Patrick Marini

agosto 26, 2006

Il cemento assale la Val D’Orcia

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 10:37 am

di Alberto Asor Rosa su La Repubblica del 24 agosto 2006 pag 46

La domanda è: un ecomostro è meglio distruggerlo dopo che è stato realizzato o impedirne la realizzazione? La risposta non sembra dubbia (ma ogni giorno la drammatica alternativa si pone qua e là per l’Italia. Mi sono posto la domanda – e ho riflettuto sulla risposta — osservando nei giorni scorsi la nascita di un insediamento immobiliare a fini speculativi alle pendici del colle di Monticchiello.

Monticchiello? Si, avete capito bene: Monticchiello, il bellissimo borgo medievale alle porte di Pienza, sede del celebre Teatro povero, una delle porte d’ingresso più prestigiose della Val d’Orcia. «Alle pendici del colle» vuoi dire a non più di duecento metri in linea d’aria dalla storica cinta muraria dentro la quale Monticchiello da secoli vive.

Pare a me che la definizione «ecomostro» non sia esagerata a connotare i caratteri di tale insediamento periseguentimotivi;
A) Per le sue spropositate dimensioni: trattasi infatti di 95 (novantacinque!) unità immobiliari, distribuite a raggiera in ben 11 (undici) lotti. Poco più, o poco menoy della cubatura raggiunta dall’intero abitato del borgo di Monticchiello nel corso della sua secolare storia. Al paragone, l’ecomostro di Punta Perotti presentava, rispetto alla città di Bari, cui era limitrofo, proporzioni più ragionevoli;
B) Per il mutamento antropologico che ne deriverebbe all’intero territorio circostante. Se le 95 unità immobiliari fossero abitate ciascuna a regime da 3-4 persone, se ne ricaverebbe una cifra complessiva oscillante fra le 285 e le 380 unità: considerando che il borgo di Monticchiello ne conta attualmente non più di 150, sarebbe come se a qualcuno venisse in mente di costruire un insediamento turistico di 6 milioni di abitanti a ridosso della cinta delle Mura Aureliane a Roma. Se invece restasse sostanzialmente deserto, come potrebbe accadere in certi periodi dell’anno, sarebbe come avere un deserto di cemento alle porte dell’abitato;
C) Per il totale stravolgimento del profilo collinare che, dalla strada provinciale sottostante, sale appunto fino alla porta di Monticchiello: infatti, oltre a subire l’effetto devastante in sé di tutta quella massa edilizia, questa, per renderla più appetibile, viene astutamente innalzata su di un trincerone di dieci metri di terra di riporto, una piattaforma gigantesca che risulterà da questo momento in poi l’aspetto predominante del paesaggio;
D) Per la tipologia architettonica utilizzata, a fini, ovviamente, il più possibile speculativi. Novantàcinque unità immobiliari in undici lotti significano una media superiore alle otto unità per ciascun lotto. Nulla, dùnque, che abbia a che fare con la tipologia toscana dei «casali» (come invece recita la pubblicità) e neanche con quella di più modeste villette monofamiliari, bensì piuttosto con dei casermoni condominiali, più confacenti a qualche periferia metropolitana che alle dolci colline valdorciane.

A questi dati di fatto, aggiungerei qualche (singolare) elementod’informazione, perchè ci si renda meglio conto delle dimensioni e dello spirito del progetto.

Da alcuni mesi a questa parte, su alcuni importanti quotidiani romani (per quanto mi consta, ma ovviamente ce ne potrebbe essere anche altrove), compare una pubblicità dell’impresa a colori e a tutta pagina (di dimensioni, dunque, anch’esse spropositate), in cui, per magnifìcare l’affaire, si fa riferimento a caratteri cubitali al «Parco Culturale della Val d’Orda» e al «Patrimonio mondiale dell’Unesco» (tali, infatti, sono stati proclamati anni fa Pienza e la Val d’Orcia): cioè, si chiamano in causa, a fini promozionali, esattamente i due motivi per cui l’affair andrebbe proibito. Ora, lasciamo stare il Parco della Val d’Orda, cui non si può attribuire og-gi un valore più che di simulacro; ma la qualifica di «Patrimonio mondiale dell’Unesco» è una cosa seria, che qualche volta viene, ma talvolta anche se ne va, come dimostra l’esperienza, a seconda di come si comportano i soggetti che ne sono insigniti. E quindi bisognerebbe fare attenzione ad agitare impropriamente un titolo che proprio per quel motivo ti potrebbe esser tolto.

Pare a me che, aparte l’Unesco che, tirato in causa, non può fare a meno di dire la sua, il caso superi le dimensioni locali e investa responsabilità più generali. La Regione Toscana, ad esempio (del resto, dichiaratasi sempre contraria all’insediamento, ma forse ignara ora della piega ancor più brutta che le cose via via hanno preso). Ma anche, e forse soprattutto, il Ministero dei beni Culturali e quello dell’Ambiente, i cui attuali titolari, Francesco Rutelli e Alfonso Pecoraro Scaniò, sono notoriamente due tipi attenti e tosti e hanno a disposizione fior di strumenti per intervenire. Anche dalla reattività aquesto genere di problemi si misura il cambiamento.

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