Patrick Marini

aprile 12, 2008

Filed under: Architettura — π@3κ @ 2:04 pm

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marzo 27, 2007

“Modernetto”, nuova minaccia urbana

Filed under: Architettura — π@3κ @ 1:35 pm

La Repubblica, Affari & Finanza p. 48, 26 marzo 2007
di Stefano Fera

Milano

Più che le mostre d’urbanistica e d’architettura — che per definizione sono esercizi teorico/propagandistici volti a presentare la realtà come i curatori vorrebbero che fosse, piuttosto che come davvero è — per capire quale direzione stiano prendendo le nostre città è soprattutto utile osservare le fiere internazionali per operatori immobiliari. Ce ne sono diverse, ma fra tutte forse la più spettacolare è il Mipim di Cannes, da poco conclusosi. Per qualche giorno, in un clima da fiesta mobile, lo yuppismo internazional-immobiliare si ritrova sulla Croisette per sfidarsi a una formidabile partita di Monopoli globale. Partecipare all’evento è, per un architetto, un’esperienza nel contempo esaltante e frustrante, al massimo livello.
È un po’ come per un topo visitare una fiera del formaggio, però organizzata dai gatti. Il formaggio è, nella fattispecie, l’incredibile quantità e varietà di occasioni di architettura che vi s’incontrano. Per quanto possa sembrare ovvio, colpisce che gli stand più ricchi siano quelli degli ex paesi socialisti. Colpisce sia per il contrasto col loro recente passato, sia perché eravamo abituati a vederli rappresentati nelle nostre fiere da stand rabberciati, a base di matrjoske, foto di fabbriche modello e di mietitori felici. Qui invece appaiono sfavillanti e non solo per le sofisticate strutture espositive, ma per l’offerta di mastodontiche operazioni immobiliari: intere città, villaggi turistici, alberghi di lusso in riva a mari e laghi, centri direzionali e commerciali. Gli stand dei paesi occidentali, per quanto eleganti, risultano invece miserelli perché hanno ben poco da offrire: qualche ex terreno industriale su cui costruire un po’ di uffici, un outlet, un supermercato.
E così per attrarre i visitatori vi si offrono degustazioni di vini e formaggi, quelli veri però. Di fronte a tutto questo ben d’iddio, di fronte a queste montagne di formaggio, metaforico o reale che sia, l’architetto è disorientato. Ma dopo i primi attimi di smarrimento, capisce che tutte quelle mirabolanti opportunità progettuali, difficilmente, o comunque in minima parte, potranno tradursi in vera architettura. Del resto, tutte le varie offerte d’investimento immobiliare, sia che nascano dalle ceneri del socialismo reale dell’est, sia dalle macerie del welfare socialdemocratico dell’ovest, hanno un ben preciso comune denominatore, che è una stessa immagine preconfezionata.
Un’immagine che sa di ‘omogeneizzato, più che di buon formaggio, e che rimanda a una sorta di “Neo Intemational Style”, o meglio di “Global Style”, per dirla cogli Inglesi più trendy che qui, come in tutti gli ambienti globalisti, la fanno da padroni. In realtà, questa dominante immagine architettonica che sembra mettere d’accordo la mafia russa cogli sceicchi petroliferi, i “baba-cool” parigini cogli “highbrows” londinesi, non è altro che banalissimo”Modernetto”, ossia una versione edulcorata, evirata, plastificata, ma soprattutto de-ideologicizzata del Moderno. Si capisce allora che il Modernetto sta al Moderno come il Barocchetto sta al Barocco. Così come il Barocchetto stempera in rocaille, ossia in conchiglie e fogliami, le raffinate complessità geometriche del Barocco borrominiano e guariniano, così il Modernetto trasforma in esibizionismo tecno-manierista il rigore miesiano e il purismo lecorbusieriano.
Ma a differenza del Barocchetto, il Modernetto non si limita a questioni di facciata, bensì porta a un reale stravolgimento della forma urbana, soprattutto quando interviene in ambiti consolidati come quelli delle città italiane. Quali sono allora i principi compositivi del Modernetto?
Primo fra tutti è il rifiuto programmatico dello spazio urbano prospettico, ossia della strada e della piazza, cioè degli elementi fondativi della città europea. Tale principio è senza dubbio il più devastante per il fatto che il Modernetto, quando interviene in un contesto urbano tradizionale, invece che ricucire il tessuto esistente produce ulteriori lacerazioni, generando isole autoreferenziali, antitetiche al contesto.
Il secondo principio consiste nel equiparare l’architettura alla scultura, quasi a voler suggerire il fatto che l’edificio, al pari dell’oggetto scultoreo, non sia destinato a essere vissuto al suo interno, ma a essere principalmente osservato dall’esterno. E infatti tutte le opere del Modernetto aspirano a diventare landmark, elementi iconici del paesaggio urbano, oggetti fuori-scala tesi a dimostrare la propria artisticità per il fatto d’essere inconcepibili come edifici.
Il terzo principio, che è in parte anche corollario del precedente, è l’uso decorativo della tecnologia. Bandita ogni remora razionalista e funzionalista, il Modernetto attinge a tutti i cataloghi di materiali e di tecnologie costruttive disponibili, non allo scopo di trovare la soluzione più congrua, ma per stupire chi quei materiali e quelle tecnologie non conosce. Infine, principale portato del Modernetto è lo stilismo, inteso come esaltazione della griffe, della firma, in grado di garantire la riconoscibilità dell’autore al momento più in voga.
Ma questo è forse anche il suo tallone d’Achille, soprattutto in Italia. Qui, infatti, ci si rivolge all’architetto-stilista essenzialmente per riceverne pubblicità e per far approvare i progetti, almeno a livello urbanistico.
Ottenuto ciò, il progetto è manipolato, smembrato, ceduto ad altri. A quel punto, non è più questione ne di Moderno, ne di Modernetto, perché a soccombere è l’architettura tout court. E allora a leccarsi i baffi sono i gatti, che di topo e formaggio hanno fatto un sol boccone.

gennaio 20, 2007

E’ giunta l’ora di rimettere le cose a posto

Filed under: Architettura, Mondo che cambia — π@3κ @ 9:49 am

Philippe Stark

se si vuole capire quel che accade oggi e quel che accadrà domani, occorre andare molto indietro nel tempo. Bisogna sapere che a un dato momento eravamo dei batteri, poi siamo diventati delle rane e tutto filava liscio. vivevamo nell’acqua. L’uomo gettava il proprio seme, la donna gettava le proprie uova, e la corrente raccoglieva tutto. Un giorno l’uomo e la donna salgono sulla terra. come al solito la donna getta il proprio uovo, ma a quel punto il problema è che l’uovo resta per terra. accade qualcosa di straordinario, quando l’uovo resta là per terra la donna si innamora follemente dell’uovo e si assiste all’invenzione dell’essenza della nostra civilizzazione: l’amore. è l’amore materno. Protegge il suo uovo, vuole proteggere il suo uovo e se possibile migliorarlo. chiama il marito, lui vede tante cose; va a caccia, quindi vede la vita, la morte e i grandi spazi. ha paura di tutto, non capisce, non ha i mezzi per svilupparsi, e ogni volta che non capisce apre una porta nel cielo, così, e vi mette tutto quello che non capisce: la vita, la morte e così via. E via via che vi introduce cose incredibili, la scatola nel cielo diventa sempre più potente. La moglie gli dice: “dimmi mio caro come potrei proteggere, migliorare il mio uovo?”, e lui dice “ascolta, non so ancora in che modo. ma so a cosa deve somigliare.” Lei ha appena inventato l”amore, lui ha appena inventato dio, e l”amore e dio hanno appena inventato il progresso. E il progresso passerà attraverso la fabbricazione di strumenti che tenteranno di darci una vita migliore affinché la nostra discendenza possa essere migliore, vivere più a lungo ed essere più felice. Facciamo un salto di qualche milione d’anni e arriviamo a oggi e vediamo che tutti gli strumenti inventati per servircene si servono di noi. In pratica la situazione si è capovolta. E se i nostri poveri antenati, dopo tutta la loro fatica, ci vedessero oggi, sarebbero tristi perché ci vedrebbero come schiavi degli strumenti da loro inventati. Oggi la priorità è quella di rimettere le cose al loro posto. Stiamo per cambiare millennio – amiamo le date simboliche – è divertente, la stampa ne parlerà tanto, approfittiamone.
E’ il momento di rimettere la materia dove deve stare, e gli uomini dove devono stare. L’uomo sarebbe così più felice, vivrebbe meglio, e se fosse più felice ritroverebbe una cosa che sta per perdere, la più bella cosa mai inventata – è l’amore. oggi la produzione deve riconsiderare la propria legittimità in modo da potersi dire: “questo oggetto deve esistere? ci serve veramente? non siamo forse noi che veniamo usati? è portatore d”amore? ci porterà felicità?”. La produzione sarà così, è per questo che oggi lavoro su quello che chiamo il “non-prodotto” per il “non-consumatore” del mercato morale del terzo millennio, ovvero questa sera o domani.
Coloro che non hanno compreso questa problematica di ridiscussione del rapporto fra uomo e materia, creeranno cose obsolete o pericolose. L’uomo deve tornare al proprio posto, e l’amore deve nuovamente legare le persone fra loro e non deve essere sinonimo di possesso, di materialità come oggi. Quello che oggi vi dico può sembrare incredibile, eppure può molto divertente, perché se lo si fa con creatività può entusiasmare. E l’entusiasmo è una cosa che ho visto sparire. Quando ero piccolo mi vedevo con i miei compagni, ci si divertiva, ho visto cose entusiasmanti, e da allora più niente, è tutto triste. occorre reintrodurre parole che oggi sono fuori moda, che oggi sono ridicole. La parola compassione, confiscata dalla chiesa; una bellissima parola che significa dare amore senza aspettarsi niente in cambio. La parola civismo, confiscata dallo stato, ovvero le leggi per vivere in comune. Esiste cosa più bella di questa? esistono parole come questa alle quali occorre dare un nuovo valore per diventare una società umana, civilizzata, e riprendere la nostra evoluzione per diventare persone realmente civili.

novembre 20, 2006

Architetto, ambiente e cliente

Filed under: Architettura, Mondo che cambia — π@3κ @ 1:54 pm

A Venezia è un altro clima di Massimiliano Fuksas

Venezia è stata quest’anno il luogo scelto dal Riba (Royal Institute of British Architects) per la conferenza annuale su “Social City: Architectural and Change”. La gran parte degli interventi vertevano sul vero e più importante cambiamento che sta avvenendo nel mondo, quello ambientale. Il direttore del Global Commons Institute. Aubrey Meyer, ha ridefinito il paesaggio catastrofico, conseguenza del dissennato consumo di energia. Era anche in parte un’anticipazione della ricerca commissionata dal governo britannico sui cambiamenti che l’effetto serra può comportare nell’economia dei paesi più avanzati. Ed è chiaro che, se non si interviene (e non si sa bene come) rapidamente, il prodotto lordo dell’economia globale crollerà del 30 per cento, con conseguenze catastrofiche per centinaia di milioni di lavoratori.
I discorsi che hanno coinvolto architetti di fama come Foster, hanno dato un senso di impotenza perché anche l’architetto di successo può fare poco per contrastare scelte sbagliate. Se si pensa che spostare 300 persone in aereo, poi in auto e poi in motoscafo, riunirli in un luogo con aria condizionata e illuminazione, per discutere sui risparmi energetici in architettura, costa in energia già una somma rilevante e produce una piccola catastrofe, vuol dire che siamo tutti confrontati alla “honesty in dishonestity”, che vuol dire niente altro che continuare a dilapidare risorse.E la cosa più grave è che lo facciamo anche quando siamo convinti di migliorare o disinquinare la vita nel pianeta.
Credo che l’annuale conferenza che Jack Pringle, presidente del Riba, ha voluto quest’anno a Venezia dia un segno di una qualche voglia di modificare le relazioni fra architetto, ambiente e cliente. Speriamo in meglio.
Certo ritornando all’aeroporto ho gettato uno sguardo dal motoscafo verso il petrolchimico, lì davanti a me, che si protende sulla Laguna e che nessun uomo politico, per motivi di bottega, è capace di eliminare.

ottobre 12, 2006

Ritrovare l’architettura con un manifesto

Filed under: Architettura, Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 3:46 pm

Nel corso del congresso nazionale degli architetti di Torino del 2 ottobre 1999 prese forma il manifesto degli architetti italiani che diventò “Risoluzione” del consiglio dell’Unione Europea il 23 novembre 2000 a Bruxelles.

In quella occasione Michel Richard, direttore aggiunto della sezione Architettura e Patrimonio del ministero della Cultura e comunicazione francese, sostenne la necessità di «valorizzare l’esercito invisibile dei 300.000 architetti europei, un vero tesoro vivente per il Parlamento e per la Commissione europea». La parola d’ordine rilanciata a luglio a Parigi è stata «democrazia urbana». Nel suo intervento a chiusura dei lavori, il Ministro della cultura e della comunicazione della Repubblica francese, Catherine Tasca, ha affermato: «Si tratta di una lotta comune, da portare avanti nelle città europee, per una democrazia urbana … Le nostre società e i loro responsabili devono, per l’architettura, associare poteri decisionali, professionisti, utilizzatori e cittadini». (l’Architetto n.152 dicembre 2000/gennaio 2001 pag. 13)

Il Consiglio dell’unione europea, desideroso di migliorare la qualità dell’ambiente di vita quotidiano dei cittadini europei afferma che:
➔ l’architettura è un elemento fondamentale della storia, della cultura e del quadro di vita di ciascuno dei nostri paesi; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana dei cittadini e costituisce il patrimonio di domani;
➔ la qualità architettonica è parte integrante dell’ambiente tanto rurale quanto urbano;
➔ la dimensione culturale e la qualità della gestione concreta degli spazi devono essere prese in considerazione nelle politiche regionali e di coesione comunitarie;
➔ l’architettura è una prestazione intellettuale, culturale ed artistica, professionale. È quindi un servizio professionale al contempo culturale ed economico.

Esprime l’importanza che per esso rivestono:
➔ le caratteristiche comuni presenti nelle città europee, come l’alto valore della continuità storica, la qualità degli spazi pubblici, la convivenza di vari strati sociali e la ricchezza della diversità urbana;
➔ il fatto che un’architettura di qualità, migliorando il quadro di vita ed il rapporto dei cittadini con il loro ambiente, sia esso rurale o urbano, può contribuire efficacemente alla coesione sociale, nonché alla creazione di posti di lavoro, alla promozione del turismo culturale e allo sviluppo economico regionale.

Il Consiglio incoraggia gli Stati membri:
➔ ad intensificare gli sforzi per una migliore conoscenza e promozione dell’architettura e della progettazione urbanistica, nonché per una maggiore sensibilizzazione e formazione dei committenti e dei cittadini alla cultura architettonica, urbana e paesaggistica;
➔ a tener conto della specificità delle prestazioni nel campo dell’architettura nelle decisioni e azioni che lo richiedono;
➔ a promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica;
➔ a favorire lo scambio di informazioni e di esperienze in campo architettonico.

Il 15/2/2004 è stata persino approvata una legge: “legge quadro sulla qualità architettonica”.
Mi domando: sarà possibile “dare” la qualità con una legge? A due anni dalla sua approvazione il caso di Monticchiello mi fa pensare  di no!

In questi sette anni, il dibattito è rimasto sempre acceso (vedi la recente lettera di Raffaele Sirica dell’agosto 2006) e teso ad indirizzare a cittadini, Parlamento e Governo attraverso “manifesti” che indicano gli indirizzi fondamentali da assumere per perseguire la qualità dell’ambiente attraverso l’Architettura (vedi quello del marzo 2006 approvato dal primo Congresso Regionale della Federazione degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna).

Tutto ciò, seppur meritevole, dovrebbe essere acquisito da tempo. Infatti, già l’articolo 9 della Costituzione  sancisce: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

E allora, mi domando di nuovo, come mai servono così tante parole per far riconoscere il ruolo dell’architetto? perché, in media, solo il 4% delle concessioni edilizie è firmata da iscritti all’Ordine degli? (dato riportato da Massimo Gallione su l’Architetto n. 139 del 9/1999). Certamente da un numero non si può inferire nulla circa la qualità, ma è un numero così piccolo! Che, oltretutto, mal si concilia  con l’affermazione di Sirica: “gli architetti in Italia sono troppi” (Laura Cavestri su Il Sole 24ORE del 30/5/2006)

Le risposte che mi vengono in mente sono due:
– i valori attribuiti all’architettura sono soltanto invenzioni degli architetti per accaparrarsi più incarichi, più prestigio e più potere. Allora prendiamone atto e buttiamo via i nostri studi e le nostre esperienze, a questo punto, inutili.
– oppure le leggi dello stato sono inadeguate, nel senso che non vanno oltre ad un’affermazione di principio.

Da architetto, opto senza dubbio per la seconda ipotesi.
L’inadeguatezza delle leggi si trascina fin dal dopoguerra nella totale disattenzione del Parlamento.

Dal Documento programmatico 2000/2001 “Aggiornamento del Documento presentato al Congresso degli Architetti Italiani a Torino” redatto a Firenze nel Gennaio 2000 dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Firenze si legge nel capitolo “LA MANCANZA DI UNA LEGGE SULLE PROFESSIONI TECNICHE NEL DOPOGUERRA”:
“Nel vuoto politico si è subito inserito il diplomato Geometra che, oltrepassando di gran lunga i suoi limiti di Formazione, prende il sopravvento in forza del numero e della presenza capillare sul territorio diventando il vero artefice della ricostruzione del Paese sia come professionista che come funzionario delle Amministrazioni locali” nonché, aggiungo, l’inventore dell’ “italian style”.

Persino l’ex Ministro per i beni e le attività culturali, Giovanna Meandri, a tal proposito disse:  “Nel nostro paese il degrado urbano e le ferite inferte al paesaggio sono i segni di una storia di incuria e di sviluppo selvaggio che ha lasciato segni profondi.” (l’A 1.’01 – pag. 20)

Di fatto, in questi 60 anni, il Parlamento non si è preoccupato di studiare una Legge quadro sulle professioni tecniche, ma ha soltanto permesso l’ampliamento delle competenze dei Geometri dimostrando un’evidente pochezza culturale, resa più evidente dall’introduzione delle lauree brevi che hanno portato ancora più confusione nelle competenze professionali.

Eppure la storia d’Italia ha influenzato la cultura e lo sviluppo sociale in tutta Europa, in Italia si trova il 75% delle opere d’arte dell’intero pianeta e in Italia sono stati riconosciuti dall’UNESCO il maggior numero di beni dichiarati patrimonio dell’umanità!

Cosa fare dunque? Anche in questo caso, secondo me, sono due le risposte possibili:

– dire “anch’io ho lottato, ed ho creduto nell’architettura e nel suo valore… adesso però, spengiamo la luce, che è tardi…. tra qualche anno ne riparleremo” (KRAMER di Stefano Biserni)

–  oppure impegnarsi nella tutela del nostro ruolo sottoscrivendo, in accordo con gli altri Ordini della Regione, il Manifesto approvato il 24/3/06 dalla Federazione degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna e chiedendo l’impegno delle istituzioni e degli enti locali ad assicurare il confronto con gli architetti sull’insieme delle problematiche inerenti l’esercizio della professione.

Credo sia giunto il momento di ridare all’architettura e a chi ne è l’artefice il suo ruolo.
Non possiamo lasciare che “per un terzo degli italiani la parola architettura evoca subito il patrimonio architettonico nazionale, nemmeno per un italiano su cento evoca l’architettura contemporanea e più di un terzo degli intervistati afferma che il mestiere dell’architetto è quello del restauro del patrimonio antico, e solo dodici persone su cento sono a conoscenza del fatto che l’architetto progetta gli edifici pubblici.” (P. Desideri su la Repubblica 1/7/2004).

Sempre che non ci si accontenti essere il “must” di una nota fabbrica di mobili brianzola così da anni si publicizza  “gli arredatori e gli architetti vi aspettano a pranzo e a cena nella grande festa al sabato pomeriggio”.
Allora, ci si vede sabato pomeriggio?

settembre 15, 2006

Guardare avanti significa imparare dal passato, crescere nel presente e progettare il futuro

Filed under: Architettura, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 8:49 am

http://www.eugeniobenetazzo.com/

luglio 23, 2006

Essenziale, poco e necessario – 1916

Filed under: Architettura, Formazione, Tessenow — π@3κ @ 9:00 am

Heinrich Tessenow (Rostock 1876 – Berlin 1950)
da Hausbau und dergleichen, 1920

al lavoro

Se oggi vogliamo costruirci una nuova casa oppure arredarci un’appartamento o comunque se intendiamo occuparci seriamente di una cosa, che sia anche in una certa misura durevole, ci rendiamo subito conto che si tratta di un’operazione incredibilmente complicata; chiediamo consiglio a destra e a sinistra, eppure non riusciamo a trovare una soluzione conveniente; conosciamo ed amiamo quasi tutto, il molto antico e il molto moderno, il grosso e il sottile, ecc., e alla fine non sappiamo che cosa scegliere…
…Non vogliamo ne una cosa diritta ne storta, ne intelligente ne stupida, non la vogliamo ne grossolana ne raffinata, dobbiamo conoscere ogni cosa, così potremo prendere da tutto l’insieme soltanto ciò che è veramente essenziale e importante. Per poterci avvicinare il più possibile a ciò che è giusto dovremo essere sempre molto scrupolosi; nulla ci sarà tanto nemico quanto la superficialità, dovremo continuamente ripetere a noi stessi: se questo è necessario, che sia poco, ma che sia l’essenziale da ogni punto di vista.” (Vienna 1916)

Ordine, correttezza, semplicità e chiarezza – 1920

Filed under: Architettura, Tessenow — π@3κ @ 8:54 am

Heinrich Tessenow (Rostock 1876 – Berlin 1950)
da Hausbau und dergleichen, 1920

La Chiarezza e la semplicità nel lavoro artigianale ….Se ci chiediamo quali valori sono riconosciuti oggi, di comune accordo, come i più positivi e esemplari, daremo probabilmente il primo posto all’ordine; in genere siamo di parere discorde quando si tratta di decidere se il mondo debba essere triste o lieto, storto o diritto, ecc., ma desideriamo sempre, unanimemente, che sia il più ordinato possibile. L’ordine, visto in una determinata prospettiva, può anche sembrare una cosa di secondaria importanza; capita però raramente, o meglio, non capita mai che il fine a cui aspiriamo sia il disordine.
Mostreremo sempre di preferire quei lavori che nell’aspetto rispondono a un’esigenza di correttezza, sia che si tratti della pavimentazione di una strada che dei nostri mobili o dei vestiti o delle stoviglie di cucina, ecc. E quando avanziamo l’esigenza che la convivenza e la collaborazione con il prossimo siano caratterizzati da un comportamento corretto, riconosciamo implicitamente come l’ordine sia un elemento fondamentale per dei rapporti reciproci positivi. Di conseguenza esso è anche un ottimo strumento per capire il cosa e il come del nostro lavoro quotidiano o artigianale.

… Così come è abbastanza generalizzata l’esigenza di un ordine nelle cose che ci circondano, ci è altrettanto essenziale la semplicità e la chiarezza del nostro pensare e del nostro sentire. Tutto questo dovrebbe avere come conseguenza l’esigenza che «ogni nostro lavoro quotidiano o artigianale sia ordinato non solo da un punto di vista pratico, ma anche sul piano formale e su quello del suo significato»

La ripetizione – 1920

Filed under: Architettura, Tessenow — π@3κ @ 8:42 am

Heinrich Tessenow (Rostock 1876 – Berlin 1950)
da Hausbau und dergleichen, 1920

“L’ORDINE … I ricchi e i potenti non amano la ripetizione; essa è lostrumento dei semplici. Spesso noi crediamo che insistendo nella ripetizione si ottenga un effetto di povertà; ma non è detto che sia così; la ripetizione produce in certi casi un’impressione forte e ricca, per esempio:

«tutto è buio,
tutto è fosco,
quando il mio amore non è con me,
io credevo ch’ella mi amasse,
ma no
ma no
ma no
ma no
ella mi odia».

La forte impressione che suscita qui il «ma no» potrebbe forse essere raggiunta anche con altre parole; ma si deve osservare che in questo caso la ripetizione della semplice negazione risveglia sentimenti non solo molto forti, ma anche ricchi e complessi; l’espressione «ma no» diventa qui, soltanto attraverso la ripetizione, lamento, disperazione, angoscia, ecc. …”

Tessenow, pergolato di casa padronale

“Doveva esistere il caos perchè potesse nascere una stella”

Filed under: Architettura, Pillole — π@3κ @ 8:23 am

Friedrich Nietzsche (Lützen 1844, Weimar 1900)

“Sappi ciò che dici, ma non dire tutto ciò che sai”

Filed under: Architettura, Pillole — π@3κ @ 8:15 am

Mathias Claudius (Reinfeld, Holstein 1740, Hamburg 1815)

luglio 21, 2006

«Che cosa sia il bello io non lo so» – 1500

Filed under: Architettura, Arte — π@3κ @ 7:29 pm

Durer, autoritrattoAlbrecht Dürer (Norimberga 1471, 1528)
Autoritratto 1498

ma… «Un giudizio su una bella forma è più attendibile se proviene da un pittore che ha una conoscenza dell’arte, piuttosto che se proviene da coloro che sono guidati esclusivamente dal gusto istintivo» . «Che ognuno guardi dentro di sé, che l’inclinazione non gli acciechi il giudizio, poiché soltanto un uomo istruito nelle cose d’arte può indicare la ragione per cui una forma è più bella di un’altra».
«Si prende qualcosa di buono da molte cose belle, come miele raccolto da molti fiori».
«colui che sostiene il suo punto di vista con l’aiuto della geometria, deve essere creduto da tutti» . La geometria è «la vera e propria base di tutta l’arte».
«La giusta proporzione porta alla bella linea e ciò non soltanto in un quadro, ma in tutte le cose che si possono creare modellandole».
«L’armonia di una cosa in relazione a un’altra, questo è il bello». « II troppo poco o il troppo possono rovinare tutto». «Guardatevi dagli eccessi».
A. DÙRER, Von der Malerei, manoscritto di Londra, in HEIDRICH, Albrecht Dùrers schriftlicher Nachlass

Per Dùrer, come del resto per tutti i pittori del Rinascimento italiano, il bello è ciò che è moderato e proporzionato.

Se perde l’architettura – 2006

Filed under: Architettura, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 12:49 pm

di Francesco Erbani, La Repubblica 21 Luglio 2006 (pag.51)
Interviste/ In un saggio di Leonardo Benevolo un bilancio con luci e ombre

L’urbanista accusa lo “star system” dei progettisti e rilancia i temi della tutela
La scarsa qualità di ciò che si fa in Italia, denuncia, dipende dal peso della speculazione

Leonardo BenevoloBrescia – Leonardo Benevolo ha ottantatré anni ed è uno dei maestri dell’urbanistica in Italia. Può guardare dall’alto di un’esperienza non solo di progettista, ma soprattutto di storico, alle vaste praterie popolate di architetti e di teorici dell ‘architettura, l’immensa scena di ciò che si costruisce dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Germania e dall’Inghilterra alla Nuova Zelanda e all’India. Ha scritto volumi fondamentali sull’architettura dalle origini al Rinascimento fino ai giorni nostri. Ma ora, con L’architettura del nuovo millennio (Laterza, pagg. 484, euro 35), diventa storico della contemporaneità, del suo complicato svolgimento, senza pretendere di definire tutto o di nominare tutti, ma anche senza rinunciare ai giudizi netti: sulle “archistar”, i grandi progettisti che hanno raggiunto gloria mediatica da un angolo all’altro del pianeta; sull’inferiorità dell’Italia (non degli architetti italiani) nel confronto internazionale; su uno dei motivi per cui l’architettura esce sconfitta in Italia, e con lei il territorio e il paesaggio – un antico, ma sempre attuale motivo: la grande forza di cui godono i proprietari privati, gli speculatori, i quali vogliono ricavare quanta più rendita possibile.

Si può mettere un ordine provvisorio, lei scrive, nell’architettura contemporanea. Da dove cominciare?
«Da due principi. Il primo è quello che possiamo chiamare “l’intelligenza dei luoghi”. L’architettura modifica i luoghi, sia l’ambiente fisico sia lo scenario di ciò che è già edificato. Ora l’architettura deve avere consapevolezza che le trasformazioni devono custodire l’integrità di un lavoro complessivo di costruzione dell’ambiente umanizzato, che dura dall’alba dei tempi. Il secondo principio è la competenza tecnologica, che è cambiata completamente rispetto al passato».

Cosa vuoi dire, in concreto, “l’intelligenza dei luoghi” ?
«La distruzione del passato, cominciata da due secoli, è ancora in corso e solo recentemente si è imparato a limitarla. Questo vale soprattutto per l’Europa, dove abbiamo un passato più importante che in altri continenti. Le città storiche, da Venezia a Siena, da Bruges ad Amsterdam, contengono un segreto essenziale per noi: l’unico modello qualitativo ancora alla portata della nostra civiltà democratica».

Vale a dire?
«Nascono nel Medioevo dal compromesso tra un potere sicuro di sé, ma non più dispotico come nell’antichità classica, e una pluralità di operatori cittadini che perseguono i loro fini, ma sono sottomessi a un sistema di regole. Da questo compromesso, da questa imperfezione nasce una forma diversa di perfezione. Venezia non è meno bella di Atene, è bella in modo diverso».

Da qui scaturisce il bisogno di tutelare le città storiche?
«Certo. Ma non come siti archeologici, che si salvaguardano per essere visitati. Bensì come organismi viventi. Questa è la vera conservazione. Gli unici cambiamenti ammissibili sono quelli che consentano ai centri storici di essere abitati, di possedere ancora quel congegno di relazioni che li hanno alimentati per secoli».

In ltalia sono maturate alcune esperienze in questa materia.
«La “conservazione attiva” è stata messa a punto negli anni Sessanta e Settanta, ed è forse il contributo più rilevante che noi abbiamo recato alla cultura architettonica nel secolo XX. Prenda gli interventi di Pier Luigi Cervellati a Bologna fra il 1965 e il 1980, che hanno promosso il restauro di interi quartieri riconsegnandoli a chi li abitava».

A questo punto urge l’attualità. Che cosa pensa della sistemazione dell’Ara Pacis a Roma, progettata da Richard Meier?
«Tutto nasce da un equivoco. Il disastroso intervento su piazza Augusto Imperatore degli anni Trenta è stato letto dai tecnici del Comune di Roma come prodotto del razionalismo italiano. Invece è frutto del peggior accademismo classicheggiante, di quella che Giuseppe Pagano chiamava “l’internazionale dei pompieri”. Sulla base di quel presupposto Meier è stato chiamato come esponente di un fantomatico “razionalismo americano”».

Alla base di tutto c’è dunque un difetto culturale, di “intelligenza dei luoghi”?
«Non solo. Invece di pensare a una nuova teca per l’Ara Pacis, si è immaginato di costruire il quarto lato della piazza con un edificio che contenga, oltre al monumento, una lunga serie di ambienti destinati a immiserirlo. Meier ha attenuato questo programma. Rispetto alle premesse, la sua costruzione è elegante e moderata, ma completamente spaesata».

Lei raggruppa i grandi architetti europei in due categorie, gli eredi della moderna tradizione continentale – Valle, Gregotti, De Carlo, Moneo e Siza e gli “innovatori” – Foster, Rogers, Piano e Nouvel. Quali differenze ci sono fra i primi e i secondi?
«I primi prolungano la continuità novecentesca del dopoguerra, ma hanno subito una mutazione che li stacca dalle circostanze di origine. È la tensione sottostante fra tradizione e innovazione che li distingue da molti spensierati continuatori delle tendenze di allora. I secondi, invece, sono capaci di invenzione pura e hanno il gusto della tecnologia. Dipendono da una precedente stagione della modernità, quella fra le due guerre».

Lei istituisce poi altre categorie, fra i quali “gli impazienti”. Chi sono?
«Occorre una premessa. La precocità sembra diventata impossibile. Oggi si diventa bravi dopo i sessant’anni. Renzo Piano è un caso esemplare: la sua produzione sale di tono negli anni Novanta, con opere di prim’ordine come il centro culturale Jean Marie Tijbaou in Nuova Caledonia o il Museo della Scienza e della Tecnica ad Amsterdam».

Torniamo agli impazienti.
«I “giovani” che hanno fra i quaranta e i sessant’anni si espongono a due generi di successo, quello architettonico e quello mediatico, che si rivelano alla lunga incompatibili fra loro».

Siamo quindi a quelle che chiamano “archistar”.
«L’espressione rimanda agli architetti di fama assicurata, scelti per fare pubblicità a marchi famosi della moda o dell’industria automobilistica».

Facciamo ora qualche nome; Frank O. Gehry.
«Gehry appartiene a una generazione precedente. Non si presenta come un mago dell’architettura, fa più professione di modestia rispetto a molti colleghi giovani. Per lui conta soprattutto la meraviglia per le forme inconsuete, predilige quelle oblique e curvilinee. Ma poi paga un prezzo figurativo, perché si vincola a una gamma preconcetta di effetti che impoverisce il suo lavoro».

E Zahà Hadid?
«Ha virato nettamente sul versante artistico. Una volta ha scritto: “Perché attenersi all’angolo di novanta gradi, quando ce ne sono disponibili altri trecentocinquantanove?”. Per lei si parla di “superiorità dell’architettura nella produzione di spazio”. Superiorità rispetto a cos’altro? A me sembra che il suo lavoro resti confinato nel mondo dell’intrattenimento».

Un’altra “archistar”: Santiago Calatrava. .
«È un tecnico capace di inventare strutture semoventi. Ma negli edifici olimpici realizzati in Grecia vedo megalomania, eclettismo e un gusto artistico scadente».

Lei ritiene che molti architetti vogliano diventare artisti?
«Un critico come Germano Celant desidera un architettura che “si liberi degli aspetti funzionali”. Ma l’architettura è un utensile necessario del vivere».

Per l’Italia lei parla di sconfitta dell’architettura.
«Abbiamo distrutto il nostro paesaggio che è un patrimonio di rilevanza mondiale. La dissoluzione non è avvenuta per incuria, è stata pagata in contanti».

Pensa ai protagonisti della speculazione edilizia?
«La rendita fondiaria è ormai una componente primaria del nostro comparto finanziario, che sopravanza quello industriale».

Mi faccia qualche esempio.
«Milano è l’epicentro della cultura professionale italiana. Ma se si esclude il caso riuscito della Bicocca, il riuso delle grandi aree industriali dismesse è gravemente condizionato dai processi di valorizzazione speculativa, che lasciano pochissimi margini alle scelte progettuali. L’architettura resta un ornamento secondario. Eppure sono mobilitati grandi nomi, da Pei a Pelli, da Poster a Chipperfield. Guardi, per citare un caso, cosa succede nell’area dell’ex Fiera di Milano».

Cosa succede?
«Ha vinto il progetto di gran lunga peggiore, con tré grattacieli da collezione che frammentano e rendono inutilizzabile il parco pubblico previsto dal programma. Arata Isozaki ha donato un suo progetto precedente, Daniel Libeskind e la Hadid presentano due sculture gesticolanti che è difficile immaginare realizzate a grandezza naturale».

Si poteva fare altrimenti?
«Si sarebbe potuta seguire la tradizione europea, realizzata integralmente in Olanda, parzialmente in altri paesi, quasi mai da noi. L’autorità pubblica avrebbe dovuto acquistare 1 ‘ area soggetta a trasformazione per poi rivendere agli operatori privati i lotti edificabili. Così si eliminal’interesse speculativo, ma non il legittimo profitto dei privati. Dal canto suo l’ente pubblico guadagna la libertà di progettare e di mantenere il controllo delle fasi di lavorazione. E l’architettura è salva».

luglio 20, 2006

Il gladiatore e l’architetto – 2006

Filed under: Architettura, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 6:48 pm

di Franco Purini (Il Manifesto, Materia prima)

Costruendo, l’architetto modella gli spazi che accolgono la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Orchestra una musica silenziosa fatta di luce e di materia che si può apprezzare solo muovendosi nello spazio, nella storia e nell’ambiente

L’architettura è l’arte che crea il paesaggio, nel paesaggio le città, nelle città gli edifici pubblici e privati e in essi gli oggetti per il lavoro e la vita quotidiana. A partire dalla scena naturale strade, autostrade, ponti, argini, canali, laghi artificiali, sistemazioni del terreno, filari di alberi, case e ogni manufatto volto a rendere abitabile il mondo fisico costituiscono ciò che nel corso dei millenni diventa il paesaggio; qualcosa che non sembra neanche più il prodotto di un’azione umana ma un aspetto della stessa natura. Il paesaggio è una vera e propria scrittura terrestre. Una scrittura stratificata, un palinsesto di segni sovrapposti, alcuni quasi cancellati, altri rafforzati, a volte raccolti in insiemi sereni e razionali, come in Toscana, a volte composti in intrecci più variati come in Sicilia. Sorvolando un territorio non si può non provare una profonda emozione estetica nell’osservare la meravigliosa relazione che si è creata nel tempo tra la forma originaria del suolo e le sue incessanti modificazioni. Il risultato è un bassorilievo intarsiato, dai colori sapientemente armonizzati, bello della superiore bellezza di ciò che è vero e necessario nasce solo da esigenze umane risolte con immediatezza e sincerità. Come si è già detto nel paesaggio ci sono le città, molte delle quali nate da così tanto tempo da apparire anch’esse eventi naturali. Le città sono strutturate da un tracciato – la loro parte più resistente, anch’esso una scrittura – che governa la circolazione, regola i rapporti tra pieni e vuoti, stabilisce la posizione delle abitazioni, degli edifici pubblici, delle industrie e del verde. Nelle città ci sono gli edifici e disegnarli è uno dei compiti più noti e immediati tra quelli che svolge l’architetto: dando forma a una costruzione egli modella spazi, cavità compenetrate e dinamiche che accolgono la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Costruendo un edificio l’architetto orchestra una musica silenziosa fatta di luce, di rapporti proporzionali di materia, una musica che si può apprezzare solo muovendosi nello spazio, imparando a sentirne la fluidità come metafora della continuità dell’esistenza nel tempo. Ed è proprio la rappresentazione del tempo l’essenza dell’arte architettonica.
Tuttavia l’architettura non è solo un’arte, è anche una scienza, anzi è un’arte che solo inverandosi nella scienza trova la sua realtà. Il progettista deve apprendere la matematica, la meccanica, la fisica, la geografia, la geometria, l’ottica, la statica, la scienza delle costruzioni. Deve saper dare un significato estetico alla legge di gravità, dal momento che in architettura il peso non è solo un dato fondamentale del problema costruttivo ma è uno dei più elevati luoghi concettuali relativi alla composizione. Deve essere in grado di stabilire la migliore posizione per l’edificio e quindi il soleggiamento, l’areazione, il regime dei venti e delle acque non devono avere per lui alcun segreto. Deve conoscere i materiali che adopera nei loro valori fisici, come la consistenza, la durezza, e la composizione interna nei loro aspetti visivo/tattili. Deve sapere come si comportano nel tempo, come, perché e quando si degradano sotto l’effetto degli agenti atmosferici e dell’uso. Costruire è dar vita a un ordine complesso, – che riproduce in piccolo l’ordine cosmico – fatto di forze in equilibrio instabile, di elementi chiamati a collaborare a lungo. Ma tale conoscenza scientifica, che comprende anche nozioni di economia e sociologia non sarebbe di utilità all’architetto se egli non imparasse a osservare il mondo che lo circonda, sia quello naturale sia quello artificiale. Studiando la struttura di una foglia o di un cristallo; ammirando al microscopio la magica figura di un fiocco di neve o seguendo le circonvoluzioni di una conchiglia cercherà di comprendere l’armonia segreta dell’universo, quelle regole che sostengono l’infinitamente piccolo come l’immensamente grande, infondendo a ogni cosa una forma che è sempre uguale e sempre diversa. La stessa forma che l’architetto vorrà dare ai frutti della sua ricerca creativa.
Oggi questo lavoro di conoscenza, che dalla comprensione delle strutture disseminate delle galassie arriva fino all’indagine sui più minuti manufatti umani, è enormemente facilitato dal computer, che consente di accedere a un numero incalcolabile di informazioni, suggestioni figurative, analogie strutturali. La tecnologia digitale è anche il nuovo mezzo per disegnare architetture, con la sua incredibile attitudine a simulare gli effetti di una previsione progettuale attraverso la realtà virtuale, può aiutare in modo considerevole l’architetto a dare una concretezza costruttiva alle sue più ardite fantasie. Ricordando che l’architettura è un’arte occorre comunque tener presente che progettare nel paesaggio e nella città non si risolve solo nelle pratiche del misurare, del predisporre e dell’ordinare: occorre che il comporre e il costruire siano sorretti da un forte spirito inventivo capace di trascendere la sfera tecnica per pervenire a quella estetica. Cosa che riesce più facilmente se l’architetto saprà pensare temi antidogmatici, aperti, mutevoli, innervando le sue proposte di fermenti utopici.
Negli ultimi anni gli ambiti interessati dal lavoro dell’architetto si sono notevolmente ampliati. Non è chiaro ancora se ciò sia un fatto del tutto positivo, ma la tendenza della progettazione a conquistare nuovi spazi operativi sembra inarrestabile. Sono numerosi oggi i problemi sollevati da una coscienza ecologica che chiede all’architettura di farsi scienza ambientale, in vista della protezione di un pianeta assediato dai suoi abitanti, che stanno dilapidando risorse non certo inesauribili; c’è poi la questione del recupero delle periferie lasciate dall’industrialesimo in eredità all’età degli immateriali; esiste inoltre un vastissimo patrimonio storico per decenni trascurato, se non saccheggiato, che va restaurato e conservato; c’è infine il paesaggio, anch’esso per tanti anni considerato come qualcosa di talmente vasto e resistente da poter sopportare qualsiasi operazione, e invece limitato nella sua estensione reale e di un’estrema fragilità. Stando così le cose le occasioni di realizzare edifici nuovi sono destinate probabilmente a diminuire, mentre cresceranno non solo le esigenze di approfondire la conoscenza storica del paesaggio, della città e dell’architettura ma anche il bisogno di disporre di sofisticate ricognizioni analitiche sull’esistente, oggi l’insostituibile paradigma di riferimento per ogni autentica riflessione disciplinare.
Gli architetti e gli urbanisti, specialmente quelli delle prossime generazioni, dovranno dunque confrontarsi con questo ampio arco problematico, e lo faranno in una dimensione inesistente fino a poco tempo fa, la dimensione della globalizzazione, che stabilisce un nuovo statuto dell’identità delle culture e dei luoghi. Un’identità che diventa mutevole, che nel confronto con altri contesti si contamina nel momento stesso in cui solo a contatto con ciò che è diverso da sé, può rigenerarsi. In questo quadro, che comprende in tutti i suoi limiti e in ogni sua potenzialità l’attuale cultura dell’immagine, anche l’idea di bellezza, l’obiettivo finale dell’architettura, è destinata a cambiare. All’inizio del terzo millennio fare l’architetto si presenta come un impegno innovativo e avventuroso, per molti versi esaltante, anche se richiede una grande pazienza. Un impegno che vedrà i segni del passato mescolarsi con quelli del futuro in una prospettiva planetaria. In modi ancora sconosciuti, ma capaci di dar vita a una nuova stagione della forma architettonica, tale proiezione mondiale determinerà un nuovo universalismo linguistico, nel quale le singole realtà progettuali porteranno i loro segni. Segni molto persistenti. Tra tutte le arti l’architettura è sempre stata la più duratura. Quando tutto scompare restano i suoi frammenti, a parlare di tempi perduti e di passioni che sono ancora vive nel ricordo. Russel Crowe, il gladiatore di Ridley Scott, è scomparso da duemila anni ma la luminosa ellisse terminale in travertino del Colosseo, che guardava socchiudendo gli occhi contro il sole, è ancora lì.

“Ascoltare” la forma, 1926

Filed under: Architettura, Arte, Formazione — π@3κ @ 1:37 pm

V sinfonia

Wassily Kandinsky
Mosca 1866, Neuilly-sur-Seine 1944

Punto
Il punto geometrico è un’entità invisibile. Deve quindi essere definito come un entità immateriale. Pensato materialmente, il punto equivale a uno zero. Ma in questo zero si nascondono diverse proprietà, che sono « umane ». Noi ci rappresentiamo questo zero — il punto geometrico – come associato con la massima concisione, cioè con un estremo riserbo, che però parla. In questo modo, nella nostra rappresentazione, il punto geometrico è il più alto e assolutamente l’unico legame fra silenzio e parola.
Linea
La linea geometrica è un’entità invisibile. È la traccia del punto in movimento, dunque un suo prodotto. Nasce dal movimento – e precisamente dalla distruzione del punto, della sua quiete estrema, in sé conchiusa. Qui si compie il salto dallo statico al dinamico. La linea è, quindi, la massima antitesi dell’elemento pittorico originario – il punto. La linea può essere precisamente definita come elemento secondario.
Superficie
Per « superficie di fondo » (SF) si intende la superficie materiale destinata ad accogliere il contenuto dell’opera. La SF schematica è delimitata da 2 linee orizzontali e da 2 verticali, che la definiscono come entità autonoma nel suo àmbito. Una volta data la caratterizzazione delle orizzontali e delle verticali, il suono fondamentale della SF deve apparire chiaro da solo: due elementi della quiete fredda e due elementi della quiete calda sono due suoni doppi della quiete, che determinano il suono tranquillo = oggettivo della SF. Il prevalere dell’una o dell’altra coppia, cioè il prevalere della larghezza o dell’altezza, determina, di volta in volta, il prevalere del freddo o del caldo nel suono oggettivo. Così i singoli elementi vengono immessi fin da principio in un’atmosfera più fredda o più calda; e questa condizione non può più essere eliminata completamente in seguito, neppure da un grandissimo numero di elementi opposti – questo è un dato di fatto che non si deve mai dimenticare. Naturalmente esso ci mette a disposizione molte possibilità di composizione. Per esempio, un cumulo di tensioni attive che aspirano verso l’alto su una SF piuttosto fredda (formato largo) « drammatizzerà » sempre queste tensioni in qualche misura, perché in questo caso l’impedimento ha una forza particolare. Questi impedimenti, se spinti oltre il limite, possono perfino condurre a sensazioni penose, anzi insopportabili. La forma più oggettiva della SF schematica è il quadrato — le due coppie di linee delimitanti hanno una uguale forza sonora. Freddo e caldo si compensano reciprocamente. La combinazione della SF più oggettiva con un unico elemento che porti anch’esso in sé il grado più alto di oggettività, ha per risultato una freddezza che somiglia alla morte – essa può valere come simbolo della morte.
da Punkt und Linie zu Flache (1926)

Composizione 8Composition VIII
1923 (140 Kb); Oil on canvas, 140 x 201 cm (55 1/8 x 79 1/8 in); Solomon R. Guggenheim Museum, New York

luglio 18, 2006

Architettura e natura – 1570

Filed under: Architettura, Palladio, Pillole — π@3κ @ 3:09 pm

Andrea Palladio (Padova 1508, Maser 1580)
I Quattro Libri dell’Architettura, in Venetia, Appresso Dominico de’ Franceschi. 1570 

Dico adunque, che essendo l’Architettura (come ancho sono tutte le altre arti) imitatrice della Natura; niuna cosa patisce, che aliena et lontana sia da quello, che essa Natura comporta.

I Quattro Libri dell'Architettura, I, XX De Gli Abusi, pag 51

luglio 16, 2006

Imhotep, il primo architetto 2695 a.C.

Filed under: Architettura, Egitto — π@3κ @ 4:37 pm

Ingresso al complesso funerario di Zoser

edifici funerari per il re Zoser, sovrano della III dinastia (circa 2695 a. C.). Si tratta della prima manifestazione su scala esplicitamente monumentale, un’opera interamente in pietra perfettamente squadrata. Nel vasto recinto di questo primo complesso possiamo rintracciare, in una espressione già straordinariamente evoluta, gli esordi di una nuova tradizione che intende dare all’architettura perfetti e duraturi valori geometrici.

luglio 11, 2006

Pauson House – 1939

Filed under: Architettura, Wright — π@3κ @ 1:01 pm

Frank Lloyd Wright (1867-1959)
i restiPhoenix, Arizona (5800, Grange Rd.). Distrutta da un incendio. Massicci bastioni in ” cemento del deserto “, sovrastruttura in legno, vetro e tela, come a Taliesin West. Nel suo risultato profondamente plastico, era un capolavoro di questo periodo, afferma Henry-Russell Hitchcock. Dopo l’incendio del 1942, resta soltanto un grande ammasso murario che spicca sul cielo con un profilo più bello di quello che la casa stessa presentava quand’era intatta, giudica Peter Blake. Le fonti d’ispirazione? Siamo in Arizona. Ritorno al primitivo, ma rigetto di ogni primitivismo ideologico di marca illuminista. La favola del buon selvaggio appare remota ed ostile. Così quella delle innumeri «comuni» puritane e fourieriane sempre riaffioranti nel costume americano. Niente Rousseau, niente Fourier. Semmai, si potrebbe parlare di Einstein e di Freud, tradotti in chiave ottimistica, di esplosiva esistenzialità.

Frank Lloyd Wright – Bruno Zevi – Zanichelli 1979

Vedi altre immagini

luglio 10, 2006

“Il brutto nasce dalla volontà di abbellire”

Filed under: Architettura, Pillole — π@3κ @ 4:56 pm

Eugene Delacroix (1798-1863)

luglio 7, 2006

Architettura partecipabile

Filed under: Architettura, Pillole, Urbanistica — π@3κ @ 2:54 pm

Giancarlo de Carlo 

…”Per uscire dalla sterile situazione di isolamento in cui si trova l’architettura, è importante che la gente partecipi ai processi di trasformazione delle città e dei territori ma è anche importante che la cultura architettonica si interroghi su come rendere l’architettura intrinsecamente partecipabile o, in altre parole, come cambiare le concezioni, i metodi e gli strumenti dell’architettura perché diventi limpida, comprensibile, assimilabile: e cioè flessibile, adattabile, significante in ogni sfaccettatura.”

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