Patrick Marini

luglio 16, 2006

Governare il Paesaggio e il “familismo amorale” – 2006

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 8:03 am

Vittorio Sgarbi, Il giorno del giudizio (Il Giornale 15 luglio 2006)

Anche i più entusiasti sostenitori di un’evoluta cultura del territorio, legata a un certo concetto dell’integrità paesaggistica e storica, dovrebbero essere coscienti che le loro motivazioni devono confrontarsi con due possibilità fra loro non coincidenti, quella civile e quella politica.

Da un punto di vista puramente civile, non c’è dubbio che un’evoluta cultura del territorio possieda un’idealità superiore a quella di una cultura retrograda che pensa al territorio come all’oggetto di uno sfruttamento illimitato e particolaristico. Ci si può compiacere di questa superiore idealità, di questa mentalità civilmente più progredita, ci si può sentire migliori come è giusto che sia. Occorre però che questa idealità superiore abbia un riscontro concreto nella politica, perché è quello il solo piano in cui la bella teoria
può trovare applicazione pratica.

La politica, ci ha insegnato Machiavelli, è qualcosa di diverso dall’etica ordinaria. Non è il bene che si contrappone al male, o almeno non lo è necessariamente: è, semmai, l’arte di governare con tutti i mezzi a disposizione, anche quelli che possono essere poco etici, se ciò soddisfa le esigenze della «ragione di Stato». La politica, quindi, non ha l’obbligo di essere giusta o più giusta.

Ecco perché la superiore civiltà di una cultura evoluta del territorio non ha in politica alcun riconoscimento diretto. La superiorità politica va ricercata altrove. Nei sistemi democratici, questa superiorità si esprime attraverso il consenso popolare o quello dei governanti.

In Italia, la cultura evoluta del territorio perde ancora in entrambi questi campi. La cultura dello sfruttamento illimitato e particolaristico del territorio ha un maggiore livello di presa nelle mentalità comuni, legate a un concetto individualistico della proprietà privata («il territorio è mio e faccio quello che voglio io») che accomuna indistintamente Destra e Sinistra, il ricco e il povero, il colto e l’ignorante, l’uomo di spettacolo e il villico, lo stilista di fama e il piccolo sarto, il calciatore famoso e il domestico, l’artista e l’artigiano.

Quanto ai governanti, la cultura dello sfruttamento illimitato e privatistico del territorio ha sempre avuto rappresentanti in governo. Lo hanno in questo, con un suo esponente condannato in maniera definitiva per abuso edilizio nelle coste di Pantelleria; lo avevano nel precedente e lo avranno anche nel successivo, senza vedere cosa succede nelle amministrazioni periferiche, dove lo scandalo si ingigantirebbe a dismisura. In queste condizioni, la cultura evoluta del territorio non può vincere. Può comunque sapere quali devono essere i suoi obiettivi, il consenso popolare e quello dei governanti, per conseguire il giusto peso politico, l’unico che davvero conta. Si farà in tempo, primache l’abusivismo edilizio diventi un diritto preteso da vaste maggioranze, politicamente del tutto legittimo? Il Cristianesimo ha vinto sul paganesimo perché è politicamente più forte, conquistando popolo e governanti. Impiegando, però, quasi tre secoli, sufficienti a fare tabula rasa di qualunque territorio oggi esistente.

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da “Corso di sociologia” ed Il Mulino
di A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli

(pag. 680, Cap.24) 3.2 Comunità tradizionali in cambiamento: studi di comunità in Mezzogiorno

Comunità agricole in zone arretrate sono state spesso studiate per comprendere i meccanismi di uscita dalla società tradizionale o di resistenza allo sviluppo. Considereremo questo tipo di studi con riferimento al nostro Mezzogiorno, che ha attirato l’attenzione di molti ricercatori.
Uno studio influente è stato, nel dopoguerra, quello dell’antropologo americano Edward Banfìeid, su una piccola comunità della Lucania convenzionalmente chiamata Montegrano: un paese isolato di contadini e braccianti, fra i più poveri del mondo occidentale [1958].
Banfìeid fu colpito dal fatto che non esistesse qui una vita associativa, e si chiese perché di fronte agli evidenti problemi sociali, nessuno si
desse da fare per cambiare le cose. La risposta fu cercata nel «familismo amorale», un tratto culturale secondo il quale gli abitanti di Montegrano cercano soltanto di massimizzare i vantaggi materiali e immediati del nucleo familiare, supponendo che tutti gli altri si comportino
allo stesso modo. La prospettiva di investire risorse ed energie in beni collettivi e un’azione organizzata per realizzarla sono per questo fuori
dall’orizzonte delle possibilità. La spaventosa miseria, il senso di umiliazione, la paura del futuro sono il terreno sul quale il familismo amorale è cresciuto, ma i montegranesi sono ora prigionieri della loro morale centrata sulla famiglia.

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