Patrick Marini

luglio 21, 2006

Un architetto e un premio nobel per costruire la città senza petrolio

Filed under: Urbanistica — π@3κ @ 3:42 pm

“Il Venerdì di Repubblica” n.957 del 21 Luglio 2006 (pag.37)
di Luca Fraioli

Energia ricavata dall’acqua, centrali solari, auto a idrogeno… Si sperimenteranno a Sesto, ex roccaforte operaia alle porte di Milano diventata un Comune laboratorio. «La fine del greggio impone nuove soluzioni» dice Carlo Rubbia. I progettisti l’hanno capito. I politici ancora no.

PARIGI. Carlo Rubbia sfoglia i suoi appunti, snocciola cifre e formule, parla di megawatt ed energia. Ma intorno a lui non ci sono fisici impegnati nella caccia all’ennesima particella fantasma. Il premio Nobel è circondato da architetti, progetti, modellini: il luogo dell’incontro è il Renzo Piano Building Workshop di Parigi. Perché è qui, nello studio francese di un grande architetto italiano, che si stanno gettando le fondamenta per la città del futuro. Una città che consumerà e inquinerà meno, che produrrà energia con l’acqua che scorre nelle sue viscere, che permetterà agli abitanti di muoversi senza avvelenare l’aria, usando tapis roulant, veicoli elettrici o alimentati a idrogeno. Una città il cui primo prototipo sorgerà in Italia. L’area un tempo occupata dalle acciaierie Falck, nel cuore di Sesto San Giovanni, a pochi chilometri dal centro di Milano, sarà infatti trasformata in un quartiere esemplare, sia dal punto di vista urbanistico che ambientale. Merito di un’inedita accoppiata: uno dei più apprezzati architetti del mondo e un premio Nobel per la fisica. «C’è chi gli scienziati li caccia, noi ce li prendiamo» ha commentato Renzo Piano, riferendosi alla defenestrazione di Rubbia dall’Ente per le nuove tecnologie, l’energia, l’ambiente (Enea), l’anno scorso. E lui ora si divide tra il Cern di Ginevra e il quartier generale di Piano, a due passi dal Beaubourg.

Professor Rubbia, che ci fa in uno studio di architettura?
«Renzo Piano è un amico e mi diverto a lavorare con lui. Ma la collaborazione nasce anche dal fatto che i tempi stanno cambiando: ormai chi si occupa di edilizia sa che l’aspetto energetico non è più trascurabile. Il petrolio potrebbe esaurirsi tra 40 anni, il gas naturale forse tra 45. Sono periodi molto brevi, se confrontati con la vita degli edifici.
Certo, negli Stati Uniti si costruiscono case di legno che si buttano giù dopo 40 anni per farne di nuove. Ma in Europa si costruisce per i secoli. E se negli anni Cinquanta si progettava con l’idea di avere a disposizione energia a basso costo, ora incombono due emergenze: l’esaurirsi dei combustibili fossili e i cambiamenti climatici. A un fisico si chiede di capire come queste emergenze possono influenzare la progettazione di un quartiere che nasce da zero».

E il fisico Rubbia che risposte da?
«Che si deve avere coraggio e proporre soluzioni che altrimenti non si userebbero».

Come quella di usare l’acqua di falda per produrre energia?
«Esatto. L’acqua di falda è alla temperatura di 15 gradi centigradi tutto l’anno, mentre l’aria esterna è a 30 gradi d’estate e a zero d’inverno. Questa differenza di temperatura può essere sfruttata per raffreddare gli edifici d’estate e riscaldarli d’inverno. A Sesto San Giovanni sarà fatto: con questo si-stema si potrebbe arrivare a coprire il venti per cento del fabbisogno energetico del nuovo quartiere».

Altre soluzioni innovative?
«Un ruolo importante lo avranno degli speciali frigoriferi».

Frigoriferi?
«Beh, veramente si chiamano impianti di trigenerazione, ma il principio di funzionamento è lo stesso. Nei frigoriferi un motore alimentato con l’elettricità produce il freddo (all’interno) e il caldo (all’esterno). Nelle centrali di trigenerazione il calore (prodotto bruciando metano) aziona una turbina che produce elettricità. La novità è che il calore, anziché essere disperso, come accade in tutte le centrali, viene riciclato per produrre acqua calda o riscaldare le abitazioni. O ancora, sfruttando appunto un meccanismo analogo a quello dei frigoriferi, per raffreddare le abitazioni d’estate. Combinando questo sistema con quello dell’acqua di falda pensiamo di poter ridurre di un terzo la quantità di energia da immettere nel nuovo quartiere».

E i costì iniziali?
«Ci sono, certo. Ma le centrali si ripagheranno in tre anni di attività. E da quel momento ci sarà un risparmio del sessanta per cento sulla bolletta».

Poi ci sono i trasporti…
«Chi vorrà spostarsi all’interno del quartiere potrà farlo con auto o piccoli autobus non inquinanti. Per il trasporto esistono solo due energie pulite: l’elettricità e l’idrogeno. Le auto elettriche, quelle con batterie che si ricaricano, vanno benissimo per un’area come questa, che ha una superficie di un chilometro quadrato. Almeno nell’im-mediato».

E in futuro?
«C’è l’idrogeno, che è un’ottima alternativa al gas naturale. Tutto quello che oggi si fa con il metano domani si potrà fare con l’idrogeno. Già adesso, le normali auto a gas funzionano anche se si fa il pieno di idrogeno. Il problema, però, è che se non sono davvero progettate per l’idrogeno sfruttano solo un terzo delle sue potenzialità energetiche».

Anche quando la tecnologia dei motori a idrogeno sarà messa a punto, rimarrà un problema; da dove si prende l’energia necessaria a produrre grandi quantità di questo combustibile del futuro?
«Ci sono due possibilità. La prima è il nucleare, ma non quello attuale, basato sull’uranio 235, che ha una serie di problemi. L’uranio, per esempio, non è molto più abbondante del petrolio. Le scorte conosciute potrebbero bastare solo per i prossimi 45 anni. Lo dimostra anche il fatto che il costo dell’uranio negli ultimi 7/8 anni è aumentato di quattro volte, proprio come quello della benzina».

E allora?
«C’è un nucleare innovativo, basato sulla fissione di un altro elemento chimico: il torio. Questo processo ha tre vantaggi. Il torio è più abbondante dell’uranio. Produce tra 1000 e diecimila volte meno scorie nucleari a vita lunga, quelle che sopravvivono per milioni di anni e non si sa dove mettere. Elimina i problemi della sicurezza, perché con il torio non si possono costruire bombe atomiche».

E perché non si procede?
«Dal punto di vista tecnico è perfettamente fattibile. Ma il mondo nucleare è estremamente conservatore…».

Ha parlato di due possibilità. La seconda?
«L’energia solare. Ma, anche in questo caso, non il solare di oggi, troppo costoso e poco efficiente. Ci vuole una tecnologia capace di sfruttare meglio l’enorme quantità di energia che riceviamo dal Sole: in un anno è come se su ogni metro quadrato di superficie terrestre si depositasse uno strato di due centimetri di petrolio».

Lei ha indicato come possibile soluzione il solare a concentrazione: non i tradizionali pannelli di silicio ma grandi specchi che raccolgono il calore del Sole. A che punto è questa tecnologia?
«In Spagna e negli Usa stanno già costruendo le prime centrali. Sono convinto che sia la direzione giusta per riuscire a produrre elettricità e idrogeno in modo pulito».

Continua a occuparsene anche dopo aver lasciato la guida dell’Enea?
«La crisi energetica impone che si sviluppino tecnologie innovative. L’ho fatto con passione quando ero all’Enea. Ora lo faccio nelle condizioni che mi sono offerte e cioè da consulente del principale ente di ricerca spagnolo».

E in Italia cosa sta succedendo?
«Da osservatore esterno, la situazione ;mi preoccupa: queste tecnologie offrono posti di lavoro, guadagni, sviluppi. Speravo che l’Italia, essendo stata tra i pionieri (abbiamo cominciato a lavorare al solare a concentrazione nel 2000) sapesse approfittarne. Ora invece questa tecnologia interessa a cinesi, giapponesi, americani, ma in Italia non si muove nulla. È una grande responsabilità per chi governa il paese».

Quali sono le colpe della politica?
«Non aver varato un decreto che dica: “L’energia solare a concentrazione è verde”. Questo avrebbe incentivato i produttori. Al contrario, in Spagna nel 2004 è stato approvato un decreto regio. Risultato: quattro miliardi di euro di investimenti e progetti per 1300 megawatt di potenza. Solo in Andalusia sono previsti dieci campi per il solare a concentrazione. Quando in Italia si sveglieranno dovranno comprare la tecnologia spagnola».

Cosa dovrebbe fare il nostro paese?
«Non ho più consigli da dare. L’ho fatto per cinque anni quando ero al vertice dell’Enea… finché non sono stato costretto a lasciare. Ma il problema non è personale: in Italia c’è tutta una classe di scienziati che il paese non riesce a utilizzare. E non vedo un cambiamento imminente».

Tuttavia nel progetto del nuovo quartiere firmato da Renzo Piano sono previsti tre centri di ricerca. Qual è il messaggio che volete lanciare?
«Che c’è una grande tradizione di innovazione da preservare. Una volta lì c’era la Falck. Ora l’industria pesante non serve più, ma servono le idee. E la nostra città delle idee si materializzerà con tre centri pilota dedicati alla botanica, alla medicina e al futuro energetico».

Quando urbanistica ed ecologia sono anche sinonimo di business
Da luogo di fabbriche a città delle idee. La trasformazione di Sesto San Giovanni, 75 mila abitanti distribuiti su un’area ormai tutt’uno con la vicinissima Milano, cerca di conciliare sviluppo urbanistico, rispetto dell’ambiente e business.
L’area delle ex acciaierie Falck, dove sorgerà il nuovo quartiere a cui stanno lavorando Renzo Piano e Carlo Rubbia, è di proprietà della società Risanamento di Luigi Zunino, che vuole farne, i con un investimento di quattro miliardi di euro, I una zona «integrata»: uffici, abitazioni, negozi e un parco da un milione di metri quadri. Prima però, la zona andrà bonificata e non solo in superficie. «Due anni fa» racconta il sindaco – di Sesto Giorgio OIdrini «il ministero dell’Ambiente ha stabilito che nelle aree industriali dismesse si debba bonificare anche la falda acquifera». E così i tecnici del comune hanno proposto di realizzare tre barriere di pozzi per fermare e portare in superficie il fiume sotterraneo da 600 litri al secondo che passa sotto Sesto San Giovanni. «Rimaneva un problema: che facciamo con tutta quest’acqua di falda una volta che l’abbiamo depurata?» continua OIdrini. «Tra le ipotesi c’era quella di usarla per produrre energia. Quando Renzo Piano e Carlo Rubbia ci hanno detto che volevano sfruttare la differenza di temperatura tra acqua di falda e ambiente esterno per climatizzare i nuovi edifici non abbiamo avuto più dubbi». I lavori dovrebbero iniziare nel settembre 2007.

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