Patrick Marini

aprile 22, 2006

Miti, sogni, emozioni: non ingabbiare il paesaggio – 2006

Filed under: Paesaggio — π@3κ @ 12:17 pm

di Massimo Quaini (Ordinario di geografia all’Univ. degli Studi di Genova dip. di storia moderna e contemporanea – facoltà di lettere e filosofia) – La Stampa 22 Aprile 2006

Tra saggio e pamphlet il nuovo libro di Massimo Quaini, come paradigma la linea ligure (Sbarbaro, Montale, Calvino, Caproni, Biamonti): «E’ stato un errore fare, o tentare di fare, del paesaggio una scienza», in quanto accumulatore di metafore aiuta a capire «contraddizioni e problemi del nostro tempo»
Sono convinto che il paesaggio non è interessante come categoria analitica per leggere l’ambiente o il territorio in termini scientifici, ma lo è in quanto contenitore di miti, sogni ed emozioni, in quanto accumulatore di metafore per capire le contraddizioni e i problemi del nostro tempo. Proprio per queste sue qualità nel campo delle rappresentazioni e nel territorio dell’estetica diventa una componente necessaria per riprogettare il mondo in cui viviamo.
E’ stato un errore fare, o tentare di fare, del paesaggio una scienza. Prima di altre discipine, la geografia e l’ecologia hanno cercato di «appropriarsi e fagocitare il paesaggio», ma il risultato è stato di annullarne la proprietà più intrigante: il fatto di essere un «termine costitutivamente imprendibile, imbarazzante, scandaloso» che, al massimo, possiamo addomesticare come «un’invenzione storica ed essenzialmente estetica».
Il paesaggio è innanzitutto questo sogno sempre incompiuto della perfezione. Sogno sempre incompiuto ma non per questo realizzabile. In qualche modo, certamente in maniera imperfetta, il paesaggio si materializza in quanto penetra, ispira e modifica il progetto territoriale. Si incorpora nella realtà come accade sempre anche ai sogni e alle utopie più trasgressivi e trascendenti la realtà. Questo è il senso del paesaggio nella società odierna, fluida e sfuggente, senza punti di riferimento. Questo è anche il suo valore «rivoluzionario», che è grande, se è vero quanto ci dicono i sociologi: che abbiamo a che fare con una razionalità i cui attributi consistono «nel non farsi imprigionare dal retaggio del proprio passato, nell’indossare la propria identità del momento così come s’indossa una camicia, che può essere prontamente sostituita quando diventa inutile o fuori moda». Se è vero che «la cultura liquido-moderna non si presenta più come una cultura dell’apprendimento e dell’accumulazione» ma «come una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza».
Dobbiamo domandarci attraverso quale arte, con quale mediazione artistica, oggi il paesaggio si presenti alla nostra attenzione. Non tanto e non più con la pittura, che nella fase più recente della modernità ha prodotto con l’astrattismo le negazione del paesaggio, quanto con la letteratura e la poesia che hanno preso il posto della pittura. Da questo punto di vista il ruolo della Liguria è stato particolarmente rilevante. Basta pensare alla straordinaria esperienza paesaggistica della cosiddetta «linea ligure» in letteratura: Sbarbaro-Montale-Calvino-Caproni-Biamonti. Attraverso la poesia di Sbarbaro e Montale si realizza ciò che Giorgio Bertone ha chiamato la reversibilità percettiva del paesaggio, ovvero la ristrutturazione del rapporto fra il soggetto e il mondo, che un geografo ha espresso in questi termini: «il soggetto moderno, grazie soprattutto alla prospettiva (e alla carta geografica) aveva acquisito la capacità di oggettivare la realtà del mondo. Il soggetto postmoderno si è data la capacità di realizzare materialmente i motivi della sua soggettività. Dello specchio della sua anima fa un ambiente oggettivo. In altri termini, ha acquisito la capacità di commutare il paesaggio in ambiente».
La sparizione del paesaggio-immgine nella pittura delle avanguardie è andata di pari passo col disfacimento del paesaggio a grandezza naturale sotto l’effetto congiunto della periurbanizzazione e del movimento moderno in architettura. La modernità, in altre parole, prima ha generato il paesaggio, poi lo ha ucciso con le sue mani!.
In questo contesto, il paesaggio, proprio in quanto luogo centrale di discussione dell’esperienza del reale e del fondamento gnoseologico dell’uomo, trova nella condizione insulare della Liguria (come un’isola greca, diceva Nietzsche), la possibilità di riscoprirsi come «luogo e personaggio privilegiato del drammatico dialogo del soggetto novecentesco». La possibilità di «una scoperta eccezionalmente acuta anche raffrontata al contesto mondiale» e non certamente riducibile alle banalità della geografia culturale postmoderna.
L’ultima volta che sono stato a Parigi ho fatto la conoscenza di Paul Virilio e sono rimasto affascinato da questo Rousseau moderno della cultura tecnica. Pittore, urbanista e filosofo, il suo percorso critico è ancora segnato dal fatto di essere nato in Francia, come figlio di un padre comunista italiano e di una madre cattolica bretone. Il suo percorso mi è parso esemplare per il fatto di disegnare un itinerario che dalla costruzione dello scenario della prima vera guerra mondiale che il delirio tecnologico ci sta preparando arriva al «paesaggio riconquistato», al recupero della «profondità fondiaria che oggi sparisce a vantaggio della superficialità di uno scambio informatico». «Sono per ciò che ha una profondità», ripete oggi. «Sono un beur italiano, dunque un esiliato. Ho tuttavia nostalgia dell’iscrizione in una profondità di spazio e di tempo, in una profondità di relazione all’altro e in uno spessore di senso». Ciò che dobbiamo reinventare oggi è «una scenografia del paesaggio con attori e non semplicemente con spettatori. Il paesaggio rurale che abbiamo perso per effetto della desertificazione delle campagne era un paesaggio di eventi della messa a coltura attraverso la vigna, il grano ecc. La storia delle
campagne è una storia di eventi ben più importante di quella della città, ma noi l’abbiamo dimenticata». Il compito che oggi ci aspetta è riportare questo paesaggio di eventi non solo nelle campagne ma anche nelle banlieues, affinché non riprendano a incendiarsi.
Dunque, la capacità del paesaggio di commutarsi in ambiente e di tornare a vivere e radicarsi in una realtà fisica, urbana o rurale, non diminuisce ma dilata la nostra responsabilità di geografi, abituati a considerare la geografia come la prima misura della Terra. Come gli architetti anche i geografi sanno che la loro incerta scienza serve per «abitare delle proporzioni che danno un senso alla scala del quartiere come a quella del mondo». Come ancora dice Virilio, «le proporzioni di cui ci si appropria in una casa sono l’inizio del rapporto al mondo, e la qualità di un paesaggio è legata alla qualità dell’architettura che si abita. La dimora è il cursore delle proporzioni e dunque del mio rapporto al mondo».
Entro questa cornice ho cercato anch’io di tracciarmi una strada, meglio sarebbe dire, un sentiero, sentendomi un esiliato non nella terra in cui vivo ma solo nella disciplina che pratico. Il mio principio-guida è stato che la geografia in quanto scienza dei luoghi non può non essere al contempo sapere utopico: l’utopia di una scienza che pratica l’arte di una pianificazione democratica, dal basso. Il secondo principio è che pianificazione paesistica e pianificazione territoriale e ambientale debbano mantenere una ferma distinzione (pur nella necessaria convergenza dei processi di piano) proprio per poter attingere ai valori dell’ambiente e anche della territorialità. I valori della sicurezza e della sostenibilità ambientale, i valori etici o di equità spaziale e le prestazioni funzionali che un territorio deve garantire ai suoi abitanti e fruitori sono certamente importanti ma sono altra cosa rispetto ai valori paesistici, che passano attraverso la mediazione necessaria dell’arte e attraverso la capacità di dare senso al mondo: la capacità che oggi più ci manca. Anch’io, con la mia incerta geografia che ha una sola certezza: negare la negazione dei luoghi, intendo proporre un percorso verso un paesaggio riconquistato dall’utopia conviviale. Attraverso queste mediazioni culturali, possiamo ritenere che la pianificazione paesistica, lungi dall’essere subordinata a quella territoriale e ambientale, la ricomprenda e possa costituire la via per rinsaldarne la scarsa legittimazione sociale di cui gode oggi la pianificazione urbanistica. E’ attraverso il paesaggio infatti che possiamo ri-inventare il piano come «racconto identitario», basato non solo sulla valorizzazione dell’ascolto e della memoria storica dei destinatari ma anche su nuovi processi di patrimonializzazione che riguardano ambiti tradizionalmente fuori della percezione paesaggistica come quelli del campo etno-botanico e dei produits du terroir che più direttamente coinvolgono il discorso che intende coniugare paesaggio e convivialità.

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