Patrick Marini

luglio 30, 2006

Urbanistica integrale: connessione, comunicazione e celebrazione

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 1:29 pm

Zygmunt Bauman (Poznan 1925) sociologo

 L’alternativa all’insicurezza non è il dono della quiete, ma la condanna alla noia. È possibile debellare la paura senza cadere nel tedio? Forse questa è la principale difficoltà in cui si dibattono urbanisti e architetti: un dilemma che non ha ancora trovato una soluzione convincente, soddisfacente e incontestata, una domanda cui è forse impossibile dare una risposta che soddisfi appieno, ma che (forse per la stessa ragione) continuerà a stimolare le sperimentazioni più accanite e le invenzioni più ardite da parte di architetti e urbanisti.[…]

Gli scenari carichi di rischio tendono ad attrarre e respingere allo stesso tempo, e il punto in cui una reazione si trasforma nel suo opposto è estremamente variabile   e mobile, virtualmente impossibile da individuare e tanto meno da fissare.[…]

È proprio nei luoghi pubblici che il futuro della vita urbana (e con esso, visto che la maggioranza crescente della popolazione umana abita in città, il futuro della coabitazione planetaria) si decide, esattamente ora.[…]

La tendenza ad allontanarsi dagli spazi pubblici per ritirarsi in isole di identicità [sameness] diventa, col passare del tempo, il principale ostacolo al convivere con le differenze, in quanto fa sì che le capacità di dialogo e di negoziato appassiscano e muoiano. É l’esposizione alla differenza a costituire, nel tempo, il principale fattore di una felice convivenza, in quanto fa sì che le radici urbane della paura appassiscano e muoiano.

Poiché le cose procedono ormai per forza propria, si avverte il crescente pericolo che la sfera pubblica si riduca (come si è espresso icasticamente Jonathan Manning, della South African Ikemeleng Architects) allo «spazio inutilizzabile fra sacche di spazio privato». 

questo spazio sterile, l’interazione umana è limitata al conflitto tra chi è in auto e chi va a piedi, tra chi ha e chi non ha (e chiede l’elemosina o vende oggetti ai semafori), agli incidenti d’auto, al pericolo d’investire chi attraversa imprudentemente la strada, ai furti con scasso, agli scippi. Le interfacce tra sfera pubblica e spazi privati […] sono costituite solo dalle vetrine dei negozi o dai complessi meccanismi difensivi per tenere a distanza il prossimo – portinerie, muri, filo spinato, recinzioni elettriche.

Manning conclude la sua analisi con un appello affinché «l’attenzione nella progettazione si sposti dagli spazi privati a una sfera pubblica più ampia che sia utilizzabile e al tempo stesso stimolante […]. Quest’ultima deve servire diversi usi alternativi e fungere da catalizzatore, anziché da ostacolo, dell’interazione umana». Nan Ellin chiude il suo studio affermando la necessità di un’«urbanistica integrale», di un ap proccio cioè che valorizzi «la connessione, la comunicazione e la celebrazione». E aggiunge: «Abbiamo il compito di costruire città in modo tale da sviluppare le comunità e l’ambiente che in ultima analisi sostiene tutti noi. Non è un compito facile. Ma è essenziale».

(Vita Liquida, Editori Laterza 2006, p. 80-82)

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