Patrick Marini

dicembre 4, 2006

là dove cemento e asfalto disgregano natura e cultura.

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 8:21 am

di Vittorio Emiliani – l’Unità, 29/11/2006

… Stavo seguendo in tv la cronaca di una tappa del Giro d’Italia ripresa dall’elicottero e mi sorpresi a osservare: «Ma guarda che paesaggio ordinato, ben tenuto, senza robaccia di mezzo. Non sembra nemmeno Italia». Difatti non la era: quel giorno il Giro era sconfinato in Austria. Provate a scendere in aereo su Venezia, vi colpirà come un pugno allo stomaco l’assenza di campagna fra Mestre, Treviso, Padova, con una commistione terribile fra quartieri e capannoni, villette e fabbriche. È quello che gli anglosassoni chiamano urban sprawl, il disordine urbano, e di cui stanno discutendo intensamente, loro, i tedeschi, i francesi. Noi quasi per niente. A parte il recente bel libro di Edoardo Salzano e altri intitolato NO Sprawl (Alinea).

Se provaste a sorvolare in aereo il distretto industriale della Ruhr, vedreste un paesaggio molto più ordinato, molto più razionale, con molto più verde di quello veneto. Del resto, gli investimenti nell’edilizia residenziale sono saliti in Italia da 58 miliardi di euro (1999) a oltre 71 miliardi (2005) con un incremento del 23 per cento. Per i permessi di costruzione risultano in testa il Veneto e l’Emilia-Romagna. Per l’intera Italia tali permessi riguardano quasi 881.000 stanze in un solo anno. Con una popolazione, di contro, n crescita lentissima (3 per cento in più nell’ultimo quindicennio) e soltanto per effetto dell’immigrazione. La quale però non trova case a costi sopportabili.

Da noi gli alloggi in affitto sono pochi (19 per cento del totale contro il 55 della Germania) e l’edilizia sociale è stata lasciata precipitare al 4 per cento contro il 20 per cento circa di Francia, Regno Unito e Svezia e il 35 dell’Olanda. Una vergogna. Dunque, quella in costruzione è tutta edilizia per il mercato. La sua corsa continua, inarrestabile: nel primo semestre del 2006, il comparto è arrivato all’indice 128,9 fatto 100 quello del 2000. Nella produzione di cemento siamo in vetta all’Europa assieme alla Spagna, ben davanti a Francia e Germania. E si vede: basta girare l’Italia o attingere alle cronache locali. Mille cantieri aperti a Vigevano dove si aspettano i milanesi in fuga dal caro-città. Poco meno a Vogherà per le stesse ragioni (o illusioni). A Bertinoro, piccolo Comune medioevale della Romagna, balcone sulla pianura, ben 700 cantieri aperti. In Toscana lotti dai 400 alloggi per volta in su (seconde case, per lo più) a Donoratico, a Bagnaia, a Fiesole, a Bagno a Ripoli, ecc. Con un dato nazionale nuovo: dalla costa la speculazione edilizia delle seconde e terze case è ormai risalita all’interno e si sta mangiando la collina.

Anche in Umbria e Toscana. A fronte di una popolazione, ripeto, quasi ferma. E con un patrimonio edilizio gigantesco: dai 36,3 milioni di stanze del 1951 siamo passati ad oltre 130 milioni (+ 247 per cento), più tutte quelle abusive da sanare, albi milioni. Ricordo l’assessore regionale umbro all’Urbanistica, il comunista Ezio Ottaviani, il quale, a metà anni 70, mi esponeva questa linea: «Noi qui cerchiamo di non dare licenze per nuove costruzioni fino a che non siano state restaurate le case e i casali antichi o vecchi che abbiamo sul territorio».

Sembrano passati anni-luce. Invece era una linea nazionale della sinistra da poco al governo delle Regioni. Le quali davano soldi per restauri e recuperi. Tutto dimenticato, tutto sepolto? A volte pare di sì. Eppure – sono dati di una indagine Censis-Ance – esistono in Italia 4.745.270 abitazioni (il 18 per cento del totale) che risalgono a prima del 1919. Di questo stock abitativo antico o vecchio, il 27 per cento risulta non utilizzato, vuoto, inoccupato. Certo, da restaurare, da dotare di servizi, e però spesso inserito in borghi, paesi e cittadine dove acqua, luce, gas, scuole, ecc. ci sono già. Nel quadro della stessa inchiesta gli aspiranti risanatori non mancano, tutt’altro. Solo che è più facile e più sbrigativo, in ogni senso, orientarsi sull’alloggio nuovo in una delle tante lottizzazioni proposte, magari in pieno Patrimonio Mondiale dell’Umanità come il sito di Monticchiello (cito la propaganda della immobiliare che vi sta costruendo e che si fa bella del diploma Unesco che quei lotti cementizi, decisamente brutti, non onorano di certo).

E qui sale il grido di protesta degli amministratori locali: «Ma voi volete trasformare il paesaggio in un museo, metterlo sotto vetro». Non è vero. Ciò che si vuole è intanto il restauro e il recupero del patrimonio antico, o vecchio, esistente e non occupato. Che non è affatto poco pure in Toscana (20 per cento), o in Umbria (26,7), ma che tocca punte incredibili nel Sud: 44 abitazioni storiche su 100 vuote in Abruzzo, 40 in Sicilia, 38 in Calabria. Regioni, queste due ultime, investite da un abusivismo spaventoso che difatti assedia quei bellissimi, desertificati centri storici e sconcia tutta la costa. Autentici monumenti alla sprovvedutezza, perché, come è già accaduto nel Centro Italia (ma pure nelle Langhe), gli stranieri colti e avveduti, o i residenti delle nostre grandi città, si sono accaparrati il meglio di quei borghi svuotati.

È successo e succede per esempio in Maremma. A Capalbio, dove le gru dei cantieri sono tante, ovunque, ed ora si sta pure sbancando, in basso, una collina per farvi installare una nuova cantina. O a Montemerano dove, anni fa, il Comune ha costruito dei casermoni fuori le mura, col risultato di svuotare quel centro storico collinare, per la gioia degli stranieri o dei romani.

Ciò significa che in Italia non si deve più costruire? Certamente no. Vuol dire però che, crescendo molto poco la popolazione e quel poco soltanto in forza dell’immigrazione, bisogna puntare assai di più di quanto non si faccia sul recupero (a partire dalle periferie e semideserte metropolitane) del già esistente, migliorandolo, riqualificandolo. Vuol dire che bisogna tornare a quote di edilizia sociale per i più poveri che siano vicine ai livelli europei del 20-25 per cento. Vuol dire che, nelle città universitarie, non si possono trasformare i quartieri storici in costosi «pollai» per studenti fuori sede (a 500 euro per letto), tutto in nero, distruggendo il tessuto sociale, e non perseguire mai una seria politica di collegi e di residenze universitarie, alla maniera di Pavia o di Pisa (casi isolati). Vuol dire che la nuova edilizia va, con queste e altre misure, dosata, raffreddandone l’elevata temperatura speculativa. Che penalizza poi soprattutto i giovani, single o in coppia.

Bisogna, insomma, tornare a pianificare, seriamente. Il grido di allarme che si è levato per Monticchiello facendone un caso nazionale voleva sollevare questi problemi: se persino nella tanto lodata Toscana sta succedendo di tutto, bisogna rivedere alcune politiche.
Per esempio quella della Regione Toscana la quale si ostina, con argomentazioni di sapore fra il democratistico e il populista, a sub-delegare i Comuni nella tutela del paesaggio (che è di tutta la Nazione, come dice la Costituzione). Possono opporsi validamente gli enti locali alla «febbre» cementizia in atto se da essa ricavano entrate preziose per chiudere i loro bilanci impoveriti dai tagli governativi? Non sarà un «ecomostro» la lottizzazione di Monticchiello e però è tanto brutta e «aliena» da far pensare che gli abitanti di Pienza e di Monticchiello abbiano perduto quel senso del paesaggio che Emilio Sereni, grande studioso di paesaggio agrario, comunista (qualcuno lo legge a sinistra? lo conosce ancora?), attribuiva a contadini e a mezzadri toscani. Si poteva, si doveva edificare (se non c’era dell’antico da recuperare) decisamente meglio, con una qualità architettonica più elevata. Certo, nel Sud va peggio. Ma va peggio pure sulla collina veneta, la collina di Parise, di Piovene, di Zanzotto, massacrata da Villettopoli e Fabbricopoli.

E così continuiamo a mangiarci – ecco l’altro problema di fondo – centinaia di migliaia di ettari di buona terra e di bei paesaggi mirabilmente intessuti dall’uomo nei secoli. Dal 1951 ad oggi ci siamo divorati oltre un terzo della superficie italiana libera da asfalto e cemento: più di 11 milioni di ettari. In Germania hanno varato un piano per il risparmio del suolo che entro il 2020 consentirà incisive economie. Nel Regno Unito il rapporto chiesto da Tony Blair ad un famoso architetto Richard Rogers concentra all’80 per cento le nuove costruzioni nell’ambito di quartieri già esistenti e di aree industriali dismesse. Da noi la Regione Toscana ha approvato una legge per il risparmio di suolo. Il programma dell’Unione prevedeva misure nazionali analoghe. Ma, intanto, una edilizia di pura speculazione galoppa per ogni dove, senza una strategia di governo del territorio e del paesaggio affidato, quest’ultimo, alle fragili mani di Comuni che tanto spesso sono stati inerti nei confronti del cemento (legale e abusivo) e alle indebolite strutture delle Soprintendenze ministeriali.

Non è un delitto storico buttar via così il Bel Paese? «Vieni nel paese dove fioriscono i limoni» (W.Goethe) sarà presto sostituito da «non venite nel paese dove fioriscono gli abusi e gli ecomostri»? Un bel guadagno. La grande agenzia Future Brand ci mette ancora al 1° posto per arte e storia, ma dopo il 10° per la natura e dopo il 15° per le spiagge. Vogliamo precipitare ancora? Siamo sulla buona strada.

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1 commento »

  1. Stiamo distruggendo il Belpaese. Fermiamoci
    di Diego Novelli – L’Unità del 4/12/2006

    I due ampi articoli di Vittorio Emiliani pubblicati sull’Unità del 26 e del 29 novembre, sul «Belpaese da salvare» hanno non solo riproposto con una certa drammatica attualità il problema (la documentata analisi con tanto di cifre e riferimenti specifici, forniti dall’Autore non concedono spazi al dubbio o alle ipocrisie) ma dovrebbero indurre politici, pubblici amministratori (locali e centrali), uomini di cultura (urbanisti, sociologi, economisti, geologi ecc.) e del mondo delle professioni (architetti, ingegneri, costruttori) ad una seria riflessione. Ciò che stiamo ogni giorno «mangiando» (per dirla con Emiliani) del Bel Paese non è più riproducibile ed è destinato ad incidere negativamente sul futuro delle prossime generazioni. All’inizio degli anni Sessanta nel pieno di una rovente polemica scoppiata a Torino sul nuovo piano regolatore e più specificatamente su tremila licenze edilizie rilasciate dall’amministrazione comunale centrista in contrasto con il Piano stesso, un autorevole esponente democristiano (l’avvocato Valdo Fusi) sensibile ai problemi urbanistici aveva ironicamente accusato un suo amico di partito (l’assessore Silvio Geuna) di «avere fatto più danni alla città di quanti non ne avesse fatti la Seconda guerra mondiale». Non si trattava di un paradosso, ma di una verità. La guerra, con i suoi terrificanti bombardamenti aerei (più di un terzo del patrimonio edilizio di Torino andò distrutto) non aveva compromesso definitivamente l’uso del territorio. Anzi, nella sua grottesca crudeltà aveva consentito nella fase della ricostruzione post-bellica, di rimodellare il tessuto urbano.

    Ciò che sta accadendo oggi in Italia a danno delle città e del paesaggio (processo di degrado avviato con virulenza a partire dagli anni Ottanta) è molto peggio di una terza guerra mondiale, poiché compromette definitivamente un patrimonio non riproducibile come il territorio. L’importante riflessione di Emiliani mi induce ad alcune considerazioni integrative che così riassumo.

    1) Regime dei suoli.
    Nel programma dell’Unione di Prodi si denuncia che il governo di centro-destra «ha favorito un’abnorme crescita delle rendite immobiliari», ma non si dice esplicitamente cosa si intende fare per colpire quella «rendita parassitaria» così definita da un pontefice ultra-conservatore come Eugenio Pacelli, che l’aveva condannata. Negli ultimi cinquant’anni (dopo la legge del 1942) l’unico che abbia avuto il coraggio di avanzare una proposta scritta di riforma urbanistica fu un ministro democristiano (poi finito malamente nei social-democratici), Fiorentino Sullo, nel 1964, quando reggeva il dicastero dei lavori pubblici. Si scatenò il finimondo contro quella proposta elaborata e sostenuta dall’Inu (Istituto Nazionale Urbanistica) nel suo congresso di Cagliari. Ricordo in particolare il contributo di Bruno Zevi, dei torinesi Gabriele Manfredi e Alberto Todros, di Michele Achilli, di Giovanni Astengo e di tanti altri illustri urbanisti.La reazione dei cosiddetti «poteri forti» fu così violenta che il segretario nazionale della Dc dell’epoca, Aldo Moro, si precipitò alla televisione per sconfessare il suo ministro e prendere le distanze da quel provvedimento che in altri paesi civili europei era norma da decenni.Pietro Nenni, nei suoi diari, quando parla di «rumor di sciabole», cioè del famigerato «piano solo» del Generale De Lorenzo, allude esplicitamente alla Legge Sullo, che avrebbe nientemeno che provocato un tentativo di colpo di stato, un golpe, pur di fermare una riforma che voleva colpire la speculazione sulle aree fabbricabili. Perché, ancora oggi, il centro-sinistra e gli intellettuali non legati alla peggiore cultura della rendita parassitaria (camuffata da libero mercato) hanno totalmente rimosso il problema di una nuova regolamentazione del regime dei suoli? L’incidenza del valore attribuito al terreno reso edificabile è esorbitante rispetto al costo dei fabbricati: il prezzo degli affitti, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, ha raggiunto livelli proibitivi. Nel contempo gli investimenti per l’edilizia «economica e popolare» da parte degli enti pubblici – come ci ricorda Emiliani – sono ridotti al lumicino. Domanda: c’è un programma di intervento del governo in questo settore? Il ministro Di Pietro che tanto si affanna per la Tav, strapazzando sindaci e popolazione della Valle di Susa (indipendentemente dalle questioni ambientali) ci vuole dire il costo aggiornato dell’alta velocità? Nel 1991 era stato previsto in 9203 milioni di euro. A distanza di quindici anni (secondo dati desunti da documenti della Tav spa, Rfi e Fs) è salito a 38500 milioni di euro, con un aumento del 418%. Non è casuale che sia stata presentata una proposta di legge per una commisione d’inchiesta parlamentare su tutta la vicenda a partire dalla lievitazione dei costi sino alle infiltrazioni camorristiche negli appalti relativi alla tratta Napoli-Roma.Come sarebbe bello vedere i nostri ministri, i presidenti di regione, i sindaci delle grandi città accalorarsi per avere più strumenti per la difesa del suolo e per un programma serio per il recupero del grande patrimonio immobiliare fatiscente, abbandonato. Purtroppo non è così. Si continua a «mangiare», ogni giorno, fette di territorio soprattutto lungo le coste del Belpaese, ma anche nelle grandi città dove un certo tipo di processi di deindustrializzazione ha liberato milioni e milioni di metri quadrati di aree. Per le coste cito quella più vicina al mio Piemonte e che meglio conosco. Consiglio un viaggio da ponente a levante della Liguria, da Ventimiglia a La Spezia. Un vero saccheggio. La Regione, il mio amico e antico compagno Claudio Burlando (già ottimo sindaco di Genova) non vede, non sente, non parla. Così dicasi per le aree industriali dismesse. A Torino hanno realizzato la cosiddetta Spina3 (ex ferriere Fiat e altre fabbriche) che di fatto è un nuovo ghetto, di lusso, ma sempre ghetto. La densità consentita è da capogiro. È stata teorizzata e santificata la rendita sui suoli quale incentivo per gli investimenti e quindi per lo sviluppo tutto all’insegna della falsa modernità nuovo simbolo della cialtroneria politica, culturale e sociale.

    2) Piani regolatori.
    A partire dagli anni Ottanta il revisionismo in campo urbanistico ha contrapposto alla politica dei «piani» quella dei «progetti». La tesi, in sintesi, è stata questa: i piani regolatori ingessano le città, bloccano l’attività edilizia perché i comuni non hanno i mezzi finanziari per procedere agli espropri. È stata così inventata la pratica del progetto, cioè la politica del carciofo, del singolo lotto, avviando quella che fu definita l’«urbanistica contrattata», tra pubblica amministrazione e privati interessati alla edificazione. Sono gli anni della «Milano da bere», con giunte di sinistra (Psi e Pci) che fanno da battipista: sciaguratamente quella politica della contrattazione caso per caso, fu l’anticamera di Tangentopoli.L’Istituto Nazionale d’Urbanistica, allora presieduto da una nobile figura come quella del senatore Camillo Ripamonti (democristiano) sostenne una dura battaglia contro questo orientamento a fianco dei migliori urbanisti militanti nel Pci e nel Psi. Ripamonti fu successivamente un ottimo presidente dell’Associazione dei Comuni (Anci), e anche da questo fronte fece sentire la sua voce. Ma l’onda liberista, riformista, modernista, ebbe il sopravvento. Oggi a Torino, ad esempio, gli attuali dirigenti dell’Inu se non sollevasse troppo scandalo sarebbero disposti a sopraelevare anche lo storico Palazzo Madama. Le voci della cultura urbanistica scientificamente valida si sono affievolite, direi si sentono mortificate e si contano in Italia sulla dita delle mani di un mutilato.

    3) Governo delle aree metropolitane.
    Ne ho sentito parlare per la prima volta nel 1956, al congresso dell’Inu, presieduto allora da Adriano Olivetti, con all’ordine del giorno: «i piani regolatori intercomunali». Dopo anni di discussioni e di battaglie si giunse a definire le aree metropolitane dando loro dignità istituzionale inserendole addirittura nella Costituzione (art. 114: la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato). Gli oppositori più accaniti a questa fondamentale riforma anche ai fini dell’uso del territorio sono stati soprattutto, purtroppo, i sindaci delle grandi città, compresi quelli di sinistra. Tanto per non far nomi nelle passate tornate amministrative si sono distinti in senso negativo il sindaco di Roma Rutelli e quello di Napoli Bassolino. L’idea di «spezzare» il comune capoluogo per dare vita alle municipalità è stato vissuto come un atto di lesa maestà: Dio me l’ha dato il potere, guai a chi me lo tocca. Ancora il mese scorso il sindaco di Torino con il suo noto real-understatement ha dichiarato pubblicamente: «una città come Torino potrebbe reggersi anche senza circoscrizioni (di municipalità manco se ne parla, ndr) per dirla in maniera tranchant». Un tempo il decentramento e la partecipazione per il controllo e la gestione del territorio facevano parte di «quel fervore culturale (…), di quella elaborazione generosa e avanzata» di cui parla Emiliani, patrimonio non solo della sinistra, ma della migliore cultura italiana.

    Il grido di allarme lanciato dalle colonne dell’Unità deve far pensare sul grado di «mutazione genetica avvenuta a sinistra». L’autore dei due articoli conclude la sua importante riflessione con questa domanda: «Vogliamo precipitare ancora? Siamo sulla buona strada». Per quanto mi riguarda confermo.

    Commento di Patrick Marini — dicembre 4, 2006 @ 2:28 pm


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