Patrick Marini

dicembre 19, 2006

Uno sguardo sul nostro futuro

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 8:40 am

di Adalberto Minucci, direttore della nuova rivista di critica della comunicazione aideM ( http://www.aidem.it/ – n.1, dicembre 2006)

Negli ultimi mesi gli interrogativi sulle sorti del nostro pianeta si sono fatti più acuti e drammatici, e hanno cominciato a trovare risposte da far accapponare la pelle. La domanda “Dove va il mondo?”, che ancora recentemente serviva ad economisti e politici poco fantasiosi a tirare per le lunghe senza spendersi troppo, trova oggi riscontro in ponderose analisi e dati difficilmente oppugnabili. Ciò che più impressiona è il confluire, in un periodo storico relativamente breve, di una serie di fenomeni rovinosi, ciascuno dei quali in grado di mettere in discussione il futuro della terra, ma tali da apparire decisamente irreparabili se considerati tutti insieme.

All’ordine del giorno c’è in primo luogo il rapido aggravarsi del global warming, l’effetto serra. Un ponderoso studio (settecento pagine) commissionato dal governo britannico a Nicholas Stern, già dirigente della Banca mondiale, documenta che, per riparare i danni prodotti dal nuovo clima nel corso di questo secolo, sarà necessario spendere il 20% circa del prodotto lordo mondiale, pari all’inimmaginabile cifra di 5,5 trilioni di euro. Tra gli effetti che occorre mettere sul conto vi sono fenomeni estremi come gli uragani (si pensi alle tragedie che stanno provocando in grandi città e territori), le alluvioni, la siccità, il collasso di intere produzioni agricole, il rialzo del livello dei mari e il pericolo che esso rappresenta non solo per le economie, ma per la sopravvivenza stessa di intere specie viventi. Nello stesso tempo, l’inaridimento già in atto di vastissimi territori, la mancanza d’acqua anche per dissetarsi, costringerà circa 200 milioni di persone a migrare in altri paesi, determinando una pressione demografica assai più rapida e acuta di quella già in atto.

Per quanto sia da annoverare fra i paesi con il clima più temperato, anche l’Italia è sempre più soggetta ai fenomeni negativi del riscaldamento della Terra. Chi va in vacanza nelle zone alpine non può non rimanere colpito dal cambiamento dei ghiacciai da un anno all’altro: lo straordinario candore di vaste aree montane improvvisamente sostituito da macchie nere. La perdita di superficie dei ghiacciai è stata del 50% tra il 1850 e il 1980. Se non interverrà un radica-le cambiamento della tendenza, tra i cinquanta e i cento anni spariranno del tutto.

Per un futuro non lontano si prevede che circa 4500 km quadrati di litorali italiani saranno sommersi dalle acque marine, mentre l’aumento del caldo e delle piogge tropicali – soprattutto nelle regioni meridionali – ridurranno e modifi- cheranno le coltivazioni agricole. Ma già oggi assistiamo a un deterioramento del paesaggio, sconvolto dal moltiplicarsi degli incendi e dall’irresponsabile speculazione edilizia. Con conseguente indebolimento dell’economia turistica. Un rapporto non meno significativo e importante è stato recentemente reso pubblico dal Wwf, con il titolo Living Planet Report 2006. Qui la questione che viene posta è il consumo della Terra da parte dell’uomo. Il principio per cui ad ogni indebitamento deve corrispondere una restituzione viene da molto tempo radicalmente violato. Classico il caso della caccia alle balene da parte dei giapponesi, che mette ormai a rischio l’esistenza stessa dei grandi cetacei.

Ma tutte le risorse del pianeta, a cominciare da quelle più necessarie per la sopravvivenza dell’uomo, tendono a ridursi e a sparire con crescente rapidità. Si consuma più acqua, si distruggono più alberi, intere specie animali vengono aggredite dall’inquinamento dei mari, dei fiumi, delle terre stesse. Secondo il rapporto del Wwf, nel 2050 i prodotti del nostro pianeta basteranno soltanto alla metà dell’umanità; mentre è già scomparsa una parte cospicua dei quasi dieci milioni di specie animali che con noi abitano la Terra. Tanto che lo stesso Wwf formula la previsione che per sopravvivere avremo bisogno di dividerci su due pianeti. Molti biologi, peraltro, si spingono a prendere in considerazione l’ipotesi di una sesta estinzione di massa, che sarebbe poi la prima provocata dagli stessi esseri umani.

L’elenco dei guai che sovrastano il futuro non finisce qui. Ed è la loro contemporaneità a sollecitare la nostra massima attenzione. Già abbiamo fatto cenno alle migrazioni in atto. Esse ci richiamano ad una delle grandi astrazioni scientifiche formulate da Karl Marx: quella che attribuisce allo sviluppo del capitalismo la tendenza a produrre nuovi fenomeni di impoverimento e, in particolare, un crescente distacco fra ricchi e poveri. Legioni di economisti hanno speso le loro energie intellettuali a smontare l’intero impianto del pensiero economico di Karl Marx partendo dal “clamoroso fallimento” della teoria dell’impoverimento assoluto e relativo. È del tutto evidente – secondo costoro – che, identificandosi il capitalismo con il mercato, lo stesso mercato non può che procedere automaticamente ad un’equa redistribuzione delle ricchezze prodotte. Qui starebbe la base dello Stato sociale.

George Soros, difficilmente catalogabile fra i comunisti, nel suo La bolla della supremazia americana, ha scritto:

Lo Stato sociale così come lo conosciamo è diventato insostenibile e la redistribuzione internazionale delle risorse praticamente non esiste. Complessivamente, nel 2002, la cooperazione internazionale ammontava a 56,5 miliardi di dollari, il che costituisce soltanto lo 0,18% del Pil. Di conseguenza, il divario fra ricchi e poveri continua a crescere: l’1% dei più ricchi nell’ambito della popolazione mondiale riceve quanto il 57% dei più poveri; un miliardo e 200 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno; due miliardi e 800 milioni con meno di due; un miliardo non ha la possibilità di procurarsi acqua pulita; 827 milioni soffrono di malnutrizione. Tutto questo non è stato necessariamente causato dalla globalizzazione, ma la globalizzazione non ha fatto niente per porvi rimedio.

La teoria marxiana dell’impoverimento si conferma più valida che mai. Proprio negli ultimi decenni si è venuto stabilendo un rapporto stringente fra lo sviluppo del capitalismo moderno e l’impoverimento crescente di una parte notevole dell’umanità. Tanto che alcuni studiosi, che in passato avevano considerato la questione come un semplice abbaglio di Marx, cominciano oggi a fare autocritica.

Le crescenti migrazioni dai paesi e dai continenti della fame verso l’Occidente industriale provocano a loro volta tensioni assai acute e pericolose nelle zone d’arrivo, ne sconvolgono l’equilibrio economico e sociale, richiedono cambiamenti radicali dei modelli di sviluppo. Si pensi a ciò che di negativo rappresenta il sistema energetico dominante, incentrato sui combustibili fossili. L’influenza che esso esercita nel processo di cambiamento climatico è fuori discussione, e si basa soprattutto sul consumo di petrolio, di carbone e di metano. I profitti legati a questo sistema sono di tale dimensione che, uniti a quelli dell’industria degli armamenti, inducono le grandi potenze interessate a una sorta di guerra continua, e a correre il rischio di un conflitto atomico, pur di non cambiare questo modello suicida.

È del tutto evidente che i sistemi politici attuali non sono in grado di realizzare un cambiamento radicale, che pure sarebbe concettualmente realizzabile (nuove fonti di energia, nuovi sistemi di trasporto, ecc.). Siamo giunti a un punto in cui solo una presa di coscienza e una grande mobilitazione democratica della collettività internazionale possono far uscire il mondo dalla situazione critica attuale. Facciamo un esempio specifico: quanto può andare avanti il processo di cementificazione del nostro Paese, che ha ormai assunto, soprattutto in alcune regioni, un carattere rovinoso, nel complice immobilismo delle istituzioni? La reazione a questo fenomeno può essere lasciata a pochi intellettuali, mentre la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sembra non rendersene conto, o averne una conoscenza apparentemente limitata al proprio orticello?

Ecco dunque che, dai pericoli del global warming e delle minacce atomiche, al flagello della fame, alla salvezza dei tanti Monticchielli, la grande questione che viene posta è una presa di coscienza collettiva che può realizzarsi soltanto attraverso una vera e propria rivoluzione del sistema informativo e della comunicazione. Si deve partire dalla consapevolezza che l’informazione è minacciata ogni giorno dal controllo politico ed economico sui media, favorito anche da fusioni e complicità internazionali. In Italia, proprio in questo periodo, gli editori tentano di liquidare l’autonomia professionale e contrattuale dei giornalisti. In altri paesi (leggi Russia, ma non solo) c’è chi ricorre addirittura all’assassinio di giornalisti colpevoli di praticare la libertà d’espressione e di critica. Libertà e pluralismo dell’informazione debbono costituire l’obiettivo centrale di un grande movimento di opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Il nostro impegno è di fornire ai cittadini una chiave di lettura dei processi reali, per essere protagonisti critici della comunicazione e per contribuire al superamento della crisi di cultura che segna questo nostro tempo.

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