Patrick Marini

gennaio 20, 2007

5 chiavi per entrare nel futuro

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 9:58 am

A cura di Jared Diamond (Testo raccolto da Francesca Gentile)

1 Luoghi. Metropoli-mito

Sto riflettendo sul futuro delle città seduto nel mio ufficio di Los Angeles. Qualcuno potrebbe obiettare: è una cattiva idea formulare questi pensieri a LA, simbolo di tutto ciò che c’è di sbagliato nel presente e presumibilmente nel futuro prossimo, come il traffico e la scarsa qualità dell’aria. Ma in futuro saranno sempre più numerose le persone che vivranno nelle metropoli. Lo considero positivo, non solo per i vantaggi culturali, ma anche perché è un modo per limitare l’impronta dell’uomo sul suolo. Il futuro dell’agricoltura consisterà, per i nostri coltivatori, nell’aumentare la produzione di cibo accrescendo l’efficienza e riducendo le frazioni coltivate. Il resto dei terreni sarà restituito alla natura e al processo di conservazione dell’ambiente. Oggi solo il 2% degli americani si occupa di agricoltura: questa piccola percentuale produce cibo per tutta la nazione ed esporta in molti Paesi stranieri. Detto questo, gli Stati Uniti soffrono di parecchi problemi ecologici. Sovraffollamento, stress, immissione di gas di scarico nell’ambiente… Quelli di noi che vivono nelle grandi città hanno già notato un aumento dei rallentamenti negli spostamenti, dal momento che il numero degli abitanti e delle auto cresce più velocemente del numero delle strade percorribili. Ma non sono solo le città a patire questa situazione. Molte zone degli Usa si confrontano con gravi penurie d’acqua (specialmente il sud della California, l’Arizona e il Nordest); gli incendi che devastano le foreste dell’Ovest sono il risultato del disboscamento e di gestioni sbagliate. La perdita dei terreni coltivabili a causa della siccità e dei cambi climatici affliggono le grandi pianure del Nord. Noi stessi sperimentiamo sulla nostra pelle le conseguenze della cattiva qualità dell’aria e il sapore dell’acqua potabile. Stiamo perdendo risorse naturali preziose. Abbiamo già perduto gli alberi di castagno americani, le riserve di pesca del merluzzo ai Grand Banks e quelle di sardine a Monterrey: stiamo per perdere i pescespada, i tonni, le ostriche della baia di Chesapeake e gli alberi di olmo e i terreni fertili. La lista potrebbe continuare: tutti noi subiamo personalmente la dipendenza nazionale dall’energia importata. Ci condiziona non solo per i prezzi raggiunti dalla benzina, ma anche la contrazione dell’economia. Per non parlare dei problemi politici associati alla nostra dipendenza dal petrolio.

 

2. Politica. Mai più “imperi”

Il rispetto della natura è una chiave per il futuro? E soprattutto possiamo conciliare il rispetto della natura con i nostri stili di vita? Bè, non abbiamo scelta. Dobbiamo sostenere la natura, perché dipendiamo da lei. Per l’acqua, l’aria, il suolo, il cibo, il pesce, gli alberi e altri innumerevoli fattori. Distruggere la natura significa distruggere noi stessi, proprio come hanno fatto molte società del passato. Questa lezione non è stata compresa dal governo del mio Paese, che ha adottato la peggiore politica ambientale tra tutti i governi americani che ho visto nella mia vita. L’Europa però ha a sua volta la sua parte di cattiva politica. Un esempio per tutti: la decisione dell’Unione europea di dare contributi economici sostanziosi alla flotta dei pescherecci oceanici, che stanno intaccando le risorse di pesce, contribuendo all’esaurimento della riserva ittica, non solo nel Mediterraneo e nel Mare del Nord, ma anche presso le coste africane. Nel tempo questa politica danneggerà i cittadini europei (e gli africani) che tradizionalmente guardavano al pesce come una risorsa economica di proteine. Negli Usa siamo gravati dalle spese per la rimozione dei rifiuti tossici in molte zone del territorio. Stiamo anche affrontando operazioni costose di sradicamento di centinaia di specie – incluse le cozze zebrate, i moscerini da frutta mediterranei, i coleotteri asiatici, i giacinti acquatici, la centaurea maculata – che infestano l’agricoltura, le foreste, i corsi d’acqua e i pascoli. Questi problemi ambientali, insieme ad altri, sono enormemente costosi in termini di perdita e sostituzione delle risorse, pulizia e ripristino. Alcuni, riguardanti la qualità dell’aria e le sostanze tossiche, aggiungono spese sanitarie, in termini economici e di qualità dell’esistenza. Senza menzionare le spese e i problemi ambientali causati dalle operazioni militari oltreoceano. Di questo passo lo scenario meno tragico, in futuro, includerà un graduale declino. Proprio come successe all’Impero Romano e Britannico. Il declino economico è già in atto. Basta controllare i numeri del debito nazionale e il valore dei nostri investimenti pensionistici. Dove stiamo andando? I nostri figli potranno contare su questo stesso tenore di vita per lungo tempo? O saranno travolti dalla devastazione ecologica e dal crollo della nostra civiltà, come è successo con i greci, i maya, e altri popoli? Non so rispondere a queste domande. Però so che la risposta dipende dalle nostre scelte. Se prenderemo decisioni sagge in campo ecologico e sociale, allora potremo continuare a vivere bene, secondo lo stile occidentale, per un futuro indeterminato nel tempo.

 

3 Felicità. Nuovo prodotto interno lordo

Non siamo abituati a pensarla in questi termini. Ma uno dei fattori più importanti, nell’ambito di una società, sarà il grado di felicità degli esseri umani. Che non è necessariamente proporzionale alla ricchezza. La felicità sarà la vera conquista. Se confrontiamo le nazioni del mondo notiamo che le persone tendono a essere più felici nei Paesi più ricchi. Ma la correlazione è piuttosto imperfetta. L’Islanda e la Finlandia sono indubbiamente due Paesi ricchi che rappresentano un modello per il nostro discorso. Ma un altro buon esempio è il Paese himalayano del Buthan, che di certo non si può definire ricco, dove c’è un rè che raccomanda ai suoi cittadini di puntare ad aumentare il “prodotto interno lordo di felicità”, mettendo in secondo piano il livello di produzione economica nazionale. Il raggiungimento di una vita felice a volte non sembra a portata di mano. Quali potranno essere le conseguenze delle differenze tra le persone e i popoli? I genocidi e le guerre tra le nazioni e le popolazioni di razze e religioni diverse si moltiplicheranno? Sono domande lecite. Le differenze religiose ed etniche sono il motivo principale dello scatenamento della violenza. Basti pensare alle orribili azioni motivato dalle differenze etniche e religiose nella ex Jugoslavia e oggi in Iraq. Ma non è così scontato che le differenze religiose ed etniche siano il “blueprint”, la causa scatenante della violenza. Infatti, la nazione moderna che ha sterminato la fetta più grande della sua popolazione è la Cambogia, E il governo del Paese moderno che ha fallito completamente è quello somalo. In entrambi i casi, Cambogia e Somalia sono, sul piano etnico, religioso e linguistico, piuttosto omogenee. Al contrario, le differenze etniche e religiose convivono pacificamente in Svizzera e in numerosi Paesi africani come Zambia e Tanzania. Di certo, l’elemento scatenante la violenza in futuro è la differenza degli standard di vita tra il Primo Mondo e il Terzo Mondo. Seppure non sia ammirevole sul piano etico, ritengo invece vitale e indispensabile, sul piano politico, continuare a vivere e godere degli alti stili di vita del Primo Mondo. Oggi, comunque, “loro”, laggiù nel Terzo Mondo, hanno trovato delle vie inarrestabili per condividere la loro infelicità con “noi”, qui nel Primo Mondo. Loro possono inavvertitamente diventare terreni fertili per la nascita di nuove malattie, possono mandare ondate di emigranti, legali o illegali, nel Primo Mondo; e stanno diventando dei tramiti efficaci per l’invio dei terroristi. A lungo termine, è impensabile credere che gli Stati Uniti – o qualunque altro Paese ricco occidentale – possano continuare a essere prosperi e felici mentre, per esempio, il Messico è povero e disperato. O che l’Italia possa mantenere la sua prosperità mentre l’Albania è povera e disperata. Aiutare il Terzo Mondo ad avvicinarsi agli standard del Primo Mondo non rappresenta più solamente un nobile atto di carità; è diventato un gesto essenziale per la nostra stessa sopravvivenza.

 

4. Internet. Il rischio del potere condiviso

La tecnologia causa e risolve problemi. Nessuno fino ad ora ha trovato una soluzione che assicuri che nel futuro la tecnologia non creerà disagi. L’uso della tecnologia comporta un aumento di potere, e questa è la ragione dei problemi globali che stiamo vivendo oggi. L’aumento delle persone con un grande potere personale genera complicazioni, non necessariamente vantaggi. A quanti mi chiedono se oggi ci sia una maggiore fiducia nella prospettiva che la tecnologia ci salvi, anche se non sappiamo specificarne la modalità, io rispondo affermativamente. Sì, effettivamente c’è più fiducia. Molti dei miei amici, impegnati soprattutto nel settore tecnologico, credono fermamente che la tecnologia sia un mezzo per affrontare con efficacia i problemi dell’ambiente. Posso dare un esempio specifico. Quando il mio libro Armi, acciaio e malattie venne pubblicato fu recensito favorevolmente da Bill Gates, con il quale in seguito ebbi una conversazione pubblica di un paio d’ore. Gates è una persona estremamente riflessiva e interessata a parecchi argomenti che ha indagato per esteso e in profondità, sviluppando un punto di vista personale serio. Ricordo che il soggetto principale della conferenza fu l’ambiente, che io dissi ritenere la questione che più mi preoccupava per il futuro dei miei figli. Davanti ai miei affanni, Gates, che è a sua volta padre, si fermò a riflettere, e nel suo particolare modo sbrigativo e preciso disse: “Ho la sensazione che la tecnologia risolverà i nostri problemi ambientali, ma ciò che mi disturba veramente è la prospettiva del terrorismo biologico”. Una risposta pertinente, ma ripeto, molte persone nel settore tecnologico, restano convinte che la tecnologia sia pari a una bacchetta magica. Mi restano delle riserve: è stata la tecnologia a creare l’esplosione di difficoltà in cui il mondo contemporaneo si trova coinvolto, anche se fornisce il potenziale strategico per risolverle. Il punto è che la tecnologia, dopo avere causato i problemi, può si risolverli, ma deve tollerare, nel mezzo, un intervallo dominato dal caos. Fino all’ll settembre del 2001, per noi occidentali la globalizzazione equivaleva all’invio nel Terzo Mondo di strumenti e beni di consumo moderni: da Intemet alla Coca-Cola. Adesso siamo dolorosamente coscienti della natura imprevedibile del contatto globale: l’Aids, il terrorismo, l’immigrazione illegale incontrollata, l’epidemia di diabete. Quali saranno le reali conseguenze della globalizzazione, come possiamo ridurre al minimo il suo impatto negativo, continuando a beneficiare delle risorse e degli scambi tra culture? La globalizzazione implica che società lontane non possano disgregarsi senza far arrivare gli effetti del fallimento al resto del mondo (come nel caso delle Easter Islands e della popolazione degli Anasazi, parecchi secoli fa); noi siamo la prima società che si è sviluppata tramite la comprensione storica del nostro terreno comune. La seconda lezione che abbiamo appreso ripetute volte sulla questione ambientale è che è più economico, direi molto più economico ed efficace, prevenire i problemi dall’inizio piuttosto che cercare di risolverli successivamente anche se entra in campo una tecnologia raffinata. I miliardi di dollari necessari a bonificare il fiume Hudson e a ripulire il Montana sarebbero stati in parte risparmiati se ci si fosse comportati correttamente dall’inizio. Detto questo, non riesco a considerare la tecnologia come la nostra salvezza. Un po’ di saggezza “allargata” e condivisa può essere molto più efficace. E non presenta alcun rischio.

 

5. Profeti. Impareremo dai Greci e day Maya

Parecchie società del passato si sono autodistrutte per aver commesso degli errori fatali che noi oggi dobbiamo in tutti i modi evitare. Errori come eccedere nella pesca, trascurare l’erosione del suolo, provocare la deforestazione e gli scompensi idrici, e il fatto infine di ignorare i cambi climatici. Oggi ci confrontiamo anche con alcuni nuovi problemi, sconosciuti in passato, come quello dell’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e della diminuzione delle fonti d’energia. C’è una serie di fattori che rende gli individui più o meno capaci di riconoscere i problemi dell’ambiente. Un ostacolo alla comprensione è senz’altro l’interpretazione erronea delle esperienze precedenti. Potrei portare l’esempio degli abitanti della Groenlandia. Provenivano dalla Norvegia, dove la stagione della crescita della flora era relativamente lunga, e non si resero conto di quanto fragili fossero i terreni boscosi della loro nuova terra. Era difficile per loro determinare un trend, a causa delle fluttuazioni a cui erano sottoposti. All’epoca il clima variava in maniera discontinua, su e giù, di anno in anno, freddo, caldo, freddo. Sì, ora noi sappiamo che questo esprimeva una tendenza a lungo termine. Questo problema è molto simile alla difficoltà che incontriamo noi oggi nel riconoscere il “global warming”, il surriscaldamento del pianeta. È solo negli ultimi anni che gli scienziati hanno avuto gli strumenti per capire che era in corso un processo a lungo termine. E nonostante questo, mentre gli scienziati divulgano drammaticamente questa evidenza, i politici continuano a ignorare questo che non è già più un rischio ma un evento inevitabile, continuando in scelte sbagliate. Le persone spesso mi chiedono: qual è il problema più importante, quello a cui dobbiamo prestare più attenzione? La mia risposta è: cerchiamo di smettere di individuare il singolo e più importante problema. Esistono almeno una dozzina di grossi problemi (compresi quelli che ho citato all’inizio) che dobbiamo risolvere. Fallire nella risoluzione anche di uno solo di questi può portare a conseguenze disastrose. Se noi risolviamo il nodo del clima, della pesca e delle foreste, ma trascuriamo i nostri guai idrici, la sola scarsità d’acqua sarebbe sufficiente a rovinar-ci. Una buona analogia potrebbe essere la felicità nel matrimonio. Anche in questa circostanza le persone compiono l’errore di chiedersi: qual è la cosa più importante sulla quale concentrare le proprie attenzioni per poter godere di un matrimonio felice? Come per il futuro delle società, la risposta per un buon futuro nel matrimonio è semplice: la condivisione e il rispetto di più fattori. Per la riuscita di un matrimonio una coppia deve essere compatibile in almeno 38 differenti cose: bambini, soldi, religione, cibo, sesso, rapporti parentali, passioni culturali, curiosità e via dicendo. Se una coppia va d’accordo su tutto meno che sulla religione, la religione da sola non sarà un elemento sufficiente a distruggere un’unione che ha risolto problemi come il sesso, i soldi e il resto. La terra siamo noi. Come si fa a non capirlo? A proposito. Sarete curiosi di sapere qual è la mia idea di felicità: camminare in Nuova Guinea, in una foresta pluviale a 1500 metri d’altezza, dove il clima è fresco e le zanzare assenti, circondato da uno stormo composto da 43 specie diverse di uccelli.

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