Patrick Marini

luglio 20, 2006

Il gladiatore e l’architetto – 2006

Filed under: Architettura, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 6:48 pm

di Franco Purini (Il Manifesto, Materia prima)

Costruendo, l’architetto modella gli spazi che accolgono la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Orchestra una musica silenziosa fatta di luce e di materia che si può apprezzare solo muovendosi nello spazio, nella storia e nell’ambiente

L’architettura è l’arte che crea il paesaggio, nel paesaggio le città, nelle città gli edifici pubblici e privati e in essi gli oggetti per il lavoro e la vita quotidiana. A partire dalla scena naturale strade, autostrade, ponti, argini, canali, laghi artificiali, sistemazioni del terreno, filari di alberi, case e ogni manufatto volto a rendere abitabile il mondo fisico costituiscono ciò che nel corso dei millenni diventa il paesaggio; qualcosa che non sembra neanche più il prodotto di un’azione umana ma un aspetto della stessa natura. Il paesaggio è una vera e propria scrittura terrestre. Una scrittura stratificata, un palinsesto di segni sovrapposti, alcuni quasi cancellati, altri rafforzati, a volte raccolti in insiemi sereni e razionali, come in Toscana, a volte composti in intrecci più variati come in Sicilia. Sorvolando un territorio non si può non provare una profonda emozione estetica nell’osservare la meravigliosa relazione che si è creata nel tempo tra la forma originaria del suolo e le sue incessanti modificazioni. Il risultato è un bassorilievo intarsiato, dai colori sapientemente armonizzati, bello della superiore bellezza di ciò che è vero e necessario nasce solo da esigenze umane risolte con immediatezza e sincerità. Come si è già detto nel paesaggio ci sono le città, molte delle quali nate da così tanto tempo da apparire anch’esse eventi naturali. Le città sono strutturate da un tracciato – la loro parte più resistente, anch’esso una scrittura – che governa la circolazione, regola i rapporti tra pieni e vuoti, stabilisce la posizione delle abitazioni, degli edifici pubblici, delle industrie e del verde. Nelle città ci sono gli edifici e disegnarli è uno dei compiti più noti e immediati tra quelli che svolge l’architetto: dando forma a una costruzione egli modella spazi, cavità compenetrate e dinamiche che accolgono la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Costruendo un edificio l’architetto orchestra una musica silenziosa fatta di luce, di rapporti proporzionali di materia, una musica che si può apprezzare solo muovendosi nello spazio, imparando a sentirne la fluidità come metafora della continuità dell’esistenza nel tempo. Ed è proprio la rappresentazione del tempo l’essenza dell’arte architettonica.
Tuttavia l’architettura non è solo un’arte, è anche una scienza, anzi è un’arte che solo inverandosi nella scienza trova la sua realtà. Il progettista deve apprendere la matematica, la meccanica, la fisica, la geografia, la geometria, l’ottica, la statica, la scienza delle costruzioni. Deve saper dare un significato estetico alla legge di gravità, dal momento che in architettura il peso non è solo un dato fondamentale del problema costruttivo ma è uno dei più elevati luoghi concettuali relativi alla composizione. Deve essere in grado di stabilire la migliore posizione per l’edificio e quindi il soleggiamento, l’areazione, il regime dei venti e delle acque non devono avere per lui alcun segreto. Deve conoscere i materiali che adopera nei loro valori fisici, come la consistenza, la durezza, e la composizione interna nei loro aspetti visivo/tattili. Deve sapere come si comportano nel tempo, come, perché e quando si degradano sotto l’effetto degli agenti atmosferici e dell’uso. Costruire è dar vita a un ordine complesso, – che riproduce in piccolo l’ordine cosmico – fatto di forze in equilibrio instabile, di elementi chiamati a collaborare a lungo. Ma tale conoscenza scientifica, che comprende anche nozioni di economia e sociologia non sarebbe di utilità all’architetto se egli non imparasse a osservare il mondo che lo circonda, sia quello naturale sia quello artificiale. Studiando la struttura di una foglia o di un cristallo; ammirando al microscopio la magica figura di un fiocco di neve o seguendo le circonvoluzioni di una conchiglia cercherà di comprendere l’armonia segreta dell’universo, quelle regole che sostengono l’infinitamente piccolo come l’immensamente grande, infondendo a ogni cosa una forma che è sempre uguale e sempre diversa. La stessa forma che l’architetto vorrà dare ai frutti della sua ricerca creativa.
Oggi questo lavoro di conoscenza, che dalla comprensione delle strutture disseminate delle galassie arriva fino all’indagine sui più minuti manufatti umani, è enormemente facilitato dal computer, che consente di accedere a un numero incalcolabile di informazioni, suggestioni figurative, analogie strutturali. La tecnologia digitale è anche il nuovo mezzo per disegnare architetture, con la sua incredibile attitudine a simulare gli effetti di una previsione progettuale attraverso la realtà virtuale, può aiutare in modo considerevole l’architetto a dare una concretezza costruttiva alle sue più ardite fantasie. Ricordando che l’architettura è un’arte occorre comunque tener presente che progettare nel paesaggio e nella città non si risolve solo nelle pratiche del misurare, del predisporre e dell’ordinare: occorre che il comporre e il costruire siano sorretti da un forte spirito inventivo capace di trascendere la sfera tecnica per pervenire a quella estetica. Cosa che riesce più facilmente se l’architetto saprà pensare temi antidogmatici, aperti, mutevoli, innervando le sue proposte di fermenti utopici.
Negli ultimi anni gli ambiti interessati dal lavoro dell’architetto si sono notevolmente ampliati. Non è chiaro ancora se ciò sia un fatto del tutto positivo, ma la tendenza della progettazione a conquistare nuovi spazi operativi sembra inarrestabile. Sono numerosi oggi i problemi sollevati da una coscienza ecologica che chiede all’architettura di farsi scienza ambientale, in vista della protezione di un pianeta assediato dai suoi abitanti, che stanno dilapidando risorse non certo inesauribili; c’è poi la questione del recupero delle periferie lasciate dall’industrialesimo in eredità all’età degli immateriali; esiste inoltre un vastissimo patrimonio storico per decenni trascurato, se non saccheggiato, che va restaurato e conservato; c’è infine il paesaggio, anch’esso per tanti anni considerato come qualcosa di talmente vasto e resistente da poter sopportare qualsiasi operazione, e invece limitato nella sua estensione reale e di un’estrema fragilità. Stando così le cose le occasioni di realizzare edifici nuovi sono destinate probabilmente a diminuire, mentre cresceranno non solo le esigenze di approfondire la conoscenza storica del paesaggio, della città e dell’architettura ma anche il bisogno di disporre di sofisticate ricognizioni analitiche sull’esistente, oggi l’insostituibile paradigma di riferimento per ogni autentica riflessione disciplinare.
Gli architetti e gli urbanisti, specialmente quelli delle prossime generazioni, dovranno dunque confrontarsi con questo ampio arco problematico, e lo faranno in una dimensione inesistente fino a poco tempo fa, la dimensione della globalizzazione, che stabilisce un nuovo statuto dell’identità delle culture e dei luoghi. Un’identità che diventa mutevole, che nel confronto con altri contesti si contamina nel momento stesso in cui solo a contatto con ciò che è diverso da sé, può rigenerarsi. In questo quadro, che comprende in tutti i suoi limiti e in ogni sua potenzialità l’attuale cultura dell’immagine, anche l’idea di bellezza, l’obiettivo finale dell’architettura, è destinata a cambiare. All’inizio del terzo millennio fare l’architetto si presenta come un impegno innovativo e avventuroso, per molti versi esaltante, anche se richiede una grande pazienza. Un impegno che vedrà i segni del passato mescolarsi con quelli del futuro in una prospettiva planetaria. In modi ancora sconosciuti, ma capaci di dar vita a una nuova stagione della forma architettonica, tale proiezione mondiale determinerà un nuovo universalismo linguistico, nel quale le singole realtà progettuali porteranno i loro segni. Segni molto persistenti. Tra tutte le arti l’architettura è sempre stata la più duratura. Quando tutto scompare restano i suoi frammenti, a parlare di tempi perduti e di passioni che sono ancora vive nel ricordo. Russel Crowe, il gladiatore di Ridley Scott, è scomparso da duemila anni ma la luminosa ellisse terminale in travertino del Colosseo, che guardava socchiudendo gli occhi contro il sole, è ancora lì.

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