Patrick Marini

agosto 8, 2006

Come affrontare l’indifferenza

Filed under: Mondo che cambia — π@3κ @ 1:16 pm

di Umberto Galimberti – La Repubblica 8 agosto 2006 (pag 37)

Oggi la tecnica sta mettendo a rischio l´intero ecosistema e subordina tutto il resto. Si affaccia la domanda circa la possibilità di una estinzione dell´umanità medesima. L´immoralità pubblica è uno scudo che nasconde anche quella privata. Persino la religione non ha più in vista il primato della persona

L´estate, tra le varie cose che offre: sole, mare, divertimento, rilassamento, escursioni, viaggi, può essere anche l´occasione per qualche riflessione sulla vita che conduciamo, sui comportamenti che pratichiamo, sulle idee che escogitiamo per giustificare le nostre condotte. E questo soprattutto in un´epoca in cui i principi non si rivelano poi così saldi, le regole si concedono alle deroghe e i problemi del presente (non più supportato come un tempo dalla tradizione del passato né da un progetto per il futuro dai lineamenti, mai come oggi, tanto indecifrabili) cercano soluzioni la cui impronta etica appare dubbia, incerta, al limite del lecito, quando non oltre.

Per limitarci agli ultimi due anni vengono in mente i fallimenti di Parmalat e Cirio, i bond argentini, i traffici della Banca d´Italia, lo scandalo del calcio, quello di casa Savoia, e oggi dei servizi segreti, la massiccia evasione fiscale, in un crescendo di immoralità pubblica nelle cui pieghe trova adeguato nascondiglio quella privata.

Questo stato di immoralità, che quando non è neppure avvertita come tale diventa amoralità, non lo imputerei a una maggior corruzione degli uomini di oggi rispetto a quelli di ieri, alla liberalizzazione dei costumi sessuali da molti ritenuta eccessiva, all´allentamento dei legami familiari, e neppure all´esasperato individualismo che sembra aver cancellato ogni vincolo di solidarietà, ma a una sorta di “spaesamento dell´etica” che ogni giorno deve confrontarsi con la sua impotenza prescrittiva.

Sembra infatti che nel nostro tempo il “dovere” non sia più nelle condizioni di prescrivere il “fare“, ma solo di inseguire gli effetti già prodotti dal “fare”. Dal “fare tecnico” che prescrive produttività ed efficienza senza saper indicare una direzione e tantomeno un orizzonte di senso, e dal “fare economico” che assume il denaro come unico generatore simbolico di tutti i valori a prescindere da qualsiasi finalità.

Dal disincanto del mondo, che libera ogni evento come assoluta e continua novità perché non c´è una trama di sensatezza che ne pregiudichi l´immotivato accadere, dall´instabilità di tutti i principi etici che prima lo definivano e lo governavano, nasce un paesaggio insolito, simile allo spaesamento, in cui si annuncia una libertà diversa: non più quella del sovrano che domina il suo regno, ma quella del viandante che al limite non domina neppure la sua via.

Il posto lasciato vuoto dall´etica viene subito occupato dalla religione. Non dalla religione che, sulla traccia del “Discorso della montagna” si prende cura degli afflitti, dei miti, di quelli che hanno fame e sete di giustizia, dei misericordiosi, dei pacificatori, dei perseguitati, ma la religione che si propone come “agenzia morale” che in modo “non negoziabile”, come a più riprese ci ricorda Papa Ratzinger, dà le sue prescrizioni in ordine alla morale sessuale, alla contraccezione, alla fecondazione assistita, all´impiego delle cellule staminali, all´aborto, al divorzio, ai patti civili di solidarietà, al testamento biologico, all´eutanasia, fino alla richiesta di finanziamento delle scuole private.

Proponendosi come agenzia morale, e parlando comunque in nome di Dio, l´etica promossa dalla religione non ha più in vista il “primato della persona” (come nell´indicazione di Gesù che aveva cura dei pubblicani e delle prostitute ancor più dei giusti, del figliol prodigo ancor più del figlio fedele), ma la “difesa dei principi”, dimenticando il monito di Kant che a più riprese ci ricorda che “i principi sono fatti per l´uomo, non l´uomo per i principi“.

L´etica promossa dalla religione non può diventare un´etica da tutti condivisa. E questo non tanto perché esistono anche i laici che seguono condotte morali a prescindere dall´esistenza di Dio, ma perché la cultura religiosa, come vuole l´insegnamento di Agostino, subordina la “città terrena” alla “città celeste”, per cui all´individuo va il compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena, allo Stato, a chi lo governa, il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono a questa realizzazione.

Nel pensiero cristiano morale individuale ed etica pubblica divaricano, perché la destinazione dell´individuo non ha più parentela con la destinazione della società. Questa è la ragione per cui Rousseau scrive: «Il cristiano è un cattivo cittadino. Se nella società fa il suo dovere, ciò è un dato di fatto ma non di principio, perché per il cristiano è essenziale il paradiso». Quando poi verrà meno la fede nel paradiso, non per questo si resuscita la morale civile mai coltivata.

Ma dove rintracciare la moralità collettiva? Dove rinvenirne il fondamento? Eugenio Scalfari nel suo libro che titola Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli) ipotizza, accanto all´istinto di conservazione che salvaguarda l´individuo dai suoi impulsi distruttivi, un “istinto di sopravvivenza” della specie che trova la sua espressione culturale nel “senso di coappartenenza“, senza di cui la specie si estinguerebbe. In questo senso di coappartenenza, che ogni individuo ospita nel suo inconscio, è la radice prima di ogni morale. Un´origine “biologica” dunque, non “culturale”, e come tale in grado di riaffermarsi e di risorgere al di là di tutti gli eventi tragici e distruttivi di cui è costellata la storia. Da questo punto di vista lo spaesamento dell´etica sarebbe solo “epocale” e non strutturale e definitivo, quasi fossimo giunti all´ultimo capitolo della storia.

Condivido e faccio mia questa tesi con la sola riserva che nel frattempo si è affacciato nella storia un ospite inquietante, la tecnoscienza il cui imperativo è: «Si deve fare tutto ciò che si può fare», che è l´esatto contrario degli imperativi che hanno regolato tutte le etiche che si sono affermate in Occidente, per le quali non era sufficiente e tantomeno necessario che un´azione, per il solo fatto di essere “possibile”, dovesse essere fatta.

L´imperativo tecnico subordina a sé e vanifica tutti gli altri imperativi, perché l´etica, se non vuole essere patetica, può chiedere alla tecnica che può non fare ciò che può solo se si subordina alla politica. La politica, a sua volta, non è più il luogo eminente della decisione perché, per decidere, guarda alle risorse economiche e ad esse si subordina. L´economia, a sua volta, decide a partire dalla disponibilità delle risorse tecnologiche. E a questo punto la tecnoscienza, in linea di principio (ma poi i principi diventano fatti) non ha davvero chi la contrasti o quanto meno la indirizzi.

Ma non è tutto. Lo spaesamento dell´etica non dipende solo dalla sua completa subordinazione agli scenari sopraelencati che la sovrastano, ma anche e soprattutto dal fatto che finora l´etica si è occupata di come gli uomini trattano gli uomini, quali rapporti devono intercorrere tra loro, come dovrebbe funzionare la società. Mentre oggi che la tecnica sta mettendo a rischio l´ecosistema, oggi che le bombe atomiche a disposizione delle nazioni possono distruggere diecimila volte la terra, oggi come scrive Günter Anders: «Al posto della domanda: come gli uomini possono coesistere, è subentrata la domanda: se l´umanità continuerà a esistere o meno». Una domanda assolutamente nuova e imprevista che le etiche, finora affermatesi in Occidente, non si sono mai poste.

Una domanda così imprevista, e che per giunta ci trova così impreparati, crea in ciascun individuo un senso di impotenza che porta o alla rassegnazione di fronte all´ineluttabile, o alla rimozione del problema attraverso i mezzi di intrattenimento e i consumi di massa (forse solidali e omologhi ai mezzi di distruzione di massa), con conseguente deresponsabilizzazione degli individui e della società che, in nessun modo, si sentono soggettivamente “colpevoli” di quanto sta accadendo.

In questo scenario che cosa resta da fare all´etica per trovare un punto di riferimento, una direzione, un orizzonte? Non tanto prescrivere, esortare, mettere in guardia, quanto incominciare a rimuovere questa indifferenza emotiva, in modo che non si atrofizzi il senso di responsabilità e non si rimuova quello che almeno le religioni non hanno mai cessato di ricordare: il senso della fine, che difficilmente sarà evitabile nell´indifferenza generalizzata e nell´interiorizzazione di quel sentimento nefasto che è l´ineluttabilità.

Gli articoli che seguiranno si propongono di rimuovere questa indifferenza emotiva che, anche se non è molto, è comunque ciò da cui bisogna partire per una ripresa della sensibilità etica dallo spaesamento in cui oggi versa

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