenze e spose modelle. Di lavoro si muore. Continuamente. La velocità di costruzioni, la necessità di risparmiare su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d’orario. Turni disumani, 9/12 ore al giorno compreso sabato e domenica. 100 euro a settimana la paga con lo straordinario notturno e domenicale di 50 euro ogni 10 ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca, che qui vendono a 15 euro a pista. Le mascherine per evitare che le polveri siano inalate sembrano una provocazione e il cordino che dovrebbe assicurare alle impalcature i corpi degli operai è usato come portachiavi dei mazzi molteplici dei capimasto. Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato.

Il corpo se morto viene portato via dal cantiere e a seconda della zona viene simulato un incidente stradale. Lo mettono in auto che poi si fanno cascare in scarpate o dirupi, non dimenticando di far prendere fuoco all’auto. La somma che l’assicurazione pagherà al morto verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare l’incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto quando c’è da ammaccare un’auto contro il muro, prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il masto è presente il meccanismo è funzionante. Quando è assente il panico spesso attanaglia gli operai. Ed allora si prende il ferito grave, il quasi-cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino ad una strada che porta all’ospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è all’eccesso si avverte un autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa o all’abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accadere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà nell’immediato per sbarazzarsi di te, come dire che ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia o tu sarai il suo. Non ti farà soffrire ma sarà anche quello che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o ti darà fuoco in un auto. Tutti i costruttori sanno che funziona in questo modo. E le ditte del sud hanno garanzie migliori. Lavorano e scompaiono ed ogni guaio se lo risolvono senza clamore.

Io so ed ho le prove. E le prove hanno un nome. Sono Ciro Leonardo morto a 17 anni mentre stava riparando un solaio cascando dal settimo piano. Le prove si chiamano Francesco Iacomino, aveva 33 anni quando l’hanno trovato con la tuta da lavoro sul selciato all’incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Nicola Tricarico 26 anni, fulminato mentre lavorava alla ristrutturazione di un negozio. A nero. Dopo l’incidente sono scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l’autoambulanza temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Lasciando lì il cadavere raffreddarsi. E quando si muore al nord se non c’è tempo di abbandonare a sud il corpo la macchina incidentata è già pronta assieme alla benzina per occultare il corpo in un incidente sulle affollate e insanguinate strade padane. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti 15 operai edili. Cascati, finiti sotto pale meccaniche o spiaccicati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro.

Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Prima si alzano palazzi, prima si vendono, prima si diviene imprenditori, prima i danari vanno altrove. Prima si possono comprare pompe di benzina, prima si possono avere garanzie con le banche, prima si possono sposare modelle e comprare giornali. A sud si può estrarre, si può ancora estrarre. Si possono depredare terre, mordere montagne, nascondere i veleni sotto la moquette della terra. A sud possono ancora nascere gli imperi, le maglie dell’economia si possono forzare e l’equilibrio dell’accumulazione originaria non è stato ancora completato.

A sud bisognerebbe appendere dalla Puglia alla Calabria dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell’agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona fortuna siccome la ressa è molta e pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili.

Io so. Ed ho le prove. E i nuovi costruttori proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche celano il loro guadagno. Forse hanno ancora un anima. Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli USA, quando un imprenditore riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica e svelare le sue strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio. Vergogna. E il danaro è solo danaro. Giuseppe Statuto e Danilo Coppola gli imprenditori vincenti che vengono dall’aversano, da una terra malata di camorra, rispondono con cristallinità chi li tormenta sul loro successo: “ ho comprato a 10 e venduto a 300”. Una formula che difficilmente potrà essere sbandierata come modello di meritocrazia e perseveranza per ostacolare le cinetiche criminali.

Ma chi segnalava questi affari, chi aveva un così capillare controllo del territorio? Quali validi agenti hanno usato capaci di comprare a così poco terreni? Nessuna risposta. Dalla terra prendi, poi costruisci, dalla costruzione hai garanzia e puoi avere così il debito e dal debito ancora palazzi e poi barche e poi banche… Il meccanismo è banale. Terra è spazio per costruzioni. E come se si estraesse al contrario. Non si scava dalla terra carbone e bauxite. Ma dalla terra si cava l’aria e poi la luce e si occupano vani di ossigeno, il percorso è inverso, spalle al terreno e estrazione al contrario. Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare l’alto e mai, mai osare far cascare gli occhi al basso. Ma non è possibile. L’esproprio d’ogni prospettiva ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva è imbattuta in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. La pioggia d’angeli descritta da Anatole France che casca su Parigi per organizzare la più grande rivolta contro gli errori del creato non è neanche pensabile nel delirio etilico di qualche serata. Qui scendi giù. Ti inabissi. Perché c’è sempre un abisso nell’abisso. Qui dovrai urlare le parole del padre di Ciro: “Quando sbatti per terra e muori, ti immagini non che l’anima evapori, come ti raccontano al catechismo o vedi nel film Ghost, ma che delle mani ti prendano e ti portino più giù. Ancora più giù se è possibile della terra d’inferno dove viviamo”. E quest’abisso non ha il suo popolo. L’East End di Londra che ammonticchiava i suoi derelitti non esiste, e Jack London per comprendere la ferita della ragione occidentale dovrebbe alternare i suoi giorni tra le serate del generone imprenditoriale romano e i cantieri edili notturni.

Così quando pesto scale e stanze, quando salgo nelle ascensori non riesco a non sentire è un vizio della mia psiche. Perché io so. Ed è una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento l’odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dai loro meridiani di Italo Calvino e dai loro thriller di Grisham.

Io so. Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo costruisce. So che non si vive la propria vita di scorribande e tormenti nelle belle ville in Toscana o in Puglia dei film di Giordana e della Comencini, so che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto prima di giungere a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Una emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì. Io so quale è la vera costituzione del mio tempo, quale è la ricchezza delle imprese.

o so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.

ottobre 12, 2006

Ritrovare l’architettura con un manifesto

Filed under: Architettura, Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 3:46 pm

Nel corso del congresso nazionale degli architetti di Torino del 2 ottobre 1999 prese forma il manifesto degli architetti italiani che diventò “Risoluzione” del consiglio dell’Unione Europea il 23 novembre 2000 a Bruxelles.

In quella occasione Michel Richard, direttore aggiunto della sezione Architettura e Patrimonio del ministero della Cultura e comunicazione francese, sostenne la necessità di «valorizzare l’esercito invisibile dei 300.000 architetti europei, un vero tesoro vivente per il Parlamento e per la Commissione europea». La parola d’ordine rilanciata a luglio a Parigi è stata «democrazia urbana». Nel suo intervento a chiusura dei lavori, il Ministro della cultura e della comunicazione della Repubblica francese, Catherine Tasca, ha affermato: «Si tratta di una lotta comune, da portare avanti nelle città europee, per una democrazia urbana … Le nostre società e i loro responsabili devono, per l’architettura, associare poteri decisionali, professionisti, utilizzatori e cittadini». (l’Architetto n.152 dicembre 2000/gennaio 2001 pag. 13)

Il Consiglio dell’unione europea, desideroso di migliorare la qualità dell’ambiente di vita quotidiano dei cittadini europei afferma che:
➔ l’architettura è un elemento fondamentale della storia, della cultura e del quadro di vita di ciascuno dei nostri paesi; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana dei cittadini e costituisce il patrimonio di domani;
➔ la qualità architettonica è parte integrante dell’ambiente tanto rurale quanto urbano;
➔ la dimensione culturale e la qualità della gestione concreta degli spazi devono essere prese in considerazione nelle politiche regionali e di coesione comunitarie;
➔ l’architettura è una prestazione intellettuale, culturale ed artistica, professionale. È quindi un servizio professionale al contempo culturale ed economico.

Esprime l’importanza che per esso rivestono:
➔ le caratteristiche comuni presenti nelle città europee, come l’alto valore della continuità storica, la qualità degli spazi pubblici, la convivenza di vari strati sociali e la ricchezza della diversità urbana;
➔ il fatto che un’architettura di qualità, migliorando il quadro di vita ed il rapporto dei cittadini con il loro ambiente, sia esso rurale o urbano, può contribuire efficacemente alla coesione sociale, nonché alla creazione di posti di lavoro, alla promozione del turismo culturale e allo sviluppo economico regionale.

Il Consiglio incoraggia gli Stati membri:
➔ ad intensificare gli sforzi per una migliore conoscenza e promozione dell’architettura e della progettazione urbanistica, nonché per una maggiore sensibilizzazione e formazione dei committenti e dei cittadini alla cultura architettonica, urbana e paesaggistica;
➔ a tener conto della specificità delle prestazioni nel campo dell’architettura nelle decisioni e azioni che lo richiedono;
➔ a promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica;
➔ a favorire lo scambio di informazioni e di esperienze in campo architettonico.

Il 15/2/2004 è stata persino approvata una legge: “legge quadro sulla qualità architettonica”.
Mi domando: sarà possibile “dare” la qualità con una legge? A due anni dalla sua approvazione il caso di Monticchiello mi fa pensare  di no!

In questi sette anni, il dibattito è rimasto sempre acceso (vedi la recente lettera di Raffaele Sirica dell’agosto 2006) e teso ad indirizzare a cittadini, Parlamento e Governo attraverso “manifesti” che indicano gli indirizzi fondamentali da assumere per perseguire la qualità dell’ambiente attraverso l’Architettura (vedi quello del marzo 2006 approvato dal primo Congresso Regionale della Federazione degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna).

Tutto ciò, seppur meritevole, dovrebbe essere acquisito da tempo. Infatti, già l’articolo 9 della Costituzione  sancisce: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

E allora, mi domando di nuovo, come mai servono così tante parole per far riconoscere il ruolo dell’architetto? perché, in media, solo il 4% delle concessioni edilizie è firmata da iscritti all’Ordine degli? (dato riportato da Massimo Gallione su l’Architetto n. 139 del 9/1999). Certamente da un numero non si può inferire nulla circa la qualità, ma è un numero così piccolo! Che, oltretutto, mal si concilia  con l’affermazione di Sirica: “gli architetti in Italia sono troppi” (Laura Cavestri su Il Sole 24ORE del 30/5/2006)

Le risposte che mi vengono in mente sono due:
– i valori attribuiti all’architettura sono soltanto invenzioni degli architetti per accaparrarsi più incarichi, più prestigio e più potere. Allora prendiamone atto e buttiamo via i nostri studi e le nostre esperienze, a questo punto, inutili.
– oppure le leggi dello stato sono inadeguate, nel senso che non vanno oltre ad un’affermazione di principio.

Da architetto, opto senza dubbio per la seconda ipotesi.
L’inadeguatezza delle leggi si trascina fin dal dopoguerra nella totale disattenzione del Parlamento.

Dal Documento programmatico 2000/2001 “Aggiornamento del Documento presentato al Congresso degli Architetti Italiani a Torino” redatto a Firenze nel Gennaio 2000 dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Firenze si legge nel capitolo “LA MANCANZA DI UNA LEGGE SULLE PROFESSIONI TECNICHE NEL DOPOGUERRA”:
“Nel vuoto politico si è subito inserito il diplomato Geometra che, oltrepassando di gran lunga i suoi limiti di Formazione, prende il sopravvento in forza del numero e della presenza capillare sul territorio diventando il vero artefice della ricostruzione del Paese sia come professionista che come funzionario delle Amministrazioni locali” nonché, aggiungo, l’inventore dell’ “italian style”.

Persino l’ex Ministro per i beni e le attività culturali, Giovanna Meandri, a tal proposito disse:  “Nel nostro paese il degrado urbano e le ferite inferte al paesaggio sono i segni di una storia di incuria e di sviluppo selvaggio che ha lasciato segni profondi.” (l’A 1.’01 – pag. 20)

Di fatto, in questi 60 anni, il Parlamento non si è preoccupato di studiare una Legge quadro sulle professioni tecniche, ma ha soltanto permesso l’ampliamento delle competenze dei Geometri dimostrando un’evidente pochezza culturale, resa più evidente dall’introduzione delle lauree brevi che hanno portato ancora più confusione nelle competenze professionali.

Eppure la storia d’Italia ha influenzato la cultura e lo sviluppo sociale in tutta Europa, in Italia si trova il 75% delle opere d’arte dell’intero pianeta e in Italia sono stati riconosciuti dall’UNESCO il maggior numero di beni dichiarati patrimonio dell’umanità!

Cosa fare dunque? Anche in questo caso, secondo me, sono due le risposte possibili:

– dire “anch’io ho lottato, ed ho creduto nell’architettura e nel suo valore… adesso però, spengiamo la luce, che è tardi…. tra qualche anno ne riparleremo” (KRAMER di Stefano Biserni)

–  oppure impegnarsi nella tutela del nostro ruolo sottoscrivendo, in accordo con gli altri Ordini della Regione, il Manifesto approvato il 24/3/06 dalla Federazione degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna e chiedendo l’impegno delle istituzioni e degli enti locali ad assicurare il confronto con gli architetti sull’insieme delle problematiche inerenti l’esercizio della professione.

Credo sia giunto il momento di ridare all’architettura e a chi ne è l’artefice il suo ruolo.
Non possiamo lasciare che “per un terzo degli italiani la parola architettura evoca subito il patrimonio architettonico nazionale, nemmeno per un italiano su cento evoca l’architettura contemporanea e più di un terzo degli intervistati afferma che il mestiere dell’architetto è quello del restauro del patrimonio antico, e solo dodici persone su cento sono a conoscenza del fatto che l’architetto progetta gli edifici pubblici.” (P. Desideri su la Repubblica 1/7/2004).

Sempre che non ci si accontenti essere il “must” di una nota fabbrica di mobili brianzola così da anni si publicizza  “gli arredatori e gli architetti vi aspettano a pranzo e a cena nella grande festa al sabato pomeriggio”.
Allora, ci si vede sabato pomeriggio?

ottobre 4, 2006

Non accetto !

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 6:25 am

“Dobbiamo ricominciare dai singoli e da piccole minoranze, da formiche pazienti e da asini testardi …”

Goffredo Fofi, “Da pochi, a pochi; appunti di sopravvivenza”, Eléutera ed., Milano, 2006.

“Che fare? L’eterna domanda. Le mutazioni ci travolgono e cambiano il mondo senza quasi che ce ne accorgiamo. La politica è diventata pratica di occupazione delle istituzioni e dei luoghi di potere da parte di gruppi che si accusano vicendevolmente di corruzione… i movimenti nascono e muoiono velocissimamente e mandano i loro leader in parlamento… il terzo settore, il volontariato e le ong pensano al benessere proprio più che a quello di chi dovrebbero assistere… i media sporcano tutto ciò che toccano e aumentano la confusione e la dipendenza dal «sistema»… Goffredo Fofi, bastian contrario di sempre, cerca i modi per capire e districarsi, cerca le strade per reagire a questa immane confusione di idee, nel rifiuto di considerare separati il pensiero e l’azione, la teoria e la prassi. Cosa possono le minoranze? quali sono oggi quelle «frequentabili»? come trasmettere ad altri i valori e l’esempio di quelle più degne, di ieri e di oggi? come gridare nelle circostanze attuali il nostro “non accetto”? cosa trasmettere agli altri delle nostre acquisizioni? e come?”

questo il risvolto di copertina di un libretto di poche pagine, lucidissimo e illuminante nel quale Fofi affronta l’Italia di oggi: quella degli assessori alla cultura e degli omonimi ministri, “i peggiori nemici della cultura … che passano il tempo a inventare occasioni di festa, che chiamano cultura” … quella della “bruttezza che non svanirà” nonostante l’opulenta rincorsa all’apparenza … quella dove, insieme alla Bellezza, è sparito anche il silenzio … quella dove una sedicente cultura “media” ci assedia attraverso una pervasiva “miseria dell’immaginario”… ove merce e arte si scambiano i ruoli …

“La bruttezza non svanirà neanche dall’ambiente. Le città si sono trasformate in garage ad autopiste (diceva Carlo Levi: la strada è la casa degli italiani; quanti secoli fa?) I centri storici, lavati e sciacquati pietra per pietra, e invasi da venditori di ninnoli tutti uguali da Firenze a Katmandu passando per New York e per Adelaide e magari anche per Macondo e Donogoo-Tonke e la contea di Yoknapatawpha. Musei dovunque e dovunque turisti. E i pub al posto delle osterie, i MacDonald’s al posto delle trattorie, delle latterie, delle friggitorie. Tutti uguali, ma tutti acchittati, disegnati da architetti DOC – o meglio: da scenografi zeffirelliani alla Gae Aulenti, stupratrice di storiche piazze, da creatori di luci alla Storaro che illuminano di broadwayano sublime i monumenti famosi, da architetti giapponesi e milanesi scatenati nell’invenzione speciale e nella pretesa di unicità, un pezzo dell’immensa rete collettiva di quella bischeraggine yankee che ha travolto il pianeta.” …

“ … si ha bisogno, in arte, di un radicalismo non gratuito, e di un’assunzione di responsabilità alte e maggiori – mentre invece ciò che si continua a propinare sono pasticcini mielati, meschine malinconie, finte denunce, effetti speciali, fantasie morbose, spettacolarizzazioni del male, eccitanti anestetici, droghe e cose simili” …

ottobre 2, 2006

La Città Felice di Richard Rogers

Filed under: Mondo che cambia, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 12:21 pm

settembre 26, 2006

Decrescita, meglio se felice

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 7:59 am

Esce in questi giorni “La Decrescita Felice”, il nuovo libro di Maurizio Pallante – Editori Riuniti

La decrescita è un’idea in fieri e forse un po’ rozza e perfettibile ma, comunque la si voglia mettere, è una realtà che abbiamo davanti. E’ qualcosa che subiremo che ci piaccia o no. Paesi come la Russia e l’Etiopia ci sono già passati attraverso; quelli che l’hanno subita dicono che non è stata una cosa piacevole, anzi che è stata un vero disastro. Bisogna cominciare a prepararsi, certo, ma non sarà una cosa piacevole.

Nella decrescita descritta dal Pallante – basata sulla sobrietà, filiera corta, prodotti di prossimità, autoproduzione, no SUV e quant’altro – c’è però la speranza, cosa importante da infondere alla gente per farla cambiare. O almeno provarci.

Si parla di un mondo in cui la gente produrrà pomodori nel proprio giardino invece che comprarli al supermercato, trasformandosi un po’ in Hobbit della foresta; combattendo contro la malvagità della mercificazione della società industriale. L’idea, dell’ auto produzione dei pomodori non è particolarmente difficile né faticosa, disponendo dello spazio necessario, ed è anche molto rilassante e soprattutto istruttivo per ciò che concerne i cicli della natura e tutto ciò che ne consegue, ad esempio in termini di gestione dei rifiuti. Per non dire dell’appagamento psicologico che può dare il fatto di prodursi delle cose, in un mondo in cui la sempre maggiore frammentazione del lavoro genera spesso frustrazione derivante dal non vedere gli effetti del proprio lavoro.

Certo è che se le masse inurbate nelle nostre sovraffollate città non hanno fisicamente lo spazio per prodursi la verdura (e dio non voglia che inizino a spargersi per le campagne) e il consumatore medio praticherebbe l’agricoltura nello stesso modo in cui fa tutto il resto, a colpi di diserbanti, insetticidi e concimi chimici, vanificando buona parte dell’aspetto didattico della cosa.

La contrapposizione tra beni e merce, fatta dal Pallante, va alla radice di molti dei mali della società industriale. Ovviamente l’autoproduzione di verdura non può essere che un tassello della transizione (speriamo morbida) alla società post-industriale. E’ però indubbiamente un modo facile di fornire una percezione del reale valore delle cose. E anche, se diffusa su larga scala, una scialuppa di salvataggio per il caso di improvvise crisi di approvvigionamento di combustibili fossili, come l’esperienza di Cuba ci insegna.

Frodo e i suoi compagni attraversavano la foresta umida e fredda rincorsi da orde di Orchi. Immagino che molti della compagnia soffrissero di reumatismi e che la sera, intorno al fuoco del campo, si domandassero “ma chi me l’ha fatto fare?” Ma alla fine hanno avuto una storia da raccontare, e hanno vissuto una vita piena e soddisfacente. Molto più degli hobbit rimasti nelle loro calde case della Contea

settembre 17, 2006

Effetto Trantor: Come ti cementifico il Pianeta

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 1:13 pm

di Ugo Bardi – http://www.aspoitalia.blogspot.com/ – 17 settembre 2006

 

E’ un pianeta interessante, il nostro. Un pianeta di minatori; pieno di gente che scava, trivella, buca, raccoglie, trasforma, e costruisce. Dei vari minerali, quelli per uso per costruzione sono i più ampiamente scavati. A lungo andare, con questa tendenza, arriveremo all “Effetto Trantor” dal nome del pianeta capitale dell’Impero Galattico immaginato da Isaac Asimov nella sua serie di romanzi “Fondazione”. Trantor era un pianeta completamente e totalmente ricoperto di edifici, che veniva continuamente rifornito di cibo e tutto il resto da astronavi interstellari che arrivavano dal resto della galassia. Non era molto pratico, e infatti Asimov ce lo fa vedere vuoto e abbandonato dopo il crollo dell’impero. Noi non siamo ancora arrivati a trantorizzare la terra, ma ci stiamo lavorando sopra con molto entusiasmo anche se non siamo il pianeta capitale di un impero galattico.

La trantorizzazione sembra particolarmente avanzata in Italia dove leggiamo in un articolo di Maria Cristina Treu che

  • Secondo i dati Eurostat, in Italia nell’ultimo decennio del 2000 le costruzioni hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ha di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ha di campagna, pressocchè il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo. D’altra parte l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni, di cui il 20% non sono occupate, corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona. Ciononostante, il suolo agricolo è sempre ritenuto potenzialmente edificabile: in alcune regioni è necessario disporre di almeno un ettaro di terreno di proprietà per farsi una casa, in altre bastano 5000 o 3000 mq, a volte anche non accorpati, e spesso senza l’obbligo di registrare, a costruzione avvenuta, l’utilizzo del diritto edificatorio su una parte o sull’intera proprietà.
    produzione di cemento in Italia

L’Italia è un paese di costruttori, e per costruire ci vuole principalmente cemento. Vediamo qui i dati presi da AITEC (www.aitecweb.com). Notate la caduta dopo il 1992, l’anno di inizio di tangentopoli. Poi ci siamo ampiamente ripresi e oggi abbiamo largamente superato il record di tangentopoli. Siamo a oltre 48 milioni di tonnellate di cemento l’anno, per 58 milioni di abitanti fanno la bellezza di 830 kg di cemento a persona all’anno. Per una famiglia di 4 persone immaginiamo che qualcuno depositi un blocco di quasi 10 kg di cemento tutte le mattine sulla soglia di casa.

In tutto il mondo si producono oggi circa 2.3 miliardi di tonnellate di cemento all’anno. Sembra che molta gente, poveracci, siano meno evoluti di noi, su una popolazione di 6.5 miliardi di persone fa la miseria di 340 kg all’anno per persona. (da http://www.ecosmartconcrete.com/enviro_statistics.cfm)

La Cina, grande paese di cementificatori, fa 1 miliardo di tonnellate all’anno da sola. Però sono anche tanti e non fanno altrettanto bene di noi; su 1.3 miliardi fanno soltanto 730 kg a persona, all’anno. (da http://www.aggregateresearch.com/caf/press.asp?id=9395)

Ma, in realtà, il cemento è solo uno dei materiali che si usano per le costruzioni. Il resto è pietra, mattoni, asfalto, piastrelle e tutto il resto. Approssimativamente, il totale dei materiali da costruzione estratti è tre volte il solo cemento. Se l’Italia è in media con il resto del mondo, abbiamo oltre due tonnellate di materiali da costruzione a testa tutti gli anni. http://pubs.usgs.gov/fs/fs-0068-98/fs-0068-98.pdf

L’Italia sembra dunque il paese che si è maggiormente impegnato nella trantorizzazione del pianeta. Quanto ci vorrà per arrivare a pavimentare tutto il territorio italiano? Questo è difficile a calcolarsi a partire dalla quantità di cemento e materiali da costruzioni prodotte. Si fabbricano ogni sorta di strutture, da edifici multipiano (parecchie tonnellate al mq) a pavimentazioni per strade e parcheggi, qualche kg per metro quadro.

Se comunque prendiamo il dato di Treu dell’articolo riportato prima, abbiamo circa 1000 km2 all’anno cementati. Su una superficie totale è di 300.000 km2 del territorio italiano, questo vuol dire cementarne l’ 1% in tre anni. A questi ritmi, una persona che vive i normali 75 anni, potrà vedere nel corso della sua vita la cementazione di un quarto del totale del territorio. Tuttavia, se consideriamo la frazione già cementata, nonché l’espansione economica prevista da tutti coloro che si occupano di pianificazione, a questi ritmi in meno di un secolo l’Italia potrebbe essere trasformata in un unico tappeto di cemento, attraverso il quale spuntano le cime degli Appennini e delle Alpi.

La trantorizzazione dell’Italia è a portata di mano; non ci resta che costruire le astronavi e conquistare l’impero galattico.

settembre 13, 2006

Cemento. Edilizia: un serpente che si mangia la coda

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 12:41 pm

Blog di Beppe Grillo del 13 settembre 2006
http://www.beppegrillo.it/2006/09/i_serpenti_di_cemento.html#comments

L’edilizia è un serpente che si mangia la coda. Che divora sé stesso. All’ingresso delle città ci accolgono foreste di gru al posto di mura e giardini. Nelle strade nuovi svincoli, rotonde, sottopassi. Terze, quarte corsie. I paesi investono i bilanci comunali nell’edilizia. L’Ici è il nuovo motore del mattone. Si tassano le case per costruire le case. Seconde, terze case. I capannoni industriali, vuoti, in vendita, in affitto costeggiano le autostrade per decine di chilometri. Le cave appaiono d’incanto tra boschi e montagne. Non si costruisce più per abitare, per necessità. Si costruisce per lucrare. Per ‘investire’. La stabilità o la discesa dei prezzi è un rischio, un problema, una sciagura. Ma per chi? Ogni nuova costruzione occupa spazio, risorse, distrugge il territorio. L’Italia vista dall’alto è uno stivale di cemento con un po’ di verde intorno. La provincia italiana è piena di case abbandonate da ristrutturare e di case nuove disabitate. Le città italiane sono piene di uffici vuoti (o anche vuote di uffici pieni) e traboccanti di nuovi edifici in costruzione. C’è un’orgia da cemento in giro. Ma il cemento non produce nulla. Piuttosto, se non è necessario, distrugge soltanto. Le richieste di nuove licenze edilizie andrebbero autorizzate solo in mancanza di alternative già presenti. Incentivate le ristrutturazioni di case esistenti. Quanti uffici, appartamenti, edifici sono vuoti in Italia? Quanti in costruzione? L’edilizia si giustifica perchè rende, perchè il mattone è sicuro. Ma è un gioco al massacro del territorio. E delle risorse economiche che potrebbero essere destinate, almeno da parte delle amministrazioni pubbliche, al territorio, ai servizi ai cittadini. Che senso ha investire in cubi di cemento invece che in ricerca? Un senso ci deve essere in attesa della bolla immobiliare prossima ventura. Un vento sta spirando da oltre Atlantico verso l’Europa. Dopo potremo investire in demolizioni e nel recupero del territorio. Serpenti che si mangiano la coda.

Ps: “Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare” (Dino Campana)
Postato da Beppe Grillo il 13.09.06 20:16

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