Patrick Marini

marzo 27, 2007

“Modernetto”, nuova minaccia urbana

Filed under: Architettura — π@3κ @ 1:35 pm

La Repubblica, Affari & Finanza p. 48, 26 marzo 2007
di Stefano Fera

Milano

Più che le mostre d’urbanistica e d’architettura — che per definizione sono esercizi teorico/propagandistici volti a presentare la realtà come i curatori vorrebbero che fosse, piuttosto che come davvero è — per capire quale direzione stiano prendendo le nostre città è soprattutto utile osservare le fiere internazionali per operatori immobiliari. Ce ne sono diverse, ma fra tutte forse la più spettacolare è il Mipim di Cannes, da poco conclusosi. Per qualche giorno, in un clima da fiesta mobile, lo yuppismo internazional-immobiliare si ritrova sulla Croisette per sfidarsi a una formidabile partita di Monopoli globale. Partecipare all’evento è, per un architetto, un’esperienza nel contempo esaltante e frustrante, al massimo livello.
È un po’ come per un topo visitare una fiera del formaggio, però organizzata dai gatti. Il formaggio è, nella fattispecie, l’incredibile quantità e varietà di occasioni di architettura che vi s’incontrano. Per quanto possa sembrare ovvio, colpisce che gli stand più ricchi siano quelli degli ex paesi socialisti. Colpisce sia per il contrasto col loro recente passato, sia perché eravamo abituati a vederli rappresentati nelle nostre fiere da stand rabberciati, a base di matrjoske, foto di fabbriche modello e di mietitori felici. Qui invece appaiono sfavillanti e non solo per le sofisticate strutture espositive, ma per l’offerta di mastodontiche operazioni immobiliari: intere città, villaggi turistici, alberghi di lusso in riva a mari e laghi, centri direzionali e commerciali. Gli stand dei paesi occidentali, per quanto eleganti, risultano invece miserelli perché hanno ben poco da offrire: qualche ex terreno industriale su cui costruire un po’ di uffici, un outlet, un supermercato.
E così per attrarre i visitatori vi si offrono degustazioni di vini e formaggi, quelli veri però. Di fronte a tutto questo ben d’iddio, di fronte a queste montagne di formaggio, metaforico o reale che sia, l’architetto è disorientato. Ma dopo i primi attimi di smarrimento, capisce che tutte quelle mirabolanti opportunità progettuali, difficilmente, o comunque in minima parte, potranno tradursi in vera architettura. Del resto, tutte le varie offerte d’investimento immobiliare, sia che nascano dalle ceneri del socialismo reale dell’est, sia dalle macerie del welfare socialdemocratico dell’ovest, hanno un ben preciso comune denominatore, che è una stessa immagine preconfezionata.
Un’immagine che sa di ‘omogeneizzato, più che di buon formaggio, e che rimanda a una sorta di “Neo Intemational Style”, o meglio di “Global Style”, per dirla cogli Inglesi più trendy che qui, come in tutti gli ambienti globalisti, la fanno da padroni. In realtà, questa dominante immagine architettonica che sembra mettere d’accordo la mafia russa cogli sceicchi petroliferi, i “baba-cool” parigini cogli “highbrows” londinesi, non è altro che banalissimo”Modernetto”, ossia una versione edulcorata, evirata, plastificata, ma soprattutto de-ideologicizzata del Moderno. Si capisce allora che il Modernetto sta al Moderno come il Barocchetto sta al Barocco. Così come il Barocchetto stempera in rocaille, ossia in conchiglie e fogliami, le raffinate complessità geometriche del Barocco borrominiano e guariniano, così il Modernetto trasforma in esibizionismo tecno-manierista il rigore miesiano e il purismo lecorbusieriano.
Ma a differenza del Barocchetto, il Modernetto non si limita a questioni di facciata, bensì porta a un reale stravolgimento della forma urbana, soprattutto quando interviene in ambiti consolidati come quelli delle città italiane. Quali sono allora i principi compositivi del Modernetto?
Primo fra tutti è il rifiuto programmatico dello spazio urbano prospettico, ossia della strada e della piazza, cioè degli elementi fondativi della città europea. Tale principio è senza dubbio il più devastante per il fatto che il Modernetto, quando interviene in un contesto urbano tradizionale, invece che ricucire il tessuto esistente produce ulteriori lacerazioni, generando isole autoreferenziali, antitetiche al contesto.
Il secondo principio consiste nel equiparare l’architettura alla scultura, quasi a voler suggerire il fatto che l’edificio, al pari dell’oggetto scultoreo, non sia destinato a essere vissuto al suo interno, ma a essere principalmente osservato dall’esterno. E infatti tutte le opere del Modernetto aspirano a diventare landmark, elementi iconici del paesaggio urbano, oggetti fuori-scala tesi a dimostrare la propria artisticità per il fatto d’essere inconcepibili come edifici.
Il terzo principio, che è in parte anche corollario del precedente, è l’uso decorativo della tecnologia. Bandita ogni remora razionalista e funzionalista, il Modernetto attinge a tutti i cataloghi di materiali e di tecnologie costruttive disponibili, non allo scopo di trovare la soluzione più congrua, ma per stupire chi quei materiali e quelle tecnologie non conosce. Infine, principale portato del Modernetto è lo stilismo, inteso come esaltazione della griffe, della firma, in grado di garantire la riconoscibilità dell’autore al momento più in voga.
Ma questo è forse anche il suo tallone d’Achille, soprattutto in Italia. Qui, infatti, ci si rivolge all’architetto-stilista essenzialmente per riceverne pubblicità e per far approvare i progetti, almeno a livello urbanistico.
Ottenuto ciò, il progetto è manipolato, smembrato, ceduto ad altri. A quel punto, non è più questione ne di Moderno, ne di Modernetto, perché a soccombere è l’architettura tout court. E allora a leccarsi i baffi sono i gatti, che di topo e formaggio hanno fatto un sol boccone.

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