Patrick Marini

luglio 5, 2002

Architettura per un mondo che cambia – 2002

Filed under: Mondo che cambia, Paesaggio, Urbanistica — π@3κ @ 6:46 pm

di Jak Vauthrin, Presidente della FISA (Fondation Internationale de Synthèse Architectural)
da  “il Girotondo” Luglio 2002

…  Architetti, pianificatori, politici, non vi si chiede di riempire le campagne ancora vuote, ma di dare vita alle città, piene di vuoto…

L’habitat è il luogo in cui si vive, si impara, si crea; è il luogo degli scambi e delle rivoluzioni. Senza habitat l’uomo è soltanto un vagabondo, un escluso dalla società, qualcuno che, in funzione del momento storico e del luogo, si definisce bandito, pària o senzatetto.
Intervenire sull’habitat e sugli elementi che lo compongono, fra cui l’architettura, significa toccare le forze vive della società umana, comprendendone bellezza e debolezza, ricchezza e povertà. L’architettura che trae la propria ispirazione e vitalità dalla fede e cultura dell’Islam ha condotto gruppi di architetti, artisti e artigiani di cultura islamica alla costruzione di un habitat diverso, caratterizzato da forze più spirituali, più fraterne e senza dubbio più belle. I disagiati, coloro che emigrano dalle campagne, i senzatetto, i disadattati e gli emarginati da questa società ostile sono i più bisognosi di questa rinnovata vivacità. Agire sull’habitat dei più disagiati potrà avere un’influenza importane sulla vita di uomini, donne e bambini che vivono al limite della sopravvivenza.
Troppo rari sono i progetti di habitat popolare, partecipato e di autocostruzione assistita, che permettono alle comunità emarginate di riunirsi per creare la propria abitazione: è davvero un progetto difficile guidare una comunità nella realizzazione delle proprie case e dei propri quartieri, quando il solo materiale a disposizione è la volontà risoluta e tenace, accompagnata da una solidarietà attiva.
Girando il mondo alla ricerca di qualcosa d’ignoto, abbiamo raccolto nelle città e nelle periferie dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa e dell’America mattoni di volontà, colonne di convivialità,archi di solidarietà e lastre di aiuto reciproco. Nei nostri cantieri, per anni e ancora oggi, abbiamo cercato di legare i materiali da costruzione popolari a un’immagine di bellezza e armonia. A lungo ci siamo impegnati, continuiamo a impegnarci e desideriamo proseguire le nostre ricerche e i nostri sforzi,ma sappiamo che il percorso sarà difficoltoso… L’habitat è la risultante delle forze che compongono una società. Se tali forze sostengono l’uomo e lo aiutano a vivere meglio i vari momenti della propria vita, se sono al suo servizio, si materializzano anche in spazi, distanze e forme. Se pianificatori e architetti non falliscono nel proprio compito, le loro creazioni saranno sempre a misura d’uomo; i loro edifici contribuiranno a moltiplicare gli scambi, senza essere al servizio del denaro. L’architettura urbana avrà una voce, un ritmo, un’anima e rifiuterà ogni forma di orgoglio, di potere, di aggressività e soprattutto di stupidità. L’habitat è la risultante delle forze che compongono una società. In ogni epoca, l’habitat è la biografia della storia dei popoli che la vissero. Come il perdono offerto al peccatore pentito, la storia, per quanto priva di pietà, perdona quelli che hanno ricercato l’armoniosa bellezza. Essa sola racchiude in sé tante qualità che persino le città costruite da individui senza scrupoli, ma disegnate, edificate e trasformate secondo le regole dell’arte e dell’estetica, sono diventate alcuni secoli più tardi meta di pellegrinaggio da parte di pittori, architetti, artisti e spiriti illuminati; città come Venezia, Marrakesh, Khiva o Bukhara, sono diventate oggi un nido per gli innamorati. La storia condannerà tuttavia senza pietà i pianificatori, i costruttori e i committenti di brutture senza forma. Costruire un habitat sociale per i poveri e disagiati, che risulti però poco gradevole, non è motivo sufficiente per ottenere il perdono. La lettura della città contemporanea con le sue periferie disastrate, come Dakar, il Cairo, Quala Lumpur, Dehli, Djakarta e Tunisi, ci insegna che è davvero la società umana ad aver dato forma al mondo in cui viviamo, ad averlo modellato a propria immagine e raramente bene. La sfida rivolta ai costruttori dei nostri tempi, dopo più di 4000 anni di storia dell’arte e dell’architettura, consiste nell’estirpare questo male dalle nostre città inumane e dalle periferie fatiscenti, nel demolire per costruire un habitat più umano per una società civile reinventata. Architetti, pianificatori, politici, non vi si chiede di riempire le campagne ancora vuote, ma di dare vita alle città, piene di vuoto…

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