Patrick Marini

giugno 7, 2006

Perchè tanti edifici brutti o mediocri? – 2006

Filed under: Architettura — π@3κ @ 10:46 am

Alain de Botton (Zurigo 1969) scrittore

«Nei miei libri mi sono sempre occupato di ciò che ci rende felici o tristi. Spesso mi faccio domande del tipo: perché non mi sono divertito in quella vacanza? Perché non posso amare la persona che voglio?
Nel caso dell’architettura, la mia domanda è stata: perché siamo circondati da così tanti edifici brutti, o mediocri?
L’architettura, pur essendo un’arte, ha un ruolo importante in ciò che chiamiamo qualità della vita. È tra le cose di cui abbiamo bisogno per condurre una vita civilizzata». È stato il quartiere in cui vive, Shepherd Bush, nella multiculturale West London, con i suoi alti e anonimi condomini, a far scatenare in Alain il desidero di capire qualcosa in più sui parametri di bellezza architettonici. «Quando ho interrogato gli architetti su questo, mi sono sentito rispondere che non potevo farmi questo tipo di domande, perché la bellezza estetica è una questione soggettiva. Ma non siamo forse tutti d’accordo nel dire che Venezia è una città oggettivamente attraente? O che Francoforte, al contrario, non lo è per niente? È come dire che Shakespeare è meglio di un pacchetto di Corn Flakes. È una verità umana, non scientifica, ma confermata dall’evidenza e accettata come tale da secoli». Alain de Botton, senza avere la presunzione di voler riscrivere la storia dell’architettura, cerca di identificare dei canoni estetici generali, come aveva fatto Andrea Palladio nel Cinquecento. E non disponendo degli strumenti di un addetto ai lavori, parla di edifici o di case con attributi umani, definendo spazi, arredi o oggetti “cattivi”, “generosi”, “sereni”, “divertenti”. E sottolineando la connessione tra la loro bellezza e la felicità che possono dare. «I due concetti non sono isolati, come molti architetti pensano. E visto che gli oggetti materiali hanno un carattere, proprio come le persone, sembra appropriato porsi la domanda: se fosse un essere umano mi piacerebbe?», continua. Sostiene che non esiste un solo tipo di bellezza, e con StendhaI a legittimare la sua tesi, aggiunge anzi che ci sono tanti tipi di felicità quanti sono i tipi di bellezza.
Elenca la Tate Modern di Herzog & de Meuron tra gli esempi di estetica contemporanea e industriale. Parla di classicismo a proposito dello stile rinascimentale, e di un modello architettonico più tenebroso quando si riferisce allo stile gotico vittoriano degli edifici inglesi. «La bellezza in architettura non è relativa ma locale. Deve essere contestualizzata per portare felicità. Ecco perché immaginare il palazzo ducale di Venezia in una tipica avenue newyorchese non può trasmettere emozioni». Il grande problema dell’architettura contemporanea, secondo de Botton, è che manca di uniformità e non rispecchia le esigenze di benessere degli individui. Attraverso un excursus nella storia dell’architettura, de Botton nota che l’assenza di armonia estetica propria degli ultimi due secoli è stata la conseguenza di una sorta di empasse direzionale. «Per centinaia di anni le culture greca e romana hanno offerto punti di riferimento architettonici, dei veri e propri “pilastri” stilistici. Una volta si poteva viaggiare da Roma a Oslo e vedere edifici che seguivano lo stesso tipo di regole estetiche, avevano colonne dello stesso stile, o finestre di una certa altezza. Anche se costruiti con materiali vernacolari, si ispiravano tutti a regole classiche. Un tempo infatti costruire emulando un altro architetto era la norma. È un approccio che se applicato alla letteratura, dove l’opera dell’ingegno è apprezzata solo se originale, acquisterebbe un’accezione negativa. Ma nei nostro secolo, grazie anche alla contaminazione tra discipline, gli architetti sono percepiti come dei geni solitari. Costruiscono edifici che a prima vista possono anche non piacere ma che col tempo si può imparare ad apprezzare, esattamente come succede con le opere d’arte. In quest’ottica un edificio firmato da uno star-architect come Renzo Piano o Rem Kooihaas può essere paragonato a un quadro di Van Gogh o alla poesia di Baudelaire». Ma a questo punto viene da chiedersi: come è vissuta l’opera di un genio architettonico nell’esperienza quotidiana di una persona comune?
Alain de Botton ammette che il fallimento dell’architettura contemporanea sta nell’incapacità di costruire edifici a misura d’uomo, strade normali ma attraenti. Dove gli stranieri possono aver voglia di fermarsi. Un po’ come succede per le vie ricche di negozi negli itinerari più battuti di città come Roma, Londra, New York, Amsterdam.
Spesso sono proprio quei luoghi, con la simmetria poco fantasiosa, che piacciono a tutti.
«L’insegnamento che ho tratto dalla mia ricerca è che siamo tutti altamente sensibili ai messaggi in codice emanati da ciò che ci circonda. Sono queste cose che ci aiutano a decidere chi siamo. Non ho particolari simpatie per chi ha un approccio più classico ne per chi ha una visione più contemporanea dell’abitare. Vorrei solo provocare entrambi. Del resto ciascuno sceglie la propria casa a seconda delle proprie esigenze. Nel mio caso ho scelto un classico edificio vittoriano dai mattoncini rossi, l’immagine più rappresentativa di Londra e forse la prima che ricordo di quando mi sono trasferito in questa città, da bambino. Ma quando chiudo la porta alle mie spalle mi sento ancora in Svizzera. Ho preferito uno stile contemporaneo per gli interni, con pareti in cemento, dall’anima industriale, efficiente, proprio come quelle macchine di precisione che hanno reso famosa la mia nazione.
A qualcuno può sembrare strano, ma una casa così mi da le emozioni di un rifugio accogliente e familiare, lo stesso che associo alla casa in cui sono cresciuto. È un compromesso stilistico che simboleggia il mio viaggio inferiore».

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