Patrick Marini

luglio 3, 2006

La città? Un animale che cambia sempre pelle – 2006

Filed under: Mondo che cambia, Urbanistica — π@3κ @ 7:21 pm

Guido Martinotti, ordinario di sociologia urbana dell’Università di Milano Bicocca, analizza l’evoluzione dei grandi centri urbani: “In Italia e nel resto del mondo i confini tradizionali sono stati abbattuti e superati da una tumultuosa espansione. Ma gli amministratori non se ne sono accorti
ro.te. (La Repubblica – Affari e Finanza, 3 Luglio 2006)

Guido Martinotti ha un aspetto tra il bonario e il severo, così come generalmente ci si aspetta debba essere un “professore”.
Imponente, tutto vestito di nero, ad eccezione degli occhialini rossi oltre i quali, calati sul naso, si muovono veloci e intelligenti gli occhi chiari. Non ha, però, il piglio troppo cattedratico che hanno spesso professori come lui che viene messo nella rosa dei più grandi sociologi italiani. Da sempre attento studioso delle città di cui osserva e studia i cambiamenti, Martinotti è ordinario di sociologia urbana nell’Università di Milano-Bicocca. La sua attività scientifica “dall’ampio spettro di interessi”, come recitano le sue biografie, converge essenzialmente lungo due filoni di ricerca di cui uno è quello per cui l’abbiamo intervistato: l’analisi sociologica delle città, su cui il professore è considerato un decano ed ha scritto numerosi libri. A Martinotti, nato a Milano, dove vive e lavora, non si può non chiedere cosa stia cambiando nella sua città.
Professore, qual è lo stato di salute di Milano?
«Quello che succede a Milano è un chiaro esempio di quello che succede nel mondo. Ogni fenomeno generale ha le sue manifestazioni locali».
Quindi, che cosa succede nel mondo. Qual è il quadro generale?
«E’ il fenomeno dell’immigrazione a interessare tutto il mondo, in modo diverso in ogni paese. La premessa è che nel ventesimo secolo la popolazione è cresciuta in un modo che non ha precedenti. A inizio secolo c’erano 1,2 miliardi di persone che, alla fine dello stesso, sono di-ventate 6 miliardi. E’ un fenomeno molto particolare. Andando a ritroso è successo che negli ultimi 30 anni la popolazione mondiale è passata dai 3 ai 6 miliardi. Nei settant’anni precedenti, che dagli anni settanta portavano all’inizio del secolo, è raddoppiata, passando da 1,6 ai 3 miliardi. Mentre ci erano voluti ben 150 anni per arrivare al raddoppio precedente che ave va portato la popolazione dagli 800 milioni a 1,6 miliardi».
Continueremo a registrare questi tassi di crescita?
«Per fortuna no. Negli ultimi anni si sta registrando un rallentamento. Negli ultimi 30 anni il numero dei figli per famiglia, considerando i paesi in via di sviluppo, è passato da 6 a 4. Ma, la grande maggioranza delle persone si sposta in città e continuerà a farlo. Il grande esodo dalle campagne verso le metropoli riguarda tutte le aree geografiche del mondo. Dalla Cina al Sud America. E un fenomeno sociale importante che cambia la natura delle città, soprattutto quelle nei paesi in via di sviluppo, come in Cina».
Che cosa succede in Cina?
«I cinesi sono un quarto della popolazione mondiale. L’ottanta per cento, oggi, vive ancora in ambiente rurale. Il che vuoi dire che una persona su sei tra la gente che popola questa terra è un contadino cinese. Ma questo significa anche che quando un certo numero di questi contadini si sposta per andare a stare nelle città è capace di condizionarne fortemente la geografia e la forma».
Questo succede anche nelle no-stre città? A Milano per esempio?
«Quella che ho fatto è una premessa per dire che dappertutto, e quindi anche in Italia, le città non sonò più le stesse, ma i nostri amministratori non hanno ancora registrato i cambiamenti. Noi viviamo a Milano, una città molto grande, anche se non si sa bene quanto. Questa “nuova” città, a differenza di quella tradizionale, non ha mura e confini precisi. Tant’è che nella città di Milano una volta si “entrava”, mentre nella metropoli di Milano oggi si “arriva”. Questo “anima-le-città” è in continuo cambiamento. Non si sa neanche più che nome dargli. Siamo in presenza di un nuovo soggetto che non conosciamo ancora bene».
Lei le chiama “meta-città”. Che cosa significa?
«La “meta-città” va al di là della forma tradizionale e soprattutto non si ferma ai confini amministrativi dei singoli comuni. Ha la forma di un lungo “tubo” o “corridoio”. Un esempio è quello di Parma-Rimini o quello di Milano-Torino, l’impressione è che si tratti di un’unica, grande città. In Europa questi “corridoi” si stanno sviluppando intomo a nuove fonti energetiche, di informazione e di traffico».
Insomma non ha più senso parlare delle città come comunemente le si intendono, nei loro ambiti amministrativi tradizionali.
«Se ci limitiamo a parlare della città di Milano, quella che elegge il sindaco, vediamo che è formata da una popolazione di 1,2 milioni di persone, più numerosa di quella del ’36, ma meno popolata di quella del ’51. E’ identica, nel numero degli abitanti, alla Milano del ’41 quando era una città autosufficiente e riconoscibile, abitata da operai e impiegati.
La Milano di oggi, quella nei confini amministrativi del Comune, non ha più i giovani. Sono spariti. Le giovani coppie con figli abitano nei comuni limitrofi che, tutti insieme, ridisegnano i veri confini della “nuova” Milano. La popolazione attiva è in quella che viene chiamata “area metropolitana”. La Milano più tradizionale è fatta in prevalenza di persone anziane e quindi da sola non reggerebbe, non funzionerebbe. Ma Milano si ostina a non voler cambiare la corazza che è diventata troppo strétta per una città che va ben al di là dei suoi confini amministrativi».

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