Patrick Marini

ottobre 12, 2006

Ritrovare l’architettura con un manifesto

Filed under: Architettura, Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 3:46 pm

Nel corso del congresso nazionale degli architetti di Torino del 2 ottobre 1999 prese forma il manifesto degli architetti italiani che diventò “Risoluzione” del consiglio dell’Unione Europea il 23 novembre 2000 a Bruxelles.

In quella occasione Michel Richard, direttore aggiunto della sezione Architettura e Patrimonio del ministero della Cultura e comunicazione francese, sostenne la necessità di «valorizzare l’esercito invisibile dei 300.000 architetti europei, un vero tesoro vivente per il Parlamento e per la Commissione europea». La parola d’ordine rilanciata a luglio a Parigi è stata «democrazia urbana». Nel suo intervento a chiusura dei lavori, il Ministro della cultura e della comunicazione della Repubblica francese, Catherine Tasca, ha affermato: «Si tratta di una lotta comune, da portare avanti nelle città europee, per una democrazia urbana … Le nostre società e i loro responsabili devono, per l’architettura, associare poteri decisionali, professionisti, utilizzatori e cittadini». (l’Architetto n.152 dicembre 2000/gennaio 2001 pag. 13)

Il Consiglio dell’unione europea, desideroso di migliorare la qualità dell’ambiente di vita quotidiano dei cittadini europei afferma che:
➔ l’architettura è un elemento fondamentale della storia, della cultura e del quadro di vita di ciascuno dei nostri paesi; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana dei cittadini e costituisce il patrimonio di domani;
➔ la qualità architettonica è parte integrante dell’ambiente tanto rurale quanto urbano;
➔ la dimensione culturale e la qualità della gestione concreta degli spazi devono essere prese in considerazione nelle politiche regionali e di coesione comunitarie;
➔ l’architettura è una prestazione intellettuale, culturale ed artistica, professionale. È quindi un servizio professionale al contempo culturale ed economico.

Esprime l’importanza che per esso rivestono:
➔ le caratteristiche comuni presenti nelle città europee, come l’alto valore della continuità storica, la qualità degli spazi pubblici, la convivenza di vari strati sociali e la ricchezza della diversità urbana;
➔ il fatto che un’architettura di qualità, migliorando il quadro di vita ed il rapporto dei cittadini con il loro ambiente, sia esso rurale o urbano, può contribuire efficacemente alla coesione sociale, nonché alla creazione di posti di lavoro, alla promozione del turismo culturale e allo sviluppo economico regionale.

Il Consiglio incoraggia gli Stati membri:
➔ ad intensificare gli sforzi per una migliore conoscenza e promozione dell’architettura e della progettazione urbanistica, nonché per una maggiore sensibilizzazione e formazione dei committenti e dei cittadini alla cultura architettonica, urbana e paesaggistica;
➔ a tener conto della specificità delle prestazioni nel campo dell’architettura nelle decisioni e azioni che lo richiedono;
➔ a promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica;
➔ a favorire lo scambio di informazioni e di esperienze in campo architettonico.

Il 15/2/2004 è stata persino approvata una legge: “legge quadro sulla qualità architettonica”.
Mi domando: sarà possibile “dare” la qualità con una legge? A due anni dalla sua approvazione il caso di Monticchiello mi fa pensare  di no!

In questi sette anni, il dibattito è rimasto sempre acceso (vedi la recente lettera di Raffaele Sirica dell’agosto 2006) e teso ad indirizzare a cittadini, Parlamento e Governo attraverso “manifesti” che indicano gli indirizzi fondamentali da assumere per perseguire la qualità dell’ambiente attraverso l’Architettura (vedi quello del marzo 2006 approvato dal primo Congresso Regionale della Federazione degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna).

Tutto ciò, seppur meritevole, dovrebbe essere acquisito da tempo. Infatti, già l’articolo 9 della Costituzione  sancisce: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura… tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”.

E allora, mi domando di nuovo, come mai servono così tante parole per far riconoscere il ruolo dell’architetto? perché, in media, solo il 4% delle concessioni edilizie è firmata da iscritti all’Ordine degli? (dato riportato da Massimo Gallione su l’Architetto n. 139 del 9/1999). Certamente da un numero non si può inferire nulla circa la qualità, ma è un numero così piccolo! Che, oltretutto, mal si concilia  con l’affermazione di Sirica: “gli architetti in Italia sono troppi” (Laura Cavestri su Il Sole 24ORE del 30/5/2006)

Le risposte che mi vengono in mente sono due:
– i valori attribuiti all’architettura sono soltanto invenzioni degli architetti per accaparrarsi più incarichi, più prestigio e più potere. Allora prendiamone atto e buttiamo via i nostri studi e le nostre esperienze, a questo punto, inutili.
– oppure le leggi dello stato sono inadeguate, nel senso che non vanno oltre ad un’affermazione di principio.

Da architetto, opto senza dubbio per la seconda ipotesi.
L’inadeguatezza delle leggi si trascina fin dal dopoguerra nella totale disattenzione del Parlamento.

Dal Documento programmatico 2000/2001 “Aggiornamento del Documento presentato al Congresso degli Architetti Italiani a Torino” redatto a Firenze nel Gennaio 2000 dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Firenze si legge nel capitolo “LA MANCANZA DI UNA LEGGE SULLE PROFESSIONI TECNICHE NEL DOPOGUERRA”:
“Nel vuoto politico si è subito inserito il diplomato Geometra che, oltrepassando di gran lunga i suoi limiti di Formazione, prende il sopravvento in forza del numero e della presenza capillare sul territorio diventando il vero artefice della ricostruzione del Paese sia come professionista che come funzionario delle Amministrazioni locali” nonché, aggiungo, l’inventore dell’ “italian style”.

Persino l’ex Ministro per i beni e le attività culturali, Giovanna Meandri, a tal proposito disse:  “Nel nostro paese il degrado urbano e le ferite inferte al paesaggio sono i segni di una storia di incuria e di sviluppo selvaggio che ha lasciato segni profondi.” (l’A 1.’01 – pag. 20)

Di fatto, in questi 60 anni, il Parlamento non si è preoccupato di studiare una Legge quadro sulle professioni tecniche, ma ha soltanto permesso l’ampliamento delle competenze dei Geometri dimostrando un’evidente pochezza culturale, resa più evidente dall’introduzione delle lauree brevi che hanno portato ancora più confusione nelle competenze professionali.

Eppure la storia d’Italia ha influenzato la cultura e lo sviluppo sociale in tutta Europa, in Italia si trova il 75% delle opere d’arte dell’intero pianeta e in Italia sono stati riconosciuti dall’UNESCO il maggior numero di beni dichiarati patrimonio dell’umanità!

Cosa fare dunque? Anche in questo caso, secondo me, sono due le risposte possibili:

– dire “anch’io ho lottato, ed ho creduto nell’architettura e nel suo valore… adesso però, spengiamo la luce, che è tardi…. tra qualche anno ne riparleremo” (KRAMER di Stefano Biserni)

–  oppure impegnarsi nella tutela del nostro ruolo sottoscrivendo, in accordo con gli altri Ordini della Regione, il Manifesto approvato il 24/3/06 dalla Federazione degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori dell’Emilia Romagna e chiedendo l’impegno delle istituzioni e degli enti locali ad assicurare il confronto con gli architetti sull’insieme delle problematiche inerenti l’esercizio della professione.

Credo sia giunto il momento di ridare all’architettura e a chi ne è l’artefice il suo ruolo.
Non possiamo lasciare che “per un terzo degli italiani la parola architettura evoca subito il patrimonio architettonico nazionale, nemmeno per un italiano su cento evoca l’architettura contemporanea e più di un terzo degli intervistati afferma che il mestiere dell’architetto è quello del restauro del patrimonio antico, e solo dodici persone su cento sono a conoscenza del fatto che l’architetto progetta gli edifici pubblici.” (P. Desideri su la Repubblica 1/7/2004).

Sempre che non ci si accontenti essere il “must” di una nota fabbrica di mobili brianzola così da anni si publicizza  “gli arredatori e gli architetti vi aspettano a pranzo e a cena nella grande festa al sabato pomeriggio”.
Allora, ci si vede sabato pomeriggio?

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